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Concorsi pubblici ovvero macchine da guerra

Uno dei modi per ottenere il sospirato “posto fisso” nella Pubblica Amministrazione o cambiare lavoro o passare di grado è quello di fare un concorso pubblico per titoli ed esami, uno di quei concorsi che vengono banditi con il contagocce e che diventano così avvenimenti epocali.

Sì, perché ne viene bandito in media uno ogni 10 anni se non di più, e parlo di quelli per ispettori della pubblica istruzione o addetti culturali negli istituti di cultura o ancora quelli per dirigenti scolastici, quelli per entrare di ruolo come insegnanti ormai non sono neanche più contemplati.
Per far fronte alla marea di domande degli aspiranti, i nostri ministri si sono inventati la preselezione a test, ovvero un mini concorso da cui estrarre gli eletti che parteciperanno al concorso vero e proprio.
L’ultimo a cui ho voluto partecipare è quello per dirigenti scolastici, cioè, per dirla all’antica, per presidi.
42000 domande per 2325 posti in tutta Italia. Tutte le procedure di iscrizione e valutazione vengono fatte on line per risparmiare tempo e per velocizzare i tempi.
Ogni volta la difficoltà aumenta. Questa volta, per esempio, i candidati dovevano prepararsi su una base di 5000 quesiti su 8 argomenti diversi da cui sarebbero poi stati estratti i 100 quesiti finali da fare in 100 minuti. In pratica bisogna essere un campione di quiz televisivi per riuscire a ottenere le 80 risposte esatte che permettono l’accesso al concorso vero e proprio.
Le 5000 domande su cui prepararsi sono state pubblicate un mese prima del concorso ma, ahimè!, vi erano ben 900 risposte errate, della cui esistenza è stata data notizia una settimana prima della preselezione. Viene da chiedersi: possibile che i curatori non se siano accorti prima?
Il giorno della prova tutti i candidati sono convocati alle 8, in varie scuole, divisi per regione e in ordine alfabetico. Dopo l’ennesimo controllo dell’identità, si viene ammessi in sala ad aspettare per ore: sì, perché il questionario e il materiale arrivano da Roma e lì vanno rispediti e che tutte le strade portino a Roma lo si diceva ai tempi dei Romani quando giravano in carri e birocci e sicuramente non dovevano dispacciare testi d’esame in tutto l’Impero.
La prova comincia in tutta Italia alle ore 12, il tempo di far arrivare le famose domande.
I concorrenti si trovano a dover consultare una specie di elenco telefonico rosso, scritto in caratteri lillipuziani su carta riciclata, a sfogliare nervosamente le pagine alla ricerca prima del quesito, che ovviamente non è in ordine numerico, né tematico, né alfabetico ... forse non è neanche in un ordine, tout court. Una volta individuato, si sceglie la risposta e si trascrive su un apposito foglio delle risposte, senza sbavature, pena annullamento. Poi si cerca il secondo quesito e via di seguito. 100 minuti per 100 domande, un minuto per ogni risposta, 60 secondi che devono includere anche lo sfoglio dell’elenco telefonico.
A tempo scaduto i fogli vengono sottratti brutalmente e implacabilmente dai poveri colleghi costretti a fare i sorveglianti cattivi dei concorsisti indisciplinati e rumorosi. Non si può portare via il librone rosso come souvenir di questa memorabile giornata.
E se questa è l’Italia, la Francia è tutt’altra cosa. Ogni anno viene bandito un concorso a cui partecipano gli aventi diritto. Non ci sono maratone né questi malefici test che attestano le competenze, o così pare. Un altro mondo, vi assicuro.

giovedì 8 dicembre 2011, di Tiziana Jacoponi