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Fuocoammare

Samuele ha 12 anni e vive in un’isola. Va a scuola, gioca con la sua fionda, ha un occhio pigro. Attorno a lui tutti parlano del mare, delle persone che tentano di attraversarlo per raggiungere la sua isola. Samuele non vive in un’isola qualsiasi. Vive a Lampedusa, frontiera simbolica dell’Europa, dove negli ultimi 20 anni sono sbarcati circa 400.000 migranti.
Uomini, donne e bambini in cerca
di libertà e di una vita migliore.


Raccontare quella che, probabilmente, è la più grande sfida che l’Europa deve affrontare - l’emergenza di profughi e rifugiati che ogni giorno sbarcano a Lampedusa - è qualcosa di certamente difficile, arduo e insidioso.
Difficile non cedere alla retorica, alla banalizzazione. Difficile donare un altro punto di vista, lontano dagli stereotipi delle migliaia di immagini che quotidianamente vediamo in televisione.
Eppure Gianfranco Rosi ce l’ha fatta. Un abile lavoro di sottrazione il suo Fuocoammare : un racconto filmico senza commento, né prima persona ; con un perfetto equilibrio tra suono e silenzio.
Niente cifre o dati, nessuna spiegazione. Nessuna volontà di informare, piuttosto quella di lasciare spazio alla percezione e alle emozioni, con immagini da interpretare.
Realtà e racconto sono così vicini da confondersi. È così che i suoi film fanno affiorare sulla superficie della realtà le contraddizioni atroci di quest’epoca.
Lampedusa è una sorta di limbo per quanti vi sbarcano, per coloro che vengono accolti, curati, salvati. Un purgatorio che separa l’inferno da cui provengono e il paradiso ipotetico al quale aspirano.
Lo sguardo neutro e asciutto di Rosi racconta Lampedusa trasferendo tutto quello che accade all’interno dei suoi personaggi : un bambino, un medico e un DJ di una radio locale.
Fuocoammare è fatto da un lato da sbarchi, radar, soccorsi, salvataggi, tragedie quotidiane, frammenti di volti e destini. Dall’altro da piccoli gesti quotidiani, le vite dei pescatori al porto, donne anziane che cucinano, le canzoni alla radio, la quotidianità di Samuele che a 12 anni vive la sua vita quasi ignaro del pezzo di Storia che gli sta passando accanto.
Due mondi, quelli di Fuocoammare. Due mondi che s’incontrano quando Samuele viene visitato da Pietro Bartolo, medico dell’isola e primo testimone della morte e del dolore che arrivano con i barconi, uomo perseguitato dalle immagini di morte che è costretto a vedere, ogni giorno. Parole le sue, più potenti dei volti carichi di fatica, degli sguardi pieni di paura e speranza. La vita e la morte passano senza tregua e senza pietà nella vita e negli occhi di quest’uomo, persona condannata a farsi carico di tutto quello che noi possiamo lasciare sepolto sotto le cronache dei media, a distanza di sicurezza.
Fuocoammare ci costringe a vedere e a considerare, in maniera tanto più forte ed efficace quanto inesorabilmente mescolata a una realtà comune, che è anche la nostra. Che è soprattutto quella di Samuele che vive sulla propria pelle il clima di attesa, accoglienza e tensione di Lampedusa. Che deve “farsi lo stomaco” al mare e a tutto quello che porta, sforzare il suo occhio pigro e imparare a vedere la realtà con occhi nuovi. Che sono anche i nostri, o dovrebbero esserlo.
In sottofondo, Fuocoammare, canzone popolare trasmessa dalla radio locale, da cui il film prende il titolo. Note che evocano l’incendio di una nave bombardata al largo di Lampedusa durante la Seconda Guerra mondiale, quando « il mare in fiamme » ha illuminato a giorno l’intera isola.
Già vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2013 con il documentario Sacro GRA (Grande Raccordo Anulare) sulla periferia di Roma, con Fuocoammare Rosi riceve l’Orso d’Oro al Festival di Berlino (2015). Il regista ricorda la prima proiezione del film a Lampedusa : « E’ come se avessero visto per la prima volta gli sbarchi ».

samedi 29 octobre 2016, par Cristina Morello