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Tunisini di Lampedusa

Dalla rivolta dei gelsomini alla "collina rossa" della Villette

Centinaia di tunisini sono stati parcheggiati al parco della “Butte Rouge” di Porte della Villette e nei giardini al di là del viale periferico est. Sono arrivati da Lampedusa. Nessun aiuto da parte delle istituzioni francesi. Anzi, la maggior parte di loro sono stati presi nelle diverse “retate” oganizzate dalla Prefettura di Bobigny. Abbiamo voluto capire, da expat a expat, come vivevano questa emigrazione forzata.

Foto di Matteo Pellegrinuzzi Seguiamo in diretta sul sito dell’Espresso il viaggio di Fabrizio Gatti che con Abdellah e Mahrez cerca di raggiungere Parigi. Nel formato cartolina virtuale (la lunghezza dei messaggi è limitata dalla modalità di comunicazione : gli sms), Gatti ci racconta un’odissea che ricorda quella degli italiani all’inizio del secolo scorso, con valichi attraversati a piedi per evitare i controlli di polizia, la paura, la fame, la speranza, la voglia di arrivare da qualche parte, di fermarsi.
Ci raccontano le stesse avventure i tunisini che incontriamo alla Porta della Villette, tutti con lo stesso percorso : Lampedusa, Catania, Bari, Ancona, Bologna, Ventimiglia, Nizza. Tutti uomini, la maggior parte appena ventenni, c’è anche un ragazzino di 13 anni, da solo. Capelli ricci, occhi ridenti o cupi, puliti, vestiti meglio di tanti giovani europei, gli incappucciati con il cavallo dei pantaloni al ginocchio tanto per capirsi.
Miloud, tunisino residente in Francia da quasi una vita, li porta tutte le mattine ai bagni pubblici, arriva con le magliette di ricambio, cerca di aiutarli come può. “Li chiamano ‘i camminatori della notte’”, ci spiega suo figlio, trentenne, accento più francese di un francese, “di notte camminano da una porta all’altra della periferia est, fa troppo freddo per dormire fuori. Quando spunta il sole si fermano e si riposano sull’erba”. Altri, imprenditori, associazioni o famiglie, vengono con pentoloni di cibo e lo distribuiscono. Sabri ci spiega che in Francia lo Stato è assente : se non fosse per i connazionali residenti a Parigi nessuno si occuperebbe di loro. L’Italia è molto meglio, dicono unanimi. Almeno lì sono stati accolti in un centro, avevano da mangiare, li aiutava la Croce Rossa, che è comunque un organismo istituzionale, la gente locale li ha sempre trattati benissimo. Gli hanno persino dato un permesso di soggiorno temporaneo, che ci mostrano fieri.
Il momento dei pasti è quello più mediatico, arrivano i giornalisti, con telecamere e macchine fotografiche. Non vogliono essere fotografati, hanno paura di essere riconosciuti e poi non sono fenomeni da baraccone. Spiego che siamo italiani, che vogliamo capire, da “expat” anche noi, cosa possiamo fare. Si forma un gruppo, ci ascoltano. Un signore più maturo dice molto chiaramente : “vogliamo due cose : un tetto, un foyer, dove possiamo essere accolti tutti e un permesso di soggiorno di uno o due anni”. Diritti fondamentali dell’Uomo, quelli di poter avere un tetto, da mangiare e da bere, quello di poter circolare senza sentirsi braccato. Il signore ce lo dice come se stesse chiedendo l’impossibile, gli altri annuiscono, serissimi.

Le retate della Villette


Foto di Matteo PellegrinuzziLa realtà dei giorni successivi dà loro ragione. Nei momenti dei pasti non sono più i giornalisti a venire ma la polizia. Ci sono retate tutte le sere, decine e decine di fermi.
Il permesso italiano non è riconosciuto qui, ci spiega il giorno dopo il loro arresto, l’avvocato Samia Maktouf, che sta seguendo la vicenda franco-italo-tunisina. “Sui 70 in stato di fermo, 60 rimangono in custodia preventiva”. Con un’assurdità giuridica : non possono annullare il decreto di rimpatrio ma non possono neanche rimandarli a casa : “è gente che è salita su un barcone, senza neanche il passaporto e se non si sa da dove vengono non si sa dove rimpatriarli. Le autorità tunisine e il consolato di Tunisi a Parigi non si stanno occupando di far aver loro le carte per il rimpatrio, anche perché non ci sono i fondi per farli tornare”. Maktouf racconta la storia di Moez, accompagnato alla frontiera italiana con una scorta di 7 persone e 3 macchine, un viaggio, commenta l’avvocato, “pagato dai contribuenti francesi, un budget con il quale una famiglia intera avrebbe potuto passare un mese in un 5-stelle ! Il giorno dopo Moez era di nuovo nel mio studio a Parigi”.
Le associazioni locali si sono organizzate, in particolare la Fédération des Tunisiens pour une citoyenneté des deux rives (FTCR), Emmaüs, France Terre d’Asile, Aurore e la Fédération nationale des associations de réinsertion sociale (Fnars), mentre scriviamo stanno organizzando degli « scudi umani » per proteggere i « tunisini di Lampedusa » ed evitare gli arresti.
“3 mesi dopo la rivolta dei Gelsomini” dice il Comitato di sostegno ai migranti tunisini della Rivoluzione del Gelsomino, “quando alcuni sono candidati ad un ricongiungimento familiare ed altri ad un rimpatrio volontario, hanno bisogno di un posto per riprendere le forze, curarsi e pensare al futuro”.
Difficile pensare al futuro quando il presente è così ostile e fragile. Difficile resistere quando non si hanno le forze, anche materiali. Molti di loro erano lavoratori frontalieri in Libia e hanno perso il lavoro dopo la rivoluzione. Non solo : la Tunisia è il paese nordafricano che ha accolto più profughi libici. Loro invece nessuno li vuole, forse perché lì il petrolio non c’è.
Miloud, lucidissimo, spiega : “se l’occidente avesse voluto aiutare i popoli in rivolta, sarebbe intervenuto a terra e tutto si sarebbe risolto in pochissimo tempo. Invece ha interesse a distruggere per spartirsi poi i benefici della ricostruzione e il petrolio”.
Stanchi e delusi, anche un po’ arrabbiati dal trattamento che è stato loro riservato, hanno occupato prima una casa in rue Simon Bolivar, che la Mairie di Parigi ha fatto sgombrare : è insalubre e pericoloso, conferma l’associazione Jeudi noir, che l’aveva occupata per un po’ di tempo. Il comune propone allora un centinaio di posti da Emmaüs, di solito abitato dai senzatetto, ma con condizioni che loro giudicano, appunto da senzatetto : sveglia e uscita obbligatoria dalle 8 del mattino, alle 7 di sera cena e poi a letto. “Non abbiamo fatto la rivoluzione, rischiato la vita in mare e sopportato la persecuzione di tutte le polizie d’Europa per venire ad elemosinare un alloggio per i senzatetto al Comune di Parigi” ha spiegato il loro portavoce alla manifestazione del 5 maggio. Non si tratta di un caso umanitario, né di un’emergenza, ha continuato, ma di una situazione di cui la Francia, l’Italia e l’Unione europea dovranno tener conto. Controlli e repressione sono ormai inapplicabili, costosi, inefficaci e nocivi, hanno provocato la morte in mare di migliaia di persone.
Ad oggi i tunisini di Lampedusa non hanno ancora trovato una soluzione, le associazioni continuano a sostenerli.

vendredi 10 juin 2011, par Matteo Pellegrinuzzi, Patrizia Molteni