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Cinéma, spaghettis, classe ouvrière et immigration

Per chi, come la scrivente, è abituato alle sale parigine, andare al Festival del Film di Villerupt è ancora oggi un’esperienza spaesante e straordinaria. Invece di trovarsi in fila con cinefili, “officiel du spectacle” in mano che parlano delle ultime uscite e pontificano sulle influenze di tal o tal altro grande maestro, ci si trova in mezzo a gente normalissima, famiglie intere, contente di ritrovarsi anno dopo anno, che parlano di tutto, delle novità familiari ma anche di cinema, con parole molto meno pretenziose ma con grandissima competenza.

Jean-Marc Leveratto, nel suo libro Cinéma, spaghettis, classe ouvrière et immigration, ci spiega perché, partendo dalla sua esperienza (anche lui è figlio e nipote di italiani della Lorena) e dalle sue ricerche : è docente di Sociologia all’Università di Lorena e direttore del più grande laboratorio di ricerca in Scienze umane, specialista in Sociologia della cultura (cinema e teatro).
Una delle cose importantissime che questo volume fa e di rivendicare il piacere e la memoria del cinema, vettore anche di integrazione e di identità, al di là di pregiudizi e stereotipi, di origini geografiche e sociali, di appartenenze ideologiche o religiose.
Il volume è diviso in 5 parti. La prima è dedicata al contesto storico dell’immigrazione italiana e al ruolo del cinema nella memoria familiare e operaia. Significativo l’aneddoto di Nicolino, nonno dell’autore, arrivato in America da un paesino del pescarese (Abruzzo) nel 1905 e costretto, come gli altri migranti, a lunghi periodi di disoccupazione durante i quali si rifugiava al cinema (all’epoca un solo biglietto permetteva di rimanerci fino alla chiusura) facendo provviste di banane, economico e nutriente palliativo ai pasti, con grande disperazione del gestore del cinema che diceva “Ascoltate figli miei ! Non posso lavorare con voi che state qui tutto il giorno” Oltre ad essere divertente e segno della tipica auto-derisione italiana che “scimmiotta” - è il caso di dire - le pene dei migranti, l’aneddoto serve a Leveratto per introdurre il ruolo sociale del cinema per combattere la noia e la solitudine, quello di integrazione - attraverso l’empatia con gli italiani di celluloide -, quello della creazione di una cultura popolare del cinema, di una sua memoria e di una sua funzione nel cambiamento di mentalità (così come lo è stata la televisione in seguito).
Nella seconda parte, dal fantastico titolo “Le rôle des spaghetti dans le jugement esthétique”, l’autore parte dalla nozione di “magia” della cinematografia, rifacendosi al concetto gramsciano di “neolalismo”, “quella magia tipicamente moderna di una trasmissione emotiva capace di sormontare le barriere linguistiche, culturali e sociali”.
Il Festival di Villerupt è stato creato da un gruppo di giovani, primo fa tutti Jean-Paul Menichetti, sostenuto da Jacques Maccharini e Antoine Compagnone, per finanziare un loro film, l’“Anniversaire de Thomas”, uscito poi nel 1982. Il successo del Festival si basava tra l’altro sulla pasta, fatta dalle mamme e dalle nonne : un incontro culturale all’insegna di due film “cult” – “C’eravamo tanto amati” e “Pane e cioccolata” – ma dove la convivialità attorno alla cucina italiana giocava un ruolo fondamentale, quello di ritrovare l’atmosfera italiana della loro infanzia e la memoria collettiva dei luoghi. Il successo del Festival e l’uscita del film allontaneranno poi parte dei fondatori e la nuova équipe cercherà di porre in secondo piano l’aspetto “folkloristico” del Festival per privilegiare una programmazione cinematografica degna dei migliori festival. In un’intervista del 2009, Oreste Sacchelli, direttore artistico del Festival, mi aveva espresso lo stesso concetto : dovevano lottare per essere considerati come il vero e proprio Festival del Film italiano quali sono, sopprimendo o per lo meno sminuendo al massimo la parte folkloristica e conviviale.
Interessante l’interpretazione di Leveratto sul film “Pane e cioccolata” con Nino Manfredi nelle vesti di un emigrato in Svizzera : mi aveva divertito alla sua uscita, quando ancora di emigrazione non sapevo nulla, mi aveva disgustato e indignato molti anni dopo, da residente all’estero. Leveratto invece interpreta, attraverso la gestualità elegante e l’uso del corpo di Manfredi e con la parodia di alcune scene passate alla storia, l’importanza di questo film nella memoria collettiva italo-estera e quanto abbia agito sulla coscienza dei migranti. Da rivedere quindi, memori di questa interpretazione.
Non potevano mancare le donne cui è dedicato il III capitolo del volume, al loro ruolo nella trasmissione della cultura e alla loro immagine nei film, che ha seguito (o a cui è seguita ?) l’emancipazione femminile, mentre la quarta parte è dedicata all’immagine dell’italianità nel cinema hollywoodiano e la quinta, a conclusione di questo interessantissimo saggio, tira le fila sul cinema come “piacere”, rivendica una cultura operaia e popolare e il diritto alla diversità contro una sorta di globalizzazione che sfrutta i “soliti ignoti” a fini commerciali senza riconoscere loro alcuna competenza artistica o etica.
Avviso ai naviganti : il volume è estremamente documentato ed erudito ma, un po’ come il Festival di Villerupt sa combinare alta qualità e volgarizzazione, vissuto locale e valori universali. Una lettura piacevole ed istruttiva.

Cinéma, spaghettis, classe ouvrière et immigration
Di Jean-Marc Leveratto
Ed. La Dispute 15€

samedi 16 mai 2015, par Patrizia Molteni