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Focus In : Abbonate la nonna !

Cari amici,
Come saprete, la nostra (pur indispensabile) rivista naviga in permanenza in acque pericolose, in mari infestati da debitori e fatture da pagare. Voi abbonati siete la nostra sola ancora di salvezza e già questo dovrebbe essere un motivo sufficiente per lanciarvi in massa in una campagna di sottoscrizione.
Ma a questa pur valida motivazione di base, vengono oggi ad aggiungersi altre ragioni per abbonarsi e fare abbonare la vostra famiglia ed i vostri conoscenti. Anzi, visto che Natale si avvicina a grandi passi, e che siamo sicuri che voi non siete di quelli che sprecano i soldi in regali inutili, quale migliore occasione per offrire un abbonamento ad un membro della vostra famiglia rimasto (povero lui) in Italia ?
Io, per esempio, ho deciso che abbonerò mia zia. Poveretta, se lo merita : dopo aver conosciuto la guerra e fatto la Resistenza, aver attraversato le lotte operaie degli anni ‘60 e gli anni di piombo, essere sfuggita indenne all’operazione Mani pulite e all’operazione « Due tette al silicone in ogni famiglia », ecco che questa brava donna perde (o meglio, come vedrete, rinuncia) all’uso della sua lingua natale e si rifugia a vivere in un garage, sloggiandone la SUV di mio fratello, suo genero, che si ritrova a dormire nel cortile…
Ma vado troppo in fretta e penso che faticherete a seguirmi. Duqnue, vi spiego per filo e per segno.
Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera dalla mia nipotina M., una giovane per bene che si è laureata in Economia e Commercio (prego i vecchi coglioni come me d’astenersi dalle facili battute, che non sopporto quando si tratta della nipotina mia). E che è così brava che ha vinto una borsa di studio per un master presso l’Harvard Business School (il ché ha quasi dell’incredibile, quando si conosce quel rabazziere di suo padre, mio fratello, vi ricordo).
Insomma, la nipotina, di ritorno in Romagna dopo qualche mese di assenza, mi ha scritto una lettera, ma che dico !, un appello, per descrivermi la drammatica situazione che ha trovato a casa e sulla quale, devo confessarlo, preferivo fin qui chiudere gli occhi, sperando così di sfuggire alla crisi di nervi che diventa inevitabile quando mi faccio una « total immersion » nell’universo allucinogeno di mio fratello Palmiro Wladimiro Giuseppe, figlio dell’immediato dopoguerra (non vi sarà sfuggito), redento (dice lui) dall’apparizione catodica dell’Uomo di Arcore.

Ecco dunque il testo della lettera di mia nipote.
Déssiné en direct à Vivre l'Europe par FRAP © Maison de l'Europe à Nantes« Caro zio, sono rientrata la settimana scorsa in Italia, di ritorno dal mio stage all’Università di Harvard. Per dirti tutta la verità, qui a casa la situazione è piuttosto disastrosa. Devo confessarti che mi ci è voluto un po’ di tempo per capire esattamente cosa succedeva ed ho dovuto riabituarmi ai codici di comunicazione italiani, che negli States avevo (per fortuna) un po’ dimenticati.
Dunque, per cominciare, ho trovato mio padre che dormiva in un sacco a pelo nella sua SUV. Quando gli ho chiesto il perché, si è limitato a dirmi, con l’aria offesa : « Quella stronza di tua mamma non vuole lasciarmi fare il Bunga Bunga ». Quando l’ho pregato di spiegarmi di cosa diavolo stesse parlando, e e perché mai la sua adorata vettura non si trovasse nel garage, ma in cortile, vittima degli scagazzamenti di stormi interi di storni, il babbo è andato su tutte le furie, ha gridato che la disinformazione che esiste all’estero su quello che succede in Italia era uno scandalo, che tanto noi giovani ce ne freghiamo di tutto, ma che non c’era da stupirsene, visto che venivo da un paese gestito dai negri e dai busoni (scusami, ma cito le sue parole), dove è in atto un colpo di stato comunista e che se era per lui col cavolo che mi ci avrebbe lasciata andare, con tutte le eccellenti università che ci sono in Padania e via di questo passo. Del resto, ha aggiunto, la colpa é anche di quel coglione comunista, terrorista e anti-caccia del sindaco, che non fa niente per sterminare quei maledetti storni che scagazzano dappertutto… Ho capito che il genitore comincava a perdersi nei suoi deliri da astinenza da Fernet Branca, dunque l’ho lasciato perdere e sono andata a chiedere spiegazioni alla mamma.
Appena più calma del suo legittimo (e cornutissimo, come anche tu sai bene) consorte, la mamma mi ha detto, più o meno, che la sua dignità di donna le impediva di accogliere nel suo letto un maniaco sessuale, che il viagra cominciava a montargli alla testa, al babbo, e che il Bunga Bunga se lo poteva sempre sognare. Poi ha aggiunto che, del resto, quella situazione non la disturbava più di tanto, perché si era accorta che, facendo all’amore, le tornavano fuori le rughe d’espressione che il dottor Ciarramella era riuscito a farle sparire col suo tredicesimo lifting. Sul che, ha richiuso il cassone iperbarico nel quale soggiorna, per evitare gli effetti nefasti dell’inquinamento sulla sua pelle.
Cominciavo a stufarmi delle loro bambinate, allora sono andata a trovare la nonna, che, stranamente, non era nella sua stanza. Ho invece incrociato quel decerebrato di mio fratello, che indossava una maglia del Milan che, a giudicare dall’odore, doveva essere la stessa che portava quando sono partita per Harvard, sei mesi fa, ed un paio di occhiali a lenti polarizzate della taglia di uno schermo panoramico, benché fosse seduto nella penombra a guardare un film sadomaso sul computer. Sono riuscita vagamente a capire che la nonna, ormai, viveva nel garage. « Ma perché ? » ho chiesto. « Ma che cazzo ne so ? » mi ha risposto il fratellino, ingoiando d’un colpo la metà di un DoubleBurger, il ché gli ha impedito di parlare per il quarto d’ora seguente, ancora un colpo fatale alla storia della letteratura italiana…
Bè, mi crederai se vuoi, zio, ma la nonna era veramente nel garage, dove faceva la maglia ascoltando un vecchio disco di Bob Dylan. E’ stata molto contenta di vedermi, ma mi parlava solo in inglese. Anche per un ex-insegnante della lingua di Shakespeare, mi è sembrato eccessivo, come snobismo. Ma per il momento, mi premeva di più sapere perché diavolo, alla sua età, fosse ridotta a dover vivere nel garage. Possibile che suo genero (mio padre, tuo fratello, te lo ricordo) l’avesse cacciata di casa ?
Ma la nonna mi ha spiegato : era lei stessa che aveva scelto di vivere nel garage, perché era l’unico posto della casa dove non ci fosse la televisione e dove dunque riuscisse a sfuggire agli exploit « di quel testa di c… » (sai che la nonna chiama solo così il nostro Presidente del Consiglio e per questa espressione idiomatica usa ancora in italiano) ed agli sculettamenti delle sue troie (anche questo termine era in italiano nel testo). Poi mi ha spiegato anche che se parlava solo inglese non era a causa di un picco d’arteriosclerosi, ma perché aveva deciso di farsi “snaturalizzare“. « Ci sono pur quelli che si fanno sbattezzare, perché sono atei, no ? Ebbene, io ho deciso che non voglio più essere italiana, perché mi vergogno troppo. Per colpa di quel testa di c… ». Tra una madonna e l’altra, ha aggiunto poi che aveva bruciato il passaporto e la carta d’identità, che aveva scritto al Prefetto una lettera chiedendogli di essere riconosciuta come apolide e che, se non fosse stato che la cucina inglese è una vera porcheria (« real rubbish », ha detto letteralmente) avrebbe pure smesso di mangiare la pastasciutta, per protesta. E infine che aveva deciso, per protesta, che non sarebbe mai più andata al nord del Rubicone, neanche per giocare a tombola al circolo Arci di Ponte Abbadesse, fino a quando Bossi sarà eletto al Parlamento.
Poi si è un po’ calmata, è diventata tutta triste e mi ha chiesto come potevo fare, io, per sopravvivere alla vergogna, quand’ero in America.
Le ho spiegato che, certo, le avventure nel nostro Cavaliere fanno scompisciare dal ridere il mondo intero, ma che la gente, all’estero, riesce ancora a distinguere fra gli italiani e il loro capo. Che i nostri emigranti sono rispettati, nei loro paesi d’adozione e conosciuti come dei lavoratori che hanno spesso saputo costruire la loro fortuna dal nulla. Che la nostra cultura è ancora ammirata e spesso invidiata, così come il nostro talento, certo volentieri stravagante. E che dunque bastava prendere le distanze dalle dichiarazioni di quel… signore, perché la gente ci ascoltasse e ci parlasse di nuovo come a degli essseri umani normali.
La nonna aveva le lacrime agli occhi, continuava a ripetermi che ero veramente carina a cercare di consolarla, ma non voleva credermi. Non era possibile che il mondo intero ignorasse quel che succedeva nella patria del diritto, nella patria del belcanto e nella patria di Marcello Mastroianni (la nonna ha sempre avuto un debole per Marcello, lo sai…). Ho cercato ancora di convincerla che, passate le Alpi, non si era obbligati a seguire tutti gli exploit di quella testa, ecc. ecc. E che io, per esempio, ignoravo cosa fosse quel Bunga Bunga che sembrava aver portato lo scompiglio in casa.
Vedevo che la nonna mi credeva solo a metà. « Ma come, non hai visto le foto della Villa Certosa ? Non le pubblicano, all’estero ? ». Per poco non ho fatto la gaffe di chiederle cos’è la Villa Certosa, che mi avrebbe fatto perdere ogni credibilità, ai suoi occhi.
Ma insomma, per quanto abbia cercato in tutti i modi di convincerla, sento che la nonna non mi crede. E questo mi rende molto triste. Allora, caro zio, ti chiedo un favore : non potresti abbonarla a quella rivista che avete voi in Francia e sulla quale scrivi, di tanto in tanto, come si chiama ? Focus in, mi pare ? Vedendolo stampato nero su bianco, forse ci crederà, no, che esistono ancora degli italiani “normali“ ? Tante grazie zio.
Bacioni dalla tua nipotina M. 

P.S. ma a proposito, che cavolo è il Bunga Bunga ? »

Prof. Benito Bruno Arnaldo Lasagnoni
(eh sì, io son nato subito prima della guerra…)

mardi 4 janvier 2011