TRENTESIMO EPISODIO

Erano quasi le undici, il caldo saliva intenso dall’asfalto,  Gregorio respirò il sole alzando il mento al cielo, abbassò la mascherina per accendere una di quelle sigarette fumate per noia, di quelle che non finisci perché appena l’accendi arriva il treno, il pullman, l’amico che sia, infatti: un maggiolino azzurro s’arrestò al civico 40. Gregorio cercò di scrutare, ma complici la luce e la mascherina, il viso dell’uomo non prendeva aspetto conosciuto, «Gregorio, Gregò», dall’abitacolo una voce richiamò l’attenzione. Scese lo scalino, s’avvicinò alla vettura, «Gregò sò Marco», fece  abbassando l’ultimo rettangolo di vetro, «Ueeè Maarco scusa, ma co’ste mutande in faccia non è facile riconoscersi»
«Sali dai, sto nel mezzo della strada»
«Damme er tempo de fa er giro!»

Navigò intorno al muso e ai fanali tondi, tirò la maniglia scintillante, era un gioiello su ruote quell’auto, scomparve nell’abitacolo abbracciando l’amico.
«Sei pulito no?»
«So’pulitissimo Gregò, ho fatto il tampone l’artro giorno, ed è uscito negativo!»
«Come so’contento, è un casino de tempo che non ce se vede. Ti trovo davvero bene, t’immaginavo con la barba, chissà perché, forse l’ultima volta che ci siamo incontrati l’avevi»
«L’ho tagliata appena usciti dalla quarantena, con l’arrivo del caldo non la sopportavo più, tu piuttosto, la stai facendo cresce?»
«Da qualche settimana, così pè cambià!»
«Strada facendo facciamo sosta in macelleria, prendiamo un po’de carne da griglià, con sta giornata staremo benissimo, c’ho in fresco un rosso dei castelli che rinfranca»
«E che ce manca? Il pane!»
«Il pane lo prendiamo dal vecchio contadino vicino al casale, lo sforna tutti i giorni, cotto a legna, ci facciamo ‘na bruschetta al pomodoro, che dici?»
«E dico che stiamo‘na favola. A proposito, t’ho portato un po’del mio raccolto, pomodori, peperoni, fragole, un po’ de roba bona, ma bona veramente, tutta naturale, nun ce metto niente!»
«Orto? Da quanto tempo hai questa passione, ma soprattutto la terra?»
Gregorio rise annuendo e cavando una sigaretta dal pacchetto, iniziò a raccontare: «tutto ha avuto inizio con la quarantena, proprio tutto: ho perso il lavoro, il capo non m’ha pagato, ma c’ho pensato io a farglieli sborsà, me so venduto il furgone della ditta ed ho recuperato i soldi, me so fatto qualche giorno in gattabuia e pure quello è servito, poi torno a casa e che trovo? Un albero di mandarino, così cresciuto nella terra nera sbucata al posto del massetto, sotto al pavimento del salotto»

«Scusa non ho ben capito, come è che te trovi sta terra sotto il pavimento?»
«Non te lo so’proprio dì, so’solo che una delle mattonelle s’era rialzata e ce’nciampavo sempre, fino a quando me so detto la alzo e vedo quale è il problema. Alzo la mattonella e ce trovo‘na radice, vado per estirparla e questa continua correndo lungo tutta la stanza, allora ho tolto tutto e invece di un massetto, ho trovato ‘sta terra nera, compatta e dura, così l’ho dissodata»

«Che storia, so’ curioso de sapè come andrà a finì»
«Devi sentì ancora, non crederai alle tue orecchie, so’stati mesi assurdi, ne so’uscito cambiato»
«Te credo, come fai a rimanè lo stesso, già dopo quello che mi hai raccontato!»
«Questo è niente Marco, la cosa più assurda è la fertilità di questa terra, ce butti qualcosa dentro e lei caccia frutti, piante, alberi e ortaggi»
«Come tutta la terra del mondo, tu pianti e lei fa cresce!»
«Scherza tu, questa è diversa, le cose non crescono in tempi normali, n’albero te viene su in pochi giorni, così tutto il resto, zucchine in quattro, fragole in tre giorni, quando si raccoglie poi, un giorno al massimo e trovi il nuovo frutto. C’ho costruito la mia stanza da letto sull’albero di mandarino, così in basso ho potuto coltivare tutto il possibile e necessario, ora ho due alberi, il mandarino e l’albicocco, su cui abita Gennarino»
«Gennarino?»
«Un pappagallo blu e giallo, un personaggio, a volte pare capisca tutto. È fuggito da una vicina che stà piena di pappagalli dentro casa. È arrivato d’improvviso con una gran caciara nella stanza e non se nè‘nnato più, la finestra spesso è aperta, ma lui manco accenna ad annarsene»

«Così ti sei ritrovato con un pezzo di terreno coltivabile in casa e un pappagallo per amico e chi sei, il Robinson Crusoe di Via Garibaldi?!»
Ci fu una risata fragorosa di entrambi, fecero sosta in macelleria, per riprendere la lingua bollente d’asfalto snodata nella campagna romana, pini, pini e pini a tenere i bordi della strada. Si viaggiava, la radio vibrava Paint It, Black dei Rolling Stones, l’aria calda entrava dai finestrini accucciati negli sportelli, il respiro metallico del Maggiolino macinava l’asfalto. Arrivarono dal vicino di Marco per comprare il pane, era ancora caldo, appena sfornato e andarono al casale, scaricarono l’auto e si diressero col carico verso il cortile principale.

«Lo ricordavo più piccolo, sempre bello questo casale, perché lo vuoi vende? Era dei tuoi nonni, giusto?»
«Si, dei miei nonni paterni. In verità non vorrei venderlo, ma devo, per mezzo di alcuni debiti contratti dalla famiglia per degli investimenti sbagliati, non ho altra soluzione, mi rattrista ammetterlo, ho cercato altre strade, ma è così, devo vende!»
«Non  te devi rattristà, c’ho n’idea che me frulla in testa da qualche giorno, prima però me devi fa rivisità il posto»

Marco avanzava con passo deciso, il ghiaino del vialetto dava forma e suono ai loro passi.
La forma ad U dell’edificio s’adagiava sul terreno con due piani sormontati da un tetto a falda, il portone d’ingresso sulla stecca centrale era sormontato da un concio con un simbolo, Gregorio ne rimase stupito, finemente lavorato, un albero sormontava una montagnella, la chioma folta riempiva la circonferenza in cui era inscritto, le radici erano raffigurate come in sezione nel terreno e seguivano l’andamento della sagoma della montagnella.
A testa in su, Gregorio s’era bloccato una volta giunto in prossimità dell’ingresso, «è veramente bello il disegno di sto portone, che vor’dì?»
«A dire il vero, mio nonno quando ero piccolo mi raccontò qualcosa, ora non ricordo più, a parte che c’è di mezzo qualcosa di arcaico, poi non so nemmeno chi lo realizzò, possiamo fare una ricerca se vuoi, internet che ce stà a fa?»
Gregorio lasciò perdere, si fece condurre all’interno. Una cucina enorme, faceva anche da sala pranzo, un camino alto in pietra riempiva la parete corta, quattro finestre divise da una porta a vetri, illuminavano la stanza e davano sulla campagna retrostante.
«Quella pure appartiene al casale, ce so’ulivi, viti e grano, c’ho un fattore che me la coltiva, gli lascio parte del raccolto e la piccola casa in legno sul fondo del vigneto, questo il nostro accordo, si chiama Simone, un bel personaggio, te lo farò conoscere»
«Perché no,‘ndò anniamo? Destra o sinistra?»
«Di qua, a sinistra»
Il piano terra dell’intero fabbricato, era diviso in: cantine con tornio, stalle, area per la lavorazione del latte, un fienile, un frantoio e un laboratorio che serviva un po’ per tutto, nel tempo tutte queste funzioni al casale erano cadute in disuso ed ora rimanevano solo grandi locali in pietra e le attrezzature impolverate. Salirono al piano, all’altezza della cucina un corridoio univa i blocchi in cui c’erano stanze da letto, bagni e una biblioteca fornita di più di mille volumi. Il cotto rivestiva i pavimenti del casale, fatta eccezione per le stalle, dove c’era una sorta di coccio pesto, le cantine e la formaggeria. Dalla biblioteca, dove un camino dalla cornice stiacciata prendeva tutta la parete corta, s’avviluppava una scala a chiocciola, interamente in legno, andava al sottotetto, un enorme locale abitabile ad U, in cui i piccioni avevano trovato ospitalità.
Fu poi il turno delle cantine, scesero al di sotto della quota 0, interamente scavate nella pietra su cui poggiava il casale, celle, cellette e cunicoli, si snodavano come viscere a custodire cianfrusaglie, vecchi mobili, vecchi arnesi e botti in cui dopo la vendemmia veniva custodito il prezioso nettare.
I due amici si ritrovarono a fine visita nel pezzo di giardino dietro casa,  tre massi di grandi dimensioni erano accostati tra loro, uno di lungo e gli altri due ai lati, Marco prese dei pezzi di legna e li adagiò fra loro a formare una catasta, sul fondo un letto di foglie secche su cui formiche ed insetti s’agitavano nervosamente, un paio di fiammiferi e le foglie presero rapidamente fuoco, preparando i ciocchi per la viva fiamma autonoma. Il sole alto scottava, ma un pergolato di vite mitigava la calura. Recuperarono la spesa e il vino fresco che Marco aveva salito dalla cantina. S’installarono all’ombra nell’attesa della brace.

«Allora come ti sembra? L’altra volta non avevi visitato così a fondo la proprietà, considera che manca ancora  il pezzo di campagna, attendiamo il fresco per andarci nel tardo pomeriggio»
«Anche se non ricordavo bene tutti gli ambienti, è rimasto tutto come lo ricordavo, mi è sempre piaciuto questo casale, poi abbiamo trascorso bei momenti, festeggiato il Natale diverse volte, e le bevute, che le hai dimenticate?»
«Come potrei, le nostre bevute restano tra le più belle e potenti, ti ricordi di quella sera in cui c’ingollammo tutto il whisky, era inverno, perché ricordo che fuori faceva un freddo assurdo»
«Certo, chi se le dimentica, memorabili bevute di gioventù. Ti ricordi di quella volta che Paoluccio tutto‘mbriaco salì sulla tavola coi piatti pieni e iniziò a sfilare come Linda Evangelista, alzò tutto per aria tra le facce sconvolte di tutti»
«Come faccio a dimenticà, hhahahahahahah, un pazzo, chissà che fine ha fatto, ho perso i contatti negli anni»
«Chissà‘ndò sta a passeggià! È ora di pranzo, a che punto è la brace? Mi sembra quasi pronta, ‘nnamo a vedè!»
«C’è ancora fiamma dobbiamo aspettà, il tempo che riposi, la carne deve esse accarezzata non aggredita dal fuoco, mo ce versiamo un po’di vino, tiè prova qui», allungò un bicchiere a Gregorio, le differenti temperature avevano fatto formare sul bicchiere le micro goccioline che ti invogliano a bere e ridurre l’arsura.
«Mhh buono», disse schioccando la lingua sotto al palato. E dimmi un po’ Marco, quanto chiedi per la vendita?»
«Senza agenzia 650.000!»
«Ho pensato questo: lo compro per la cifra che dici, ma non lo intesterò a me, dobbiamo fare così, ascolta, in questo periodo di tribolazione, iniziato con il virus, è stato ed è un momento triste per la storia dell’umanità, per i morti, per i loro familiari, per la scienza, per la medicina, dimostratesi non pronte, per le nazioni, che hanno dimostrato disorganizzazione, cinismo e disonestà. Umanità, popoli, coscienze, lì siamo caduti in basso, c’è voluto l’intervento dell’esercito, per intimare alle persone di restare nelle proprie case, come se non fossero in grado di sapere ciò che è giusto e ciò che non lo è. Questo è il mio tempo? Queste le persone in cui riconoscermi come individuo? Questa la condizione in cui voglio si dipani il resto del tempo concessomi?»
«No?», chiese Marco timidamente.
«E no, mi dispiace, non più amico mio. Tutta la storia della stanza è venuta fuori, mentre il terreno della mia anima era arido, prosciugato dall’abitudine al sostentamento, schiavo di uno stato di necessità. È stato per quella crescita disperata, per un misterioso meccanismo, dove la forza della natura, contraria ad ogni sua stessa regola, ha deciso di dirompere con la sua bellezza, la vita. La nascita, la crescita e la morte, sono solo un ciclo che si ripete all’infinito, con me o senza di me, ma a me, è data la possibilità di partecipare, non so per quale frazione di tempo, allora mi son detto, voglio poter impiegare il tempo, in qualcosa che non mi faccia sentire un misero peso sulla bilancia del profitto!»
«Capisco ciò che intendi, perfettamente. Quante volte ho riflettuto in maniera disordinata su tutto ciò, ritornando puntualmente ad essere proprio quel meccanismo di cui parli, in cui l’abbrutimento alla fine fa da padrone!»
«Mi capisci, non so perché, sono stato così fortunato, ma quella terra nera, la terra che reggeva i miei passi, mi ha fatto sprofondare, per poi riposizionarmi su qualcosa di più solido, la mia anima! Ho conosciuto solitudine, indifferenza, ingiustizia, chi almeno una volta non le ha conosciute, patite? Bene mi sono detto, solo io posso trovare l’appiglio indispensabile, nel mio caso, la terra nera è stata l’ appiglio, la radice, i doni che la terra rilasciava, non parlo solo della verdura, parlo di un libro senza titolo, sepolto lì, m’ha lasciato spunti di riflessione importanti, o l’antica scatola romana, con delle monete e un medaglione aureo, che è risultato essere poi rarissimo»
«Ascoltandoti, trovo incredibile la storia del tuo appartamento e unica la tua redenzione. Sono scioccato!»
«Non so se si tratta di redenzione, ciò che ho imparato da questa storia, è stato rialzarsi, per capire che ciò che stavo passando o appena trascorso, come la perdita del lavoro, dei soldi, era qualcosa che mi accomunava a tante persone in questo periodo, non era più grave di ciò che altri passavano. È stato lì che ho detto: fanculo alla solitudine del confinamento, sono uscito di sera tardi, andando a distribuire il mio raccolto, tra quelli che vivono la strada come unica possibile alternativa»
«Non è stato pericoloso? Non avevi paura che potesse capitarti qualcosa? Sono pur sempre persone disperate, disposte a tutto!»
«Ma che pericoloso! Ciò che non si conosce, spaventa! Restare indifferenti, mi spaventa di più. Ho conosciuto storie di vita, di persone con una vita normale, con un lavoro, una casa, una moglie, dei figli, si sono ritrovati senza niente, a dormire per strada da un momento all’altro. Ti assicuro che al di là delle loro colpe, dei loro errori, tutti possiamo capitare in un vortice del genere, da cui è difficile poi uscire, soprattutto da soli. Ho conosciute delle belle persone, invisibili agli occhi della moltitudine distratta, invisibili ad un’amministrazione distratta, invisibili ai loro stessi occhi a volte. Per questo voglio comprare il casale, dopo l’ultima volta al fiume, c’era una famiglia, padre, madre e figli a seguito, erano arrivati lì, oltre il confine, solo con una tenda. Se già m’interrogavo su cosa poter fare, quando ho sentito parlare di loro, dei bambini, ho pensato a quel padre, che aveva perso il lavoro proprio come me, lì si è aperta una visione nella mente che mi porta qui, davanti a te, in questo preciso momento, a cui brindo: evviva l’amicizia, viva la vita, a te amico mio!»
« A te Gregò! A noi!»
I vetri schioccarono sordi, la brace, rosso-arancio, pulsante, attendeva la carne. Marco e Gregorio sistemarono i diversi pezzi sulla griglia e si rimisero a sedere trascinandosi i bicchieri nella discesa.

«Dunque a cosa ti riferivi, quando hai detto ho avuto una visione?»
«Nulla di mistico, semplicemente è stato tutto più chiaro. Come t’ho detto, le monete ritrovate, m’hanno fatto guadagnare una bel gruzzolo, ora con questi soldi si possono fare tante cose, potrei comprare una supercar, di quelle alla Batman, come una Lambo per esempio, o mettermi in vacanza per tutta la vita, ma onestamente, questa sarebbe una scelta che avrebbe fatto il Gregorio di sette otto mesi fa»
«Ti riferisci a prima di questo casino della pandemia?»
«Si, a quando ancora ero invischiato nella miseria personale dell’esistenza, m’ero perso, trasformato dall’alienazione, ridotto ai minimi termini ideologici e spirituali, un essere abietto praticamente!»
«Onestamente Gregò, m’hai fatto pensare a tutti quelli che nel confinamento hanno visto il fondo della loro anima per un secondo e sono rimasti impietriti, senza certezze, come se avessero incrociato lo sguardo della morte»

«Ce stà un mio vicino, Bilotti, è rimasto muto dopo che ha visto la morte in faccia.
«Che ha passato?»
«Un pezzo di comignolo è venuto giù dal tetto, per poco nun ce rimaneva, da allora non ha parlato più, credo però, che già fosse per la strada, il comignolo è stata la goccia, così il Covid, uno specchio, di noi, della società, dei popoli, dei governi, del nostro tempo. Il virus è certamente un problema, presto tardi lo supereremo, ciò che resterà invece, sarà la miseria dell’anima, l’abisso in cui il povero sbrana il povero. Pe’non parlà poi da a’corruzione a livelli assurdi, meglio non parlà dei politici però, perché sennò ce’ntossichiamo sta bella carne e stò sangue della terra che è proprio na’delizia!»

Marco s’alzò a controllare la cottura, girò qualche pezzo, ne spostò qualcun altro, Gregorio si mise a preparare i pomodori, li tagliava a cubetti con estrema precisione, strappò del basilico da un pianta autoctona, foglie carnose, gonfie di linfa, verdi, profumate. Condì il tutto con un filo d’olio vergine, l’estate saliva dall’insalatiera.

«A che stà la carne?»
«Stà bene, ho girato le fettine e so’ quasi pronte, pure le salsicce, giusto se ti piace più abbruciata sennò le tolgo»
«Vai, per me va bene, aggiungi le ali de pollo, così se fanno mentre mangiamo»
«Ce metto pure l’agnello»

Ripresero le rispettive postazioni, salì il rosso nei bicchieri, insetti invisibili seghettavano l’aria pregna di fumo di carne, un piccolo aereo andava in cerca dell’incendio per piangervi il carico.

«Tu invece, a parte er casino dei soldi, come stai messo?»
«No aspè, me devi raccontà prima la fine della storia, della visione, poi te racconto di me»
«Hai ragione, me so perso n’attimo…»
«Il casale, eri arrivato là»
«…Si, o’voglio comprà, voglio comprarlo e intestarlo a una cooperativa, farci i lavori per creare mini appartamenti e lasciare degli spazi comuni. Riattivare la formaggeria, il frantoio, la cantina, una piccola falegnameria. Vorrei che tutte le persone sole, potessero venire a vivere qui, imparare un lavoro. A proposito, si dovrà trasportare la terra e i due alberi dal mio salotto, per metterli in un grande cassone al centro del cortile. È una terra che non va mischiata ad altra terra. Il nostro monumento! Che ne pensi?»

«È una cosa bella Gregò, anche se un pensierino alla Lambo, personalmente l’avrei fatto, ma i soldi so’i tuoi!»
«Mi seguiresti in quest’avventura? Mi serve la tua sapienza d’architetto, ho bisogno di una persona fidata, chi meglio di te? In un certo modo il casale rimane tuo, anche perché vorrei che fossi il presidente della cooperativa»

«Uh Gregorio mio bello, che te possino, c’ho er cuore a mille, ‘stò progetto tuo è ‘na cosa meravigliosa, pare che sei venuto a dare risposte pure a me, in questo momento travagliato. Versa un po’de vino che me devo riprende, gira pure la carne se nun se bruciata già»

Marco allentò il colletto della polo cercando aria, accese la radio, ci voleva un po’di musica, stavano presentando Jarabiun pezzo di Sona Jobarteh & Band, un bel giro di chitarra e di uno strumento tipo arpa, ritmo, Gregorio prese a ballare davanti alla brace, ancheggiava con il bicchiere di vino in una mano e il forchettone nell’altra, attaccò anche il basso, Marco distese le gambe puntandole sui talloni, la schiena spingeva sullo schienale della sedia, bevve. Pensò all’Africa, la bella voce femminile trasportava la mente su dune e deserti, su villaggi e alberi pieni di capre, su frotte di bambini scalzi e mandrie di zebre, quel ritmo, sintonizzava il tutto, come solo la musica sa e può fare. La proposta dell’amico, lo aveva sorpreso, a tratti sconvolto, gli aveva messo in subbuglio l’anima, da tempo rifletteva, sulla necessità di una correzione di rotta, attendeva di poter saldare i debiti per poi mettersi all’opera in questo senso. Gregorio ritornò con un piatto ricco, agnello e fettine di vitello, lasciò a cuocere le costate di maiale e le ali, i grassi esortavano la fiamma in un dialogo sonoro e olfattivo.

«Allora, che dici?»
«Dico che sei un grande, è un onore per me partecipare ad un progetto così alto, certo che t’aiuterò, per il progetto, per i lavori, l’unica cosa che non capisco, perché vuoi che faccia il presidente, quando potresti farlo tu?»

«Perché non voglio apparire in niente, non voglio possedere niente, ci sarò, sarò qui, m’occuperò delle attività, della cooperativa, il fattore che dicevi prima, il colono, Simone, potrebbe entrare nella cooperativa se è fidato!»

«Capisco, si, Simone è una persona fidatissima e conoscendolo un po’, credo sarà solo contento di partecipare. Hai pensato già ad un nome per questa sorta di azienda agricola?»

«Si, Terra Nera, tutto è nato da lì, grazie a lei, terra magica e rivelatrice che ricorda il nero della notte accompagnatrice degli ultimi, nera come l’Africa dalle mille carovane, nera come la mia vita prima, nera come la schiavitù imperialista, nera come la solitudine. Ma da questo nero nasce luce, la bellezza si deve poter condividere, soprattutto se sconfinata. Impareremo ad accogliere la luce poco a poco, è qualcosa che si impara col tempo.»
«Greg, a tratti non ti riconosco, in bene intendo, sei cambiato davvero, m’hai fatto pensare al sogno della rivoluzione, del cambiamento»

«Quale rivoluzione ne Mà, la gente non è pronta, e poi per quale seguito, piuttosto credo che si debba preparare un “uomo nuovo”, una coscienza nuova, sennò s’incappa negli stessi errori del passato, tuttalpiù un cambiamento appunto. Allora ci sei? Quando iniziamo a lavorarci su?»

«È vero, hai ragione, questi me sembrano ‘na banda d’italioti, un “uomo nuovo” come dicevi prima, un uomo migliore, che impari dagli errori, si dovrebbe poter costruire un’alternativa questa illusoria libertà, si dovrebbe ricomincià dalla filosofia, dalla storia, dalla sociologia»
«Forse qui in Italia dovremmo inizià di nuovo dall’educazione civica»

Nun parlamo poi della classe politica, loro pensano a se, hanno perduto l’amore per la Patria, è normale che nun se capisca più niente. Vabbè andiamo avanti, mi chiedevi quando, per i lavori, lasciami sviluppare il progetto, mi devi spiegare bene quello che vuoi fa, lo dobbiamo sviluppare insieme, almeno nella fase iniziale, poi ti sottoporrò la soluzione o le varie soluzioni. C’è da costituire la cooperativa, andare dal notaio e fare tutto con lui, ci potrà consigliare sulla cooperativa, c’è da prevedere un tempo per i lavori e per la preparazione, l’arredamento le attrezzature, gli animali. Ci vorranno un bel po’di piccioli!»
«Non preoccuparti per i piccioli, l’importante è che ci sei!»

«’Nammo a fa’due passi verso la vigna, mo’si stà più freschi, è uscito stò venticello. Prendi la bottiglia!»