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Eau de Paris, oh oui !

L’acqua è un affare. Ed è, in primo luogo, un affare francese. I francesi, infatti, avevano fiutato il business già nel 1853, come racconta Jean-Luc Touly, un vero esperto dell’argomento, responsabile dell’acqua presso la Fondazione France Libertés, presidente di Acme (Associazione per il Contratto mondiale dell’acqua) Francia, membro del Consiglio scientifico di Attac Francia, consigliere regionale per Europe Ecologie-Les Verts, e, ora, dopo l’intervento della pretura del lavoro del settembre 2010, nuovamente dipendente di Veolia, società che l’aveva licenziato nel 2006 proprio per il suo impegno contro la mercificazione dell’acqua.

“Nel 1853”, narra dunque Touly, “è nata la prima società privata di ‘produzione e distribuzione d’acqua’, la Compagnie Générale des Eaux, nel cui consiglio d’amministrazione c’erano 9 membri, tutti banchieri, a conferma del fatto che già allora si sapeva che l’affare dell’acqua era estremamente redditizio : in termini capitalistici non comporta infatti praticamente nessun rischio, gli utilizzatori, i consumatori, berranno sempre acqua”.
Da allora, in sostanza, i francesi non hanno mai lasciato presa : le “padrone dell’acqua” nel mondo, i numeri uno, due e tre dei servizi d’acqua dell’intero pianeta, sono multinazionali francesi, Veolia, Suez e Saur, la “sorellina minore”, come la definiscono Claudio Jampaglia ed Emilio Molinari nel loro libro Salvare l’acqua. Il busines è mondiale e di tutto rispetto. Veolia Environnement, che si occupa, oltre che di acqua, anche di rifiuti, energia e trasporti, ha registrato un fatturato 2009 di 12,5 miliardi di euro “solo in gestioni e impianti idrici” (a fronte di 34,5 miliardi di euro di giro d’affari totale). Suez Environnement, controllata della maggiore Gdf Suez, ha già diffuso i dati 2010 e, con la sola Eau Europe, che non tiene conto dei continenti extraeuropei, dichiara un fatturato di 4,2 miliardi. Più modesti, come si è detto, i numeri Saur : il polo “Acqua e Ingegneria” ha fatturato nel 2009 1,2 miliardi di euro su un totale per il gruppo di 1,5. In Francia, come si legge nel volume citato, “le aziende dell’acqua” (www.lesentreprisesdeleau.fr), ossia, oltre a quelle già note o alle loro filiali, la Nantaise des Eaux Services, che fa parte del gruppo tedesco Gelsenwasser ; Saede ; Sefo, ovvero Société des Eaux de Fin d’Oise di Mallet, e Sogedo, “gestiscono già i servizi idrici per l’80 per cento dei cittadini”. In effetti, il modello francese è quello di un partenariato pubblico-privato che, a dire il vero, va a tutto vantaggio del privato : “se il privato eredita il meglio del pubblico (infrastrutture di rete e un sistema di gestione urbano già avviato), può anche non rovinarlo, ma da solo non ce la fa”. Per capirci : le infrastrutture restano pubbliche, la gestione è privata. Un po’ come se il pubblico avesse la nuda proprietà, ma, di fatto, tutto il rendiconto fosse del privato.
Tout va bien, Madame la Marquise, dunque, per le multinazionali dell’acqua. Sì e no. Tanto Veolia che Suez hanno sede a Parigi e, come si è detto, sono di origine francese. Parigi è dunque una vetrina privilegiata per questi colossi idrici. Ma proprio Parigi ha rotto le uova nel paniere : dal 1° gennaio 2010 la gestione dell’acqua nella capitale francese è tornata sotto dominio pubblico. “Fino al 1985 a Parigi la gestione dell’acqua era pubblica”, spiega Anne Le Strat, presidente dell’Eau de Paris e assessore al Comune per l’acqua. “Fu Jacques Chirac, allora sindaco, a delegarne la distribuzione a due operatori, Lyonnaise des Eaux (oggi filiale di Suez) per la rive gauche della Senna, e Générale des Eaux (ora controllata Veolia) per la rive droite, e a creare una società a gestione mista per la produzione. Con le elezioni municipali del 2001 e con l’arrivo della sinistra al potere, si è voluto dare vita a un operatore pubblico municipale dell’acqua, sotto il controllo della collettività, che potesse agire nell’interesse degli utenti parigini e non a profitto di operatori privati. Quello cui miriamo è un controllo pubblico di un servizio essenziale, perché l’acqua è veramente un bene comune, la nostra prima risorsa vitale”.
Anche se, per le multinazionali, l’acqua non è un bene comune, ma un affare : “mi torna in mente il lapsus di un responsabile della Lydec, Lyonnaise des Eaux del Marocco, nel film “L’or bleu”, girato appunto in Marocco da un regista belga. Il signore in questione dichiara a un certo punto : ‘Gestiamo l’acqua a nostro rischio e profitto’. Capito ? Non ‘a nostro rischio e pericolo’, ma ‘a nostro rischio e profitto’. È un lapsus che la dice lunga”. Parola di Jean-Luc Touly.

dimanche 10 avril 2011, par Paola Vallatta