FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Primo Piano > Il dopo 7 gennaio > Dopo il 7 gennaio

Dopo il 7 gennaio

Che cosa non abbiamo visto ? Che cosa non abbiamo fatto ? E che cosa stiamo vivendo ?

Che cosa non abbiamo visto ? Che cosa non abbiamo capito ? Questo il tema della tavola rotonda organizzata dalle ACLI Francia in presenza dei dirigenti (Liliana Dal Piva, presidente ACLI Francia, Gianni Bottalico, presidente nazionale, Michele Consiglio, responsabile della rete internazionale delle ACLI) e di esperti come François Lafond (Europanova), Piero Pisarra (giornalista e sociologo) e Maria Chiara Prodi (Libera Francia). Ha introdotto Catherine Baratti-Elbaz, sindaco del 12e arrondissment di Parigi, che ha messo un punto d’onore fin dal 7 gennaio nella presenza della Mairie a fianco dei cittadini in questi tragici momenti e sta lavorando insieme al municipio centrale di Parigi per capire, appunto, cosa non hanno fatto e cosa dovranno fare perché non succeda più.

Pubblichiamo, su gentile concessione dell’autore, l’intervento di Pietro Pisarra,
trascritto dalla registrazione video [1].

L’identità multipla ci salverà

di Pietro Pisarra

Che cosa non abbiamo visto ? Che cosa non abbiamo fatto ? E che cosa stiamo vivendo ?
La prima indicazione utile ci viene dall’insegnamento della scuola delle Annales, cioè dalla nuova storiografia francese di Lucien Febvre, Fernand Braudel e dei grandi medievisti Georges Duby e Jacques Le Goff : per capire bisogna liberarsi dalla “dittatura dell’evento”.
Facile a dirsi se l’evento è di pochi giorni fa. Eppure, se vogliamo capire, dobbiamo liberarci dalla dittatura dell’evento, come dicevano appunto i fondatori della scuola delle Annales. Dobbiamo non perdere di vista la « lunga durata », il lungo periodo, le strutture profonde della società e non fare dell’avvenimento un feticcio.
C’è - è vero - un prima e un dopo il 7 gennaio, così come c’è stato un prima e dopo l’11 settembre. Ma per capire qual è lo spartiacque bisogna collocarsi nel lungo periodo.
È anche opportuno liberarsi da una visione troppo facile e semplicistica, quella delle “parole gelate”. Nel Quarto Libro di Rabelais, Pantagruel naviga, con i compagni, ai confini del mare ghiacciato e, navigando, ode degli strani rumori, suoni di piffero o di clarino, bestemmie, insulti, ma anche richieste di perdono : erano le “parole gelate”. In quel luogo si era svolta tempo prima una battaglia e le parole si erano rapprese, erano diventate, nell’immaginazione di Rabelais, pezzi di ghiaccio ; bisognava riscaldarle per farle risuonare di nuovo. Io credo che ci siano anche oggi, nella società francese così come in quella italiana, delle “parole gelate” da cui dobbiamo liberarci, perché ci legano all’immediatezza, all’attualità nella sua forma meno nobile, e non ci fanno capire.

“Parole gelate”

Queste “parole gelate”, dopo il 7 gennaio, sono : “identità”, “scontro di civiltà”, “sicurezza”.
Su questi temi abbiamo assistito anche a nuovi interventi della destra identitaria francese, alimentati peraltro da un folto gruppo di intellettuali. Ma l’identità francese e quella europea, rivendicate come l’elemento forte da opporre all’Altro, al diverso, all’immigrato, l’identità come “parola gelata” è una costruzione sociale recente. Come ha notato lo storico Eric J. Hobsbawm, espressioni come “identità collettiva”, “politiche di identità”, “gruppi identitari” fanno parte del nostro vocabolario quotidiano e sono così frequenti da farci dimenticare che esse sono apparse solo da pochi decenni : negli anni ’60 non si parlava ancora di identità, nel senso di “identità etnica” o “nazionale”. Prima del 1972, secondo Hobsbawm, non c’è traccia nel dibattito pubblico di questo tema. È importante allora cercare di capire come il concetto di identità sia emerso e come sia stato brandito per alimentare lo scontro di civiltà.
Scontro di civiltà : altra “parola gelata”. Quando parlo di costruzione ideologica, mi riferisco anche alla costruzione del nemico a cui opporre i valori della nostra civiltà. A volte però la costruzione non funziona, proprio perché si fonda su numerose ambiguità. L’ultimo tentativo di alimentare lo scontro di civiltà è stato quello cui abbiamo assistito poco prima degli attentati con l’uscita del libro di Eric Houellebecq, Sottomissione (pubblicato da Flammarion in Francia e Bompiani in Italia). Ma il tema principale del libro non è l’Islam, bensì l’opportunismo degli intellettuali, la trahison des clercs, per dirla con Julien Benda. Un tema che ha certamente un minore appeal mediatico rispetto all’Islam e all’islamofobia presente nelle nostre società e che per questo è passato in secondo piano.
La terza “parola gelata” è “sicurezza”, soprattutto se pensiamo a ciò che accade quotidianamente nella società francese e nelle banlieue, nei ghetti urbani che circondano le nostre metropoli. Ha fatto molto discutere la dichiarazione del primo ministro Manuel Valls secondo cui ci sarebbe l’“Apartheid” nelle banlieue. Valls è stato per questo fortemente criticato dalla destra, eppure c’è qualcosa di vero nelle sue parole : c’è una frattura molto forte tra la France d’en haut et la France d’en bas, quella che vive sempre più isolata nelle città-dormitorio. La “mixité à la française”, cioè quell’ideale di integrazione, di melting pot, su cui tanto si è detto e scritto, sembra non funzionare più.
In questa chiave e senza minimizzare il ruolo di altri fattori (primo fra tutti, la propaganda – sempre più diffusa – di un Islam radicale e fondamentalista), gli attentati sono l’ultima espressione di un fenomeno che ha radici antiche, l’anomia. La Francia insiste sull’importanza dell’integrazione, ma il contrario dell’integrazione è l’anomia, la rottura dei legami sociali. Quando si analizzano le biografie dei terroristi, quella di Amedy Coulibaly ma anche quelle dei fratelli Kouachi, non si può negare la sconfitta del modello francese di integrazione. Se noi ci soffermiamo sul percorso dei terroristi, dobbiamo costatare che si tratta, nei tre casi, di ragazzi che hanno avuto un percorso scolastico confuso, caotico, e che si sono trasformati prima in piccoli delinquenti e poi in criminali. Il classico esempio di non integrazione. Il classico esempio di un ascensore sociale che non funziona più. L’unica risorsa diventa così il riferimento a un Islam fantasmatico e molto spesso immaginario. Un Islam violento, che ha bisogno dell’Infedele, del Nemico, per esistere. In un articolo di Libération del 28 gennaio, la testimonianza di un amico di Amedy Coulibaly terminava con queste parole : “Ce l’hanno preso, l’hanno programmato per uccidere, strumentalizzando deliberatamente le sue ferite intime e quelle dei quartieri popolari. Qui noi non siamo Charlie, non per il piacere di non esserlo ma per obbligo : il Profeta è l’ultima cosa che ci resta”.
Bisogna riflettere su questa frase. Qui l’Islam è percepito come la religione dei diseredati, di quelli che non hanno più nulla da perdere, dei dannati della terra. Vera o falsa che sia questa visione, è comunque una visione diffusa nelle banlieue e fa parte di un universo simbolico.
Sarebbe illusorio pretendere di risolvere tutto in termini di sicurezza proprio perché il nemico vive in un universo simbolico del quale spesso ci sfuggono tutti i significati. La risposta più efficace dello Stato deve tener conto dell’universo simbolico in cui i terroristi, ma non solo i terroristi, sono inseriti. Non dobbiamo meravigliarci del fatto che nelle scuole alcuni bambini e ragazzi abbiano rifiutato di partecipare al minuto di silenzio per le vittime. Quest’atteggiamento è il risultato di alcuni simboli che sono ancora vivi e ben operanti nella società francese. Ed è su ciò che giustifica e nutre questi simboli che bisogna interrogarsi.

Universi simbolici a confronto

Qual è stata la risposta dello Stato a questi tragici avvenimenti ? È stata una risposta in termini di sicurezza, di maggiore sicurezza. E poi una risposta che ha fatto appello alle molteplici risorse dell’universo simbolico francese, che è quello della laicità “alla francese”, dei valori della Repubblica. La manifestazione dell’11 gennaio ha mostrato la solidità di questo universo simbolico. L’insistenza sulla solidarietà, il rifiuto di farsi ingabbiare nella logica amico-nemico, ha permesso anche di mettere da parte, di isolare alcune realtà come il Front National che invece hanno fatto dello scontro di civiltà il loro punto di forza. Non a caso con questa risposta Marine Le Pen è stata messa alle corde. Quindi alla forza dei simboli si può rispondere con altri simboli, altrettanto forti, se non più forti. L’illusione è quella di chi crede di poter risolvere il problema facendo a meno di questa risorsa simbolica che poi vuol dire una risorsa culturale, di civiltà, che nasce dalla nostra storia. E la nostra storia di cittadini europei è stata fatta anche dall’Islam. Senza gli Arabi, non ci sarebbe arrivata la filosofia di Aristotele, dobbiamo ai filosofi di Al Andalus la conservazione di molti manoscritti che sono a fondamento della nostra cultura. “All’origine stessa dell’identità europea », scrive il filosofo e storico della filosofia medievale Alain de Libera, « ci sono i traduttori ebrei di Toledo e i filosofi arabi di Andalusia, e al di là – ai confini dell’VIII e del IX secolo, quando l’Occidente era ancora parzialmente nelle tenebre – le molteplici luci dell’Oriente e il regno di Baghdad, luogo dell’incontro e della collaborazione tra gli arabi cristiani e gli arabi musulmani”.
Quindi, insistere sulla forza dell’universo simbolico significa anche recuperare il senso di un’identità multipla, collettiva, che non può essere limitata a una sola espressione come quella della laicità che sconfina spesso nel laicismo.
Certo, gli Italiani fanno fatica a capire l’insistenza sulla laicità alla francese. È una specificità culturale della sinistra francese, ma non soltanto. Da cristiani e da cattolici, per noi la laicità è la separazione tra il temporale e lo spirituale - la definizione classica - che non vuol dire svalutare il temporale e dare un’eccessiva importanza allo spirituale. Ma riconoscere semplicemente l’autonomia di queste due componenti. La laicità alla francese è qualcosa d’altro. È una cosa importante quando si trasforma in progetto educativo, ma mostra i suoi limiti quando pretende di creare nuovi simboli e nuovi riti. Tra le cose più ridicole che ci è capitato di sentire in questi giorni c’è quella di instaurare nuovi riti repubblicani. Un italiano, non per forza cattolico e di sinistra, sorride a questa proposta. I nuovi riti non si creano con la bacchetta magica o per una decisione dall’alto. Non dimentichiamo che la creazione di nuovi riti, artificiali, è stata spesso nella storia una caratteristica delle dittature. Noi conosciamo i riti inventati dal Fascismo o quelli della gioventù sovietica. Ma se non sono l’espressione di un immaginario simbolico con profonde radici nella cultura di un popolo o di una comunità, i riti diventano un surrogato, un simulacro, un vuoto contenitore.
Qui può soccorrerci ancora la sociologia con il vecchio Émile Durkheim che diceva che il rito è ciò che ci consente di canalizzare l’angoscia, ciò che ci consente di limitare i danni dell’anomia, cioè della rottura del legame sociale. Il rito quindi ha una funzione determinante nelle nostre società, a condizione che si tratti di riti ancorati nell’immaginario e nelle credenze di un popolo e non di riti fasulli.
I riti repubblicani io non so cosa siano. Può essere una risposta ma è senz’altro una risposta parziale. Qual è una possibile risposta ? Il rifiuto di ogni “determinismo”, di ogni automatismo, di ogni facile equazione : banlieue/terrorismo ; banlieue/emarginazione ; Islam/l’Altro, il nemico. Liberarci da questi automatismi consente forse di cogliere la vera posta in gioco che non è lo scontro di civiltà ma è qualcosa di diverso.

Il passato non è scritto una volta per tutte

C’è anche una componente che è di scontro di civiltà ma che è strumentalizzata per altri fini : basta vedere chi sono i finanziatori dei terroristi per rendersi conto dei fini perseguiti. Liberarsi da ogni determinismo significa anche evitare di pensare che tutto ormai è scritto, che non c’è più niente da fare, che siamo prigionieri di una storia e che quindi non potrà esserci possibilità di dialogo, per esempio tra l’Islam e le culture nate dalla rivoluzione francese, dall’Illuminismo. Liberarci da ogni determinismo vuol dire anche liberarci dalla maledizione del passato.
E su questo aspetto credo che possa esserci di aiuto un libro di Antonio Muñoz Molina, Tout ce que l’on croyait solide (Seuil, Parigi, 2013), sulla Spagna della grande crisi economica. Muñoz Molina è uno scrittore, un romanziere, non un sociologo. Ma la sua analisi, molto profonda, ci può far capire ciò che sta accadendo anche qui. Nel suo libro c’è una bella riflessione su un verso di Antonio Machado ; « Ni està el mañana ni el ayer escrito », « Né il domani né il passato sono scritti una volta per tutte ». Una frase che avrebbe fatto inorridire Aristotele e San Tommaso d’Aquino. Come ? Il passato non è scritto ? Assurdo. Il passato è passato e non si può cambiare. Con la libertà dei poeti, Machado sembra sfidare la logica e il fondamento stesso della nostra razionalità. Ma non è così. Machado ci dice semplicemente che non siamo prigionieri di una visione del passato data una volta per tutte. Chi vuole rinchiuderci nella logica dello scontro di civiltà considera il passato come già scritto. Machado – e con lui Muñoz Molina – ci ricordano, invece, che il passato e il futuro che dobbiamo ancora vivere non sono una gabbia. Tocca a noi scrivere sia il passato (l’interpretazione del passato) sia il futuro.
Scrivere il passato vuol dire non essere prigionieri delle proprie radici, non essere prigionieri di un’identità unica, che come dice un altro scrittore, Amin Maalouf, si trasforma in identità omicida. Ci salva soltanto l’identità multipla, plurale. Io credo che questa sia ancora oggi la sfida della società francese, non solo del governo Valls, del presidente Hollande, ma di tutta la società francese. Liberarsi del feticcio dell’identità unica, esclusiva, e cercare di capire che cosa sta succedendo veramente in questa società.

 [2]


[11

[21 Testo trascritto dalla registrazione. Abbiamo conservato il tono colloquiale, comprese alcune ripetizioni. Il suo intervento come quello degli altri conferenzieri è consultabile sul sito italianiallestero.tv/charlie-hebdopo

vendredi 23 janvier 2015