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Amarcord

“Mi ricordo come se fosse adesso”, quante volte una frase di questo tipo è stata poi smentita da riscontri oggettivi. La memoria ha molte risorse, non solo quelle di essere perduta o essere di “ferro”, a seconda delle persone e delle situazioni, ma anche di essere qualche volta creativa e inventiva. I ricordi si deformano, si dilatano o si restringono, si colorano e si scolorano, se ne vanno e ritornano, si incrociano e si condensano con altri ricordi, con i sogni, con i film, con i racconti, con la fantasie.

Così nelle riunioni di famiglia quando vengono rievocati episodi di un passato lontano ciascuno ha la sua versione a volte molto diversa da quella di un altro familiare. Nascono discussioni accese dove ognuno difende la propria versione del ricordo, sicuro di dire la verità. “E’ andata come dico io, te lo giuro, la nonna era contraria alla vendita del terreno”, “Ma che dici, la nonna era già morta all’epoca della vendita”, “Ti sbagli, mi ricordo che mi disse...” E su questo tono si può continuare per ore nella convinzione di una sincerità che è solo affettiva. Perché la memoria è fatta di emozioni e di affettività. Non è una semplice registrazione di avvenimenti, né un dispositivo simile a una cinepresa che filma la realtà e la restituisce tale e quale. Ma in fondo anche la cinepresa è un interpretazione e il regista di un documentario sceglie un angolo di visione che diventa un punto di vista, una rappresentazione interpretata. Una manifestazione di protesta politica viene per esempio restituita diversamente da un telegiornale a seconda che siano stati filmati i manifestanti mentre bruciano le macchine e spaccano le vetrine dei negozi piuttosto che i poliziotti mentre picchiano i manifestanti. La restituzione della realtà è infatti sempre un racconto fatto di parole e di immagini, e quindi è una ricostruzione. Nell’esempio appena fatto la ricostruzione segue dei criteri e degli interessi intenzionali ; nei fenomeni soggettivi di deformazione dei ricordi, questo processo non è intenzionalmente cosciente, e la persona è davvero convinta che le cose siano andate in un certo modo. La sua cinepresa personale ha filmato un aspetto, un dettaglio molto soggettivo e poi ha costruito il proprio film a partire da quel particolare e prendendo le distanze da una oggettività, che sarebbe per altro difficile da definire.
L’impronta del ricordo, che chiamiamo traccia mnestica è completamente influenzata dall’affettività e dai conflitti inconsci. La memoria, lungi da essere un serbatoio neutro di immagazzinamento di informazioni, è un luogo in continuo movimento, fermento, subbuglio, dove le informazioni si deformano, si perdono, si creano.
Freud ha studiato i processi psichici che regolano la memoria e ha verificato clinicamente quanto i meccanismi di difesa intervengano nei fenomeni di rimozione, di spostamento, di condensazione e di censura. Così un’esperienza traumatica può essere allontanata dalla coscienza perché insopportabile, tuttavia il ricordo della stessa non sarà perduto ma si trasformerà in un ricordo inconscio e come tale continurà a operare e a influenzare l’universo psichico della persona. A volte una forza pulsionale (un desiderio, un’attrazione....) è talmente inaccettabile da parte della persona che la vive, da non potersi neppure affacciare alla coscienza, la pulsione inconscia prende quindi vie alternative per scaricarsi, come nel caso dei sintomi nevrotici.
Ascoltando nelle sedute dei suoi pazienti il racconto di ricordi di abusi sessuali risalenti alla prima infanzia, Freud si è interrogato sulla veridicità di questi ricordi. In molti casi ha verificato insieme alla o al paziente che tale ricordo era frutto di una costruzione immaginaria : il desiderio inaccettabile di essere oggetto di attenzioni particolari di un adulto è rimosso e convertito nel contrario : non sono io che lo desidero, è lui che mi desidera. La carica affettiva di tale esperienza soggettiva forma così un falso ricordo, un ricordo di difesa di fronte a un conflitto psichico in cui il soggetto è in disaccordo con se stesso, con le regole, con i divieti.
Qualche volta invece, e questo pone degli interrogativi etici su certe pratiche psicoterapeutiche, è possible indurre dei falsi ricordi. La persona “scopre” un avvenimento, per esempio un abuso sessuale, che crede di aver dimenticato, mentre non era mai avvenuto. In America ci sono stati denunce e processi che hanno preso avvio da fenomeni di questo tipo.
Nella sua Autobiografia Freud scrive che nella valutazione della sessualità infantile ha dovuto ricredersi sulla validità oggettiva di alcuni ricordi e conclude dicendo che :
“I sintomi nevrotici non erano collegati realmente a episodi realmente accaduti, ma piuttosto a fantasie di desiderio, (perché) per la nevrosi la realtà psichica è più importante della realtà materiale” (p.51-52)
E’ possibile infatti indurre falsi ricordi, soprattutto quando la persona che favorisce questa induzione rappresenta qualcuno in cui il soggetto ha piena fiducia.
Per esempio sono stati fatti esperimenti con bambini che assistevano a una scena predisposta. Poi si domandava a ciascuno di loro : “Ti ricordi cosa ha detto la signora che è entrata con la borsetta marrone ?” In realtà la signora aveva in mano un quaderno rosso. Dopo un po’ di tempo la maggior parte dei bambini “ricordava” quanto era stato suggerito nella domanda.
Il nostro cervello memorizza solo alcuni elementi e non tutti gli elementi presenti in una esperienza. Restano dei vuoti che sono progressivamente riempiti da quello che abbiamo a disposizione o che troviamo con più facilità attorno a noi, la parola di un altro autorevole o gli stereotipi e i pregiudizi comuni. Per esempio un testimone “ricorderà” che il ladro era una persona di colore, perché il suo stereotipo contempla che i furti sono compiuti più spesso da persone di colore.
L’induzione di falsi ricordi è mirabilmente messa in scena nel capolavoro di Ridley Scott, il film “Blade Runner”, dove degli esseri artificiali, replicanti, sono costruiti in laboratorio e dotati di un’intera memoria di vita passata (infanzia, famiglia, traumi e emozioni) che in realtà non aveva mai avuto luogo. E ancora più drammaticamente George Orwel descrive nel romanzo “1984” una volontà politica di deformazione della memoria dei fatti, con distruzione dei vecchi documenti e costruzione di nuovi, più opportuni alle nuove alleanze dei governanti. Un esempio che dovrebbe farci riflettere anche sulla nostra attualità italiana !
La psicanalisi tuttavia non è un tribunale della verità della memoria e lo psicanalista non si preoccupa di sapere se un ricordo è vero o falso, quello che conta è la verità soggettiva e non quella oggettiva. Il ricordo ha valore di racconto, così come ha valore di racconto il sogno. Quello che interessa allo psicanalista è di decifrare qualcosa dell’inconscio. Si tratta di capire come un ricordo biografico, vero o falso che sia, possa diventare fonte di disagio, origine di un sintomo, di una fobia, di un’inibizione, di una mania di persecuzione...
Le dimenticanze, i lapsus, i nomi che “scappano” o che si hanno “sulla punta della lingua”, sono stati ampliamente studiati dalla psicanalisi, e sono considerati delle preziose vie regie per accedere all’inconscio. Non si tratta di correggere queste produzioni bizzarre, che ci sorprendono o ci irritano, ma di capire attraverso esse, quali meccanismi psichici e quali difese inconsce ci orientano nell’esistenza. In analisi sarà allora possibile isolare e modificare il peso di parole che ci hanno ferito perché dette da qualcuno in un certo modo, o perché, mai pronunciate da chi avrebbe, secondo noi, dovuto farlo.
Ricordare tutto perfettamente e senza sbavature non è dato agli umani, tranne in alcune patologie, come quella degli autistici intelligenti per esempio, che hanno capacità mnestiche superumane. Nel film “Rain Man”, il personaggio rappresentato magistralmente da Dustin Hoffman, poteva leggere l’elenco telefonico e ricordarlo tutto a memoria, dalla A alla Z e al contrario, oltre a poter memorizzare e anticipare tutte le combinazioni del gioco al casinò.
Tale “mostruosa” capacità è tuttavia abbinata a enormi difficoltà nella vita affettiva e sociale, queste persone sono incapaci di iscriversi nel legame sociale, di instaurare relazioni interpersonali soddisfacienti, di accedere alla sessualità, di gestire le emozioni. Possono trovare insormontabile un’attività semplicissima come allacciarsi le scarpe o usare un telefono. La super memoria non è una garanzia di sviluppo armonico della personalità.
Oltre alla capacità di ricordare, si tratta allora di considerare anche la capacità di dimenticare. Per poter amare, per esempio, occorre saper “dimenticare” ogni tanto qualcosa dell’altro che non ci è piaciuto : un’offesa, una sua distrazione, un’inadeguatezza. Essere rosi dal sentimento di vendetta e di rivincita significa non saper mai dimenticare nulla. Essere ingombrati o schiacciati dal peso di ricordi traumatici, non auita a superare la ferita subita. Anche se non si può dimenticate l’avvenimento spiacevole, si può però diluire la rabbia, il rancore, la rivendicazione, con l’aiuto di un certo grado di oblio.
Tutti vorremmo essere ricordati dagli altri in modo positivo e il desiderio di lasciare un bel ricordo di sé rappresenta per le persone anziane la possibilità di continuare a vivere nella mente delle nuove generazioni anche dopo la loro scomparsa. Un aforisma sarcastico di Oscar Wilde dice invece che è solo non pagando i conti che uno può sperare di vivere nella memoria dei commercianti.
Resta il fatto che nessun ricordo è neutro e asettico ; per simpatia o per antipatia le cose, gli avvenimenti e le persone si associano alle nostre rappresentazioni, filtrati dal discorso che li circonda, che li precede e li accompagna.
Per fortuna anche la vita, come la psicanalisi, non è un tribunale e la parola non sempre deve fondarsi su un giuramento di dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Un po’ di sano oblio a volte permette di alleggerire l’aspetto tragico della vita, e di iniettare nella rilettura della propria storia passata, un po’ di comicità e un po’ di gaia invenzione.

Cinzia Crosali, psicologa italiana a Parigi La dottoressa Cinzia Crosali, psicologa clinica e psicanalista, pratica a Parigi. E’ iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Lombardia. Laurea in Psicologia presso l’Università di Padova. Specializzazione in Criminologia presso la Facoltà di Medicina Legale, Università di Milano. DEA in Psicanalisi presso l’Università di Paris 8 (Parigi). DESS in Psicopatologia Clinica presso l’Università di Rennes. Dottorato in Psicanalisi e in Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo e di Paris 8. Riceve su appuntamento e può essere contattata al numero : 06 10 02 77 52 o via mail : Cinzia Crosali.

dimanche 2 janvier 2011, par Cinzia Crosali