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Dalla prepotenza del bullismo alla prepotenza del disagio

Il termine del bullismo è entrato nel nostro vocabolario per indicare una situazione che da sempre, forse in forme diverse, si manifesta in ambiente scolastico. Si tratta della manifestazione della voglia di intimidire e dominare esercitata da uno o più soggetti nei confronti di soggetti più deboli. Le vittime vivono situazioni di grande svalutazione, di paura, di sofferenza e sono in una posizione di impotenza. I prepotenti sono sempre esistiti, le manifestazioni di aggressività e sopraffazione sono componenti con cui la scuola ha sempre dovuto confrontarsi. Che cosa è cambiato allora dal tempo del terribile Franti del libro Cuore di ottocentesca memoria al tempo del bullo moderno ? Che cosa distingue il bullo dallo spavaldo o dallo sbruffone ?


Un autore che in Italia ha lavorato molto sul fenomeno del bullismo, Nicola Iannaccone1, ha isolato tre elementi : l’intenzionalità, la sistematicità e l’asimmetria del potere tra il bullo e la vittima, quali fattori preponderanti che ci permettono di distinguere il bullismo da altre forme di aggressività e di violenza. Egli ha indicato anche le due forme di bullismo più evidenti : quello diretto (atti), verbale (parole) e quello indiretto (isolamento, l’evitamento, i pettegolezzi, le dicerie).
Attorno al bullo e alla vittima, c’è il gruppo dei pari, ci sono i compagni con i loro ruoli differenti e significativi : c’è l’aiutante (il seguace, che agisce sotto la protezione e la direzione del bullo), c’è il sostenitore (che lo incoraggia ridendo, incitandolo, o semplicemente stando a guardare), l’esterno (che non prende posizione) e il difensore della vittima.
La molteplicità dei ruoli assunti dai ragazzi ci fa capire come il bullismo sia un fenomeno di interazione sociale e come non si possa ridurlo al problema del singolo ragazzo. Per esempio nel gruppo classe o in un generico gruppo scolastico il ruolo degli assistenti o dei sostenitori è fondamentale perché influisce fortemente sul rinforzo del comportamento aggressivo. Per esempio : ridere, stuzzicare o istigare il bullo affinché passi all’azione, senza coinvolgersi direttamente, ma godendo dello spettacolo, in forma passiva (senza sporcarsi le mani, e senza rischiare una punizione) è una posizione attiva e altrettanto problematica di quella del bullo. L’interazione sociale ci interessa, perché su di essa si potrà intervenire per innescare il cambiamento. Infatti occorre agire su due versanti, nei confronti del singolo ragazzo e nei confronti dell’intero gruppo, per poter incidere e modificare le dinamiche relazionali che a loro volta influenzano i comportamenti individuali.
L’intervento inoltre dovrà avere una continuità nel tempo. Esso non può limitarsi a un intervento specialistico puntuale, come potrebbe essere la conferenza di un esperto, ma sarà un obiettivo transdisciplinare in cui tutta la scuola e tutti i professori e i genitori dovrebbero essere coinvolti. Si tratta di ridurre, combattere e prevenire il fenomeno del bullismo tramite l’acquisizione di una consapevolezza della responsabilità di ciascuno, rispetto al clima sociale del gruppo classe e della scuola.
I momenti di confronto in cui i ragazzi possono esprimersi sul problema dell’interazione di gruppo, potranno essere programmati, ma potranno anche essere realizzati durante lo svolgimento delle lezioni curriculari abituali. Alcune materie si prestano particolarmente : lo studio della storia è un’occasione per riflettere sui fenomeni di oppressione e sfruttamento operati da certi gruppi sociali nei confronti di altre popolazioni. Ma anche lo studio della letteratura, dell’arte, della geografia economica, può essere attraversato da continui riferimenti alla convivenza responsabile e al rispetto interpersonale. Ogni momento del processo d’insegnamento-apprendimento può essere un’occasione di riflessione rivolta a migliorare le abilità socio-affettive e comunicative degli alunni.
Uno degli obiettivi sarà allora quello di utilizzare il gruppo-classe come una risorsa per isolare e neutralizzare i comportamenti aggressivi.

La gestione del conflitto

Si tratta inoltre di educare i ragazzi alla gestione del conflitto. Questo obiettivo riguarda la scuola e riguarda soprattutto i genitori. Non è facile insegnare come comportarsi di fronte a un conflitto, perché questa è una questione che riguarda ciascuno di noi adulti, nella nostra vita quotidiana. Il conflitto non è un’anomalia da evitare, come un isolotto pericoloso da circumnavigare senza toccare. Il conflitto è un elemento normale delle relazioni umane. La ricerca delle soluzioni attraverso il confronto dialettico è la via adeguata per affrontare la situazione conflittuale. Solo così il conflitto diventa un’occasione di crescita.
Non possiamo pretendere dai nostri ragazzi una capacità innata di gestire i conflitti quando e se noi adulti ci mostriamo disarmati oppure collerici di fronte ai conflitti della nostra vita di adulti. I processi di identificazione portano spesso i ragazzi a riprodurre il mondo degli adulti, a agire e a trasferire nel gruppo classe le tensioni che assorbono dall’ambiente in cui sono immersi. Così assistiamo a volte a tentativi di “manipolazione” da parte di ragazzi che tendono a mettere gli adulti in opposizione fra loro. Un genitore contro l’altro, un professore contro un altro professore, il preside contro un professore, genitori contro i professori o viceversa…. Spesso si tratta di tentativi di “controllo” dei conflitti mediante l’esercizio di un potere esercitato sulle relazioni dei “grandi” da cui ancora i ragazzi dipendono. Una modalità che serve a corto-circuire il controllo e il potere dell’adulto, indebolendolo nel suo equilibrio relazionale.
Una situazione grave per la vita scolastica è quella in cui il bullo e il gruppo dei suoi sostenitori “riesce” a far diventare “vittima” un adulto significativo, per esempio un insegnante. A volte anche qualche genitore si sente “preso in ostaggio” dal proprio figlio.

Il disagio

Ho intitolato questo articolo “dalla prepotenza del bullismo alla prepotenza del disagio”, perché è sul disagio giovanile che vorrei soffermarmi. Sappiamo che l’adolescenza è sempre stata il periodo della crisi, dei problemi, delle difficoltà. Eppure il disagio giovanile della nostra epoca sembra dilagare e aver assunto una dimensione particolare e nuova, sembra esprimersi con una prepotenza inedita. Viviamo in un’epoca in cui i cambiamenti sociali hanno introdotto una rivoluzione nei riferimenti simbolici e nei capisaldi tradizionali che hanno retto l’organizzazione sociale per molto tempo e in una forma abbastanza costante. L’autorità degli adulti, (genitori, insegnanti, educatori) non è mai stata tanto in crisi come nella nostra epoca. Più che il declino dell’autorità genitoriale vorrei qui mettere l’accento sul ruolo delle promesse chimeriche del discorso dominante in cui siamo tutti immersi. Viviamo in una società che promette il benessere, la riuscita, il successo, come beni di diritto che devono essere conquistati ; “ se vuoi puoi” è lo slogan diffuso, a tal punto che la minima mancanza di riuscita è vissuta come fallimento irreparabile e intacca profondamente l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità. Non essere bellissimi, simpaticissimi, vincenti, spiritosi, efficaci, brillanti, è vissuto come tara personale, vergogna da nascondere e insufficienza della personalità.
Immagini reali e ideali
I ragazzi adolescenti sono abitati da un reale biologico che agisce nel corpo e da un reale legato alle sensazioni, forti, inedite, sconosciute. Sono preoccupati da questa necessità di dover lasciare, abbandonare, il mondo dell’infanzia per trasferirsi in un altro mondo. Sono meno ricettivi al “sapere” trasmesso dall’altro a causa di questa perturbazione, una perturbazione pulsionale che riguarda il risveglio della loro sessualità. C’è una sessualità infantile che si riattiva in età adolescenziale. Alcuni riescono a sublimare, e riescono a capire che il sapere, la cultura può aiutarli a collocare le loro pulsioni in qualche cosa che permette loro di saperci fare un po’ di più con l’enigma della loro vita. Altri non ci riescono e istaurano delle posizioni di silenzio e di sofferenza da cui nascono i sintomi adolescenziali, altri ancora scelgono i comportamenti a rischio, le provocazioni, o il rigetto.
Gli episodi di violenza sono dei passaggi all’atto che mostrano quanto il processo di separazione-individuazione sia compromesso. Quella raggiunta dal ragazzo sarà allora una falsa-separazione che non gli permette di costruire relazioni stabili. Il problema è che spesso in questi casi la minima discrepanza, la minima differenza, (tra l’io e l’ideale dell’io) risulta insopportabile e il modo più rapido per eliminare la frustrazione e la sofferenza è quello di eliminare la causa della differenza. I ragazzi incapaci quindi di gestire la non identità tra l’immagine ideale e l’immagine di sé, reagiranno con aggressività nel tentativo di annullare questa discrepanza inassumibile.
E’ in questo senso che si collocano anche i fenomeni di bullismo : tentativi di affermare un’identità, là dove la costruzione della propria soggettività è zoppicante. Anche la vittima che non fa nulla, tranne lamentarsi, per uscire dalla sua posizione, trova paradossalmente una forma sintomatica di appagamento, in quanto trova nella sua posizione una forma di identità con la quale definirsi ; e questo per il soggetto è più rassicurante che non definirsi affatto.
E’ importante che noi adulti non consolidiamo e non cristallizziamo queste posizioni. Non dovremmo rivolgerci ai ragazzi partendo dal ruolo che occupano (bullo, sostenitore, aiutante, spettatore, vittima) considerando questo ruolo come se fosse una caratteristica costituzionale, ma dovremmo accompagnare la riflessione del ragazzo sul come è arrivato ad assumere quella falsa-identità. Si tratta di far capire al “bullo” che quello che si condanna non è lui in quanto soggetto, ma è il suo comportamento. E’ etichettante dire al ragazzo “Sei un bullo” perché è una formula che tocca l’identità, mentre l’espressione “stai facendo il bullo” apre ad altre possibilità di “essere” e non riduce il ragazzo all’identificazione con l’etichetta.

Le provocazioni e gli insulti

L’adolescente provocatore, non è facile da gestire. Nelle provocazioni verbali, l’adolescente cerca i limiti al mondo simbolico. La carenza di questi limiti lo spinge a esagerare, così il ragazzo si lancia nelle condotte a rischio, per stappare un po’ di consistenza all’enigma della sua esistenza. Per alcuni, la rivendicazione imperiosa e la provocazione sono il solo modo di creare legame sociale e acquisire un ruolo, un’emancipazione dall’autorità genitoriale. L’adolescente vuole essere riconosciuto e lo fa in modo paradossale, per affermare il suo valore e il senso della sua esistenza. Nella stessa forma paradossale, l’adolescente chiede con insistenza il rispetto. Rivendica il rispetto, pur non riuscendo, lui, a rispettare né i coetanei, né gli adulti.
La domanda paradossale di rispetto che è formulata dagli adolescenti, “voglio essere rispettato/a”, benché correlata a una condotta irrispettosa, non può essere ignorata. L’ingiunzione tradizionale : “rispetta gli altri e sarai rispettato” non è più sufficiente a garantire una stabilizzazione della crisi adolescenziale. Invece di rispondere nella forma “a specchio”, e di usare la stessa modalità degli adolescenti, cercheremo di ritrovare il senso della parola e dell’ascolto.
L’adolescente non tollera nessuna opacità, rivendica una presunta “autenticità” e trasparenza, crede di poter dire tutto quello che gli passa per la testa, anche l’insulto, rivolto al compagno o all’insegnante, secondo la nota giustificazione : “se io penso una cosa, devo dirla” . Non useremo quindi anche noi la stessa formula. Si tratta di capire da dove viene questa aggressività e a chi è rivolta. In molti casi l’adolescente insultando l’altro, insulta in realtà se stesso. Opera nell’insulto una proiezione, che è un meccanismo difensivo. Proietta nell’altro le sua parti negative e insopportabili e le attacca per distruggerle.
Lo aiuteremo allora a distinguere tra la possibilità di pensare qualcosa e la possibilità di dirlo. “Tu pensi questa cosa, ma non sempre hai il dovere o il diritto di dirlo. Non sei tenuto a dire tutto quello che ti passa per la testa. Non si può dire tutto, questo non è possibile ”.
E’ vero che a volte è necessaria la punizione perché c’è una vita sociale del gruppo, ma noi sappiamo che la punizione non sempre serve a ricostruire il ragazzo.
Nei limiti della convivenza dobbiamo accettare che per un tempo, il tempo di questa transizione, ci siano momenti in cui la “domanda di rispetto” veicoli una contraddizione : essa contiene il desiderio di essere autonomo e nello stesso tempo è ancorata all’esigenza di dipendenza. L’adolescente chiede all’adulto di considerarlo qualcuno di rispettabile, ma la forza che lo spinge a separarsi dall’adulto, a sdoganarsi dalla sua influenza, gli fa considerare la sua stessa domanda come una posizione di debolezza, e l’arroganza con cui si propone, in certi momenti, trasmette lo sforzo conflittuale di volersi disfare di questa debolezza. I ragazzi hanno voglia di imparare a partire dall’altro. A partire dal desiderio dell’altro nei confronti del sapere. Saper trasmettere il sapere non è cosa semplice. Non basta per il professore avere delle competenze in una materia, gli insegnanti sanno quanto sia importante saper occupare la scena della classe con il proprio corpo, con la propria voce in un modo speciale. Sanno come sia importante dare ai ragazzi il gusto della parola e dell’ascolto facendo circolare la voce di ciascuno. E’ importante allora aprire luoghi e spazi dove i ragazzi possano parlare del loro disagio, di ciò che li spinge in modo incontrollabile all’insulto, alla provocazione, all’opposizione. Le parole a volte sono armate, e gli adulti possono offrire ai ragazzi l’occasione di deporre le armi, di disarmarsi un po’, e di incontrare la “parola piena” del confronto e dell’invenzione.
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[11 Iannaccone Nicola, “Il fenomeno del
bullismo”, in Stop al bullismo, edizioni La Meridiana, Milano 2005 .

mercredi 15 octobre 2014, par Cinzia Crosali