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Cinema : la mamma non c’è più

Se si pensa ai grandi classici del cinema italiano, viene subito in mente Anna Magnani, la mamma per eccellenza, che vive solo per i figli ed è disposta a tutto pur di garantire loro felicità e benessere. Ma dov’è finita la mamma italiana per la quale andiamo famosi nel mondo intero ? Di certo nei film prodotti dagli anni ’90 ad oggi, non esiste più. Popolano invece il grande schermo madri assenti, sbadate, isteriche, nevrotiche, frustrate o, peggio ancora, veramente cattive. Immagine o realtà ?

Dal film "Il papà di Giovanna"

Mamme frustrate, che non si accontentano della vita, anche sicura e confortevole, che offre loro il marito ma che cercano l’amore al di fuori delle mura di casa, come Stefania Sandrelli ne “L’Ultimo bacio”, insoddisfatta madre in pensione, o come la protagonista di “Ricordati di me”, professoressa frustrata che voleva fare l’attrice ma che trova il coraggio solo dopo, vedendo la figlia che fa la velina. A volte anche un pochino maldestre nella loro ricerca d’amore : la mamma di “Caterina va in città”, per esempio, non trova di meglio che avere una relazione extraconiugale sotto gli occhi della figlia. E che dire della madre ninfomane di “Anche libero va bene” che, tra una fuga e l’altra, riappare agnelliforme e subisce piagnucolando le accuse che il marito le urla addosso, sempre naturalmente davanti ai bambini.
Tra le mamme sexy e consapevoli di esserlo citiamo Isabella Ferrari in “Un giorno perfetto” tratto dal libro omonimo di Melania Mazzucco, in cui alla protagonista poco giova la sua straordinaria bellezza.
Interessante e un po’ diverso, “Il più bel giorno della mia vita” della Comencini, in cui troviamo tre generazioni a confronto in occasione della prima comunione di una bambina : la nonna (Virna Lisi) che non si esprime perché non è abituata a farlo e le due figlie, una tormentata dai sensi di colpa per la sua relazione extraconiugale e l’altra divorziata, nevrotica, che si innamora di una voce per poi scoprire che è un assassino.
Molte le mamme assenti, la ninfomane di “Anche libero va bene”, appunto, ma anche quelle, che pur presenti fisicamente, almeno per parte della storia, non vedono, non capiscono o delegano a qualcun atro il problema : lo psicologo di “L’amore è eterno finché dura” che dovrebbe risolvere il caso della figlia di Laura Morante, madre isterica e confusa, o quello della mamma in “Come te nessuno mai” che usa l’analista come fosse un’aspirina, ad ogni “crisi” del figlio. Non vedono e non intuiscono la sofferenza dei figli, né vogliono accettare che siano dei “mostri” (“Il passato è una terra straniera”) o comunque anormali (l’omosessualità della figlia in “Riparo”) ma soprattutto madri che coprono con il loro silenzio le malefatte dei mariti-padri. Accade in “Io non ho paura” in cui il bambino scopre che il padre ha rapito e tiene segregato in un pozzo un suo coetaneo o, ancora peggio, del fratello e della sorella de “La bestia nel cuore” ancora di Cristina Comencini, entrambi vittime delle molestie sessuali del padre. La protagonista de “L’amore molesto”, tratto dal romanzo di Elena Ferrante si vendica usando la madre, attribuendo cioè a lei una relazione extraconiugale piuttosto che dire che il vecchio nonno del suo amico abusava di lei, senza capire che facendo portare alla madre la sua vergogna, le rovina la vita e non riesce a vivere la sua.
Un caso un po’ diverso è quello del film “Il Papà di Giovanna” di Pupi Avati che mette in scena una figlia con serie turbe psichiche, adorata dal padre che vede in lei un piccolo genio, mentre la madre non capisce né l’una né l’altro. Sono proprio la protezione e l’amore del padre a portare la figlia ad uccidere la sua unica amica e finire internata in un manicomio – il pover’uomo perde il lavoro, si trasferisce vicino al ricovero della ragazza e piano piano scivola nella pazzia della figlia. La madre, invece, che ha capito fin dall’inizio la malattia della giovane, se ne preoccupa, rimprovera il marito del suo atteggiamento che non fa altro che peggiorare la situazione ma poi, esclusa da questa simbiosi ed impotente, si disinteressa fino a scappare con un altro uomo e far finta addirittura di non riconoscere la figlia.
Il film di Avati, peraltro magnifico, dà un po’ il tono del dibattito sulla questione. “Caos Calmo”, “La Stanza del Figlio”, “Non ti muovere”, “Anche libero va bene”… sono diversi i film contemporanei che hanno come comune denominatore la “vendetta dei papà” : uomini-chiocce, pronti a tutto per star dietro ai figli, anche a passare ore davanti alla scuola della figlia, a perdere il lavoro, qualche volta anche a rinunciare ad occasioni di svago con bellezze mozzafiato (ma solo qualche volta perché in fondo rimangono uomini). Sono loro i Nannarielli del cinema oggi, papà per eccellenza. Le donne invece sembrano esitare tra l’essere madre e l’essere moglie (o amante), tra il lavoro e la famiglia, tra la libertà e la sottomissione e in generale il ritratto che ne esce non è prorio lusinghiero. Certo ai tempi della Magnani la scelta era semplice e binaria : o mamme e mogli perfette o zoccole. Così imponeva la società dell’epoca – ogni minimo sgarro era giudicato e socialmente punito, tutto bianco o tutto nero. Oggi invece le donne sono anche lavoratrici, capifamiglia, istruite, politicizzate… ed è questa polivalenza della donna che cerca di restituire il cinema, in tecnicolor. Forse tra qualche decennio anche i papà saranno a colori.

dimanche 22 mars 2009, par Patrizia Molteni, Tiziana Jacoponi