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Cittadini mobili : un tema di attualità

L’aria attorno alla nuova emigrazione è decisamente effervescente in questo periodo. Il 21/22 marzo, a Bruxelles, il PD locale ha invitato a dibattere associazioni ed esperti sul tema da tutta Europa, preparando un’ottima bibliografia che vi invito a scoprire sul loro sito. Venti giorni dopo le ACLI delle Marche organizzavano, con FILEF e Istituto Fernando Santi, il convegno “Giovani e nuova emigrazione fra diritti negati e progetti di vita”. Da qualche giorno è on-line il questionario organizzato dalla Regione Emilia-Romagna e l’associazione Italents “Emigriamo di nuovo ?” (http://emilianoromagnolinelmondo.regione.emilia-romagna.it/emigriamo-di-nuovo ) destinato a conoscere gli emiliano-romagnoli nel mondo, a luglio ci saranno gli Stati Generali dell’Associazionismo all’estero, al quale parteciperanno anche associazioni con un’ampia presenza di volontari della nuova emigrazione (La Comune del Belgio, Exbo, Libera).
Il fenomeno è ormai impossibile da minimizzare, come si faceva, oscurandolo sotto la pesante e vaga coperta retorica del “cervello in fuga” fino a qualche anno fa, e finalmente molti ricercatori e docenti si affezionano al tema arricchendolo di svariati punti di vista.

L’ISTAT parla di 82.000 cancellazioni dalle anagrafi per l’estero di cittadini italiani nel 2013, 21% in più dell’anno precedente, la cifra più alta degli ultimi 10 anni. E, come sappiamo, qui si parla soltanto dei dati disponibili tramite il cambio di residenza, cioè la famigerata iscrizione all’AIRE, che in tanti non fanno. Tanti quanti ? Cifre indicative si rincorrono tra sondaggi realizzati dai quotidiani (Repubblica e Il Fatto Quotidiano), stime ricavate da campioni statistici (CENSIS), comparazioni tra i dati AIRE e le eventuali immatricolazioni dei paesi ospitanti (per esempio il NINO - National Insurance Number- inglese). Tutte sembrano poter esprimere che meno della metà degli emigrati effettivi si iscrivono all’AIRE.
I seminari, gli studi, i confronti, ci permettono di tratteggiare un fenomeno che in un certo senso si sottrae allo sguardo politico e istituzionale italiano. L’emigrato che non si iscrive all’AIRE è impossibile da seguire, da conoscere, da sollecitare. La politica italiana e le sue istituzioni facilmente perdono interesse per quei cittadini che scelgono di lasciare la propria terra e che spesso (come anche le recenti elezioni dei Com.It.Es. hanno dimostrato) hanno anche poca inclinazione a far sentire essi stessi la propria voce.
Le preziose informazioni scientifiche raccolte da volonterosi nei seminari e dibattiti, quindi, sono un’isola in mezzo al mare, lontana, da una parte, dalla possibilità di circoscrivere l’insieme effettivo degli emigrati, dall’altra dalla possibilità di trasformarsi nella spina dorsale di una rivendicazione che produca cambiamento, persino quando la riflessione si colloca in maniera strutturata all’interno di partiti politici. C’è chi per smuovere la situazione avanza l’argomento legato allo spreco delle risorse, contando, forse, di far leva sul senso di colpa di chi parte, o sullo sdegno di chi resta.
Secondo i calcoli dell’OCSE istruire un giovane costa 6.000 euro all’anno nella scuola materna ; 8.000 euro l’anno nelle scuole elementari ; 9.000 euro l’anno nelle scuole medie (inferiori e superiori) ; 10.000 euro l’anno all’università. Per ogni laureato che emigra, quindi, evaporano 160.000 euro.
Se consideriamo che l’ISTAT conta 13.000 laureati che nel 2013 hanno lasciato l’Italia (il saldo tra i 19.000 che sono partiti e i 6.000 che sono rientrati), le moltiplicazioni lasciano a bocca aperta.
A parte qualche tentativo di borsa di studio o riduzione delle tasse per chi rientra anche temporaneamente, però, le azioni pubbliche stentano ad assumere uno sguardo d’insieme sul fenomeno che, nel frattempo, a causa della crisi, è tornato ad interessare fette ampie della popolazione, fino a - finalmente, dico io - stemperare la retorica del cervello in fuga.
La retorica del cervello in fuga è stata grandemente dannosa per diverse ragioni : prima di tutto perché per anni ha fatto il gioco di chi, adducendo gli scarsi fondi disponibili per le università, archiviava il problema prima di aver fatto lo sforzo mentale di immaginare che magari esistono cervelli che si applicano anche negli ambiti dell’innovazione e della creatività, non solo in quelli dell’accademia. Poi perché con il continuo peana sull’allontanamento di questi figli della patria, si è evitato di porre l’accento sul problema vero : la mancanza di attrattività del nostro paese per chiunque, italiano o straniero, che voglia realizzarsi o, per lo meno, vivere dignitosamente. Nella ricerca realizzata dal CENSIS l’anno scorso è sconsolante vedere come tra le ragioni della partenza, per molti giovani, ci siano risposte come “la corruzione”, “l’inadeguatezza della classe dirigente”, “la barbarie culturale” o anche “l’impossibilità di poter vivere serenamente le mie scelte affettive”.
Ancora, la retorica dei cervelli in fuga e il suo corollario di pietismo, ha provocato spesso e volentieri un muro tra chi parte e chi resta, come se, per colpa di questo fluire di parole in libertà, chi partiva si sentisse tacciato di abbandonare la nave che affonda, e chi restava si sentisse perennemente quello che sacrifica i propri sogni e vive di compromessi.
Infine, per anni parlare di “cervelli” ci ha impedito di vedere le persone. I legami sociali da cui si allontanano per vivere all’estero, il contributo associativo che disperdono, spesso, purtroppo, il potenziale di cittadinanza attiva che si sterilizza, non avendo più radici.
Le cure per uscire da questo dipinto a tinte fosche, a mio parere, sono essenzialmente due, legate tra loro.
Prima di tutto evitare di cadere nella tentazione tanto di moda di considerarsi “cittadini del mondo”, il cui rovescio della medaglia è non essere cittadino (con diritti e doveri) di nessun luogo. Siamo cittadini italiani, forse francesi, senz’altro europei.
Incastonati in questa realtà che i nostri avi hanno costruito per noi, abbiamo l’occasione storica di trovare il nostro posto e le nostre battaglie, con lo sguardo rivolto al mondo intero, e con il desiderio di custodire e far crescere questo pezzo di terra da 500 milioni di persone che ci è toccato in sorte, che è l’Europa.
Se l’orizzonte europeo è la prima ricetta, la seconda è quella di far sentire la propria voce, per creare un ponte da un lato tra l’isola della ricerca e la nostra realtà quotidiana. E, dall’altro lato, forti di questa connessione, avere una voce forte e chiara per costruire un ponte anche verso le istituzioni e scuoterle dal loro torpore.
I progetti appassionanti non mancano e ciascuno può trovare il suo. Lottare perché i diritti dei cittadini “mobili” siano rafforzati (con sanità, contributi e anagrafe che siano al passo coi tempi), lavorare con le altre comunità di cittadini europei residenti in Francia, moltiplicare le occasioni di scambio culturale e commerciale con l’Italia per favorire la sua internazionalizzazione. Per nostra fortuna, la comunità attorno a Focus In è particolarmente attiva in tutti questi campi, e vi basterà sfogliare queste pagine o quelle del prossimo numero per aderire con slancio alla vostra prossima avventura civile !

dimanche 24 mai 2015, par Maria Chiara Prodi