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I sovversivi di Mazzagran a Argenteuil

Di sovversivo hanno ben poco quando li incontro con Simone Iemmi-Cheneau (presidente della Fratellanza Reggiana) a casa dei Crouin. Ines Tonsi, la decana, ha ancora il volto angelico circondato da boccoli biondi ; Gaby e Dédé (Grabrielle Simonazzi e André Crouin) sprizzano energia e generosità da tutti i pori e ci hanno accolto con estrema ospitalità. Eppure hanno fatto parte dei “sovversivi” di Fratellanza Reggiana e durante la guerra hanno corso rischi enormi.

Da sinistra : Ines Tonsi, Simine Iemmi Cheneau, Grabriella Crouin
Il loro “amico” comune : Rino Della Negra. Nato nel Pas-de-Calais da genitori friulani, era arrivato ad Argenteuil molto piccolo, nel quartiere italiano detto Mazagran (Mazzagrande), in prevalenza abitato da emiliano-romagnoli (Ines è di Sassuolo, Gaby di Montecchio e la madre di André era di Cavriago, tanto per dire). Rino era a scuola con Gaby e molto amico di suo fratello Tonino. Bravissimi a calcio, hanno integrato la squadretta della città, composta principalmente da italiani. Lui poi andrà a giocare per il Red Star e sarebbe diventato veramente famoso se i nazisti non avessero deciso altrimenti.
Nel ’38 Tonino decide di partire per la Guerra di Spagna, André va con lui italianizzando il suo nome in Cruoino per essere accettato, caso più unico che raro in un paese in cui molti italiani hanno fatto esattamente il contrario e troviamo per esempio un Yves Montand al posto di Ivo Livi. Torna nel ’39, si sposa con Gaby ma deve tornare in guerra. Poi la prigionia a Digione e la deportazione a Rawaruska in seguito a un tentativo di evasione li tengono lontani per 5 anni.
Tonino intanto, tornato a casa, ha continuato la sua attività antifascista, coinvolgendo anche la sorella per “piccole” commissioni. Gaby lavorava allora nella mensa di una fabbrica di aviazione e apparecchiando, glissava volantini ed informazioni sulle sedie o sotto i piatti. Ogni tanto doveva lasciare la sua camera : “stasera c’è Rino”, le diceva il fratello quando Della Negra veniva a trovare i genitori di nascosto. Da quando si era rifiutato di partire per andare a lavorare in Germania (il Service de Travail Obligatoire) era entrato nella clandestinità.
In mezzo, col pallone, Rino Della Negra. In piedi, il terzo da sinistra è Tonino Simonazzi. Nella squadra, oltre a loro, ci sono altri 5 italiani Gaby non sapeva esattamente cosa facesse. Ines invece sì : era una delle sue staffette, l’agent de liaison come si diceva. All’epoca aveva già 23-24 anni e passava il tempo a portare volantini e armi da un capo all’altro di Parigi. “Per me era più facile”, racconta, “le donne non erano quasi mai controllate, salvo verso la fine quando hanno cominciato a capire che eravamo pericolose anche noi”. Paura ? Tanta, “ma qualcuno doveva pur farlo”. E poi aveva i suoi trucchi : girava con una valigetta a doppio fondo praticamente vuota e la apriva di sua spontanea volontà quando veniva fermata : se gliel’avessero presa si sarebbero resi conto che era troppo pesante per quei “due stracci” che conteneva. I soldi destinati a finanziare la Resistenza li cuciva all’interno delle spalline della giacca. Un sacco di piccole astuzie che le hanno salvato la vita.
Rino Della Negra alterna gli allenamenti al Red Star e le operazioni antifasciste con il gruppo dell’F.T.P.-MOI, condotto dall’armeno Manouchian. Uno dei loro compiti era quello di avvertire gli ebrei delle retate naziste, tra cui quella tragicamente nota del luglio 1942. E poi gli attentati, decine e decine di attentati : attacchi alle caserme, deragliamenti di treni, agguati contro le pattuglie di soldati tedeschi. Rino ha partecipato all’esecuzione del generale Von Apt, alla distruzione della sede del partito fascista italiano (in rue Sedillot, dove ora c’è il liceo “Leonardo Da Vinci”), all’attacco alla caserma di Guyenmer di Rueil.
Il 12 novembre del 1943 Della Negra ed alcuni altri attaccano un portavalori tedesco. Nella sparatoria, Rino riceve una pallottola alla schiena. Ines era poco lontana ma scappa in tempo per non essere arrestata. Lo portano all’Ospedale, “lo volevano salvare per poterlo torturare meglio”, dice Ines Tonsi con lucidità. Per due volte l’angelica staffetta organizza un camion con un mitragliatore per farlo evadere, invano. Il 15 febbraio del 1944 è condannato a morte, insieme a 22 altri “criminali” antifascisti. Sui muri appare un manifesto rosso, “l’affiche rouge”, che dice “Dei liberatori ? La liberazione attraverso l’esercito del crimine !”, e che riproduce le foto di una decina di loro. Saranno fucilati il 21 febbraio al Mont Valérien, a qualche mese dalla liberazione. E’ proprio Ines Tonsi che dovrà riconoscere il corpo.
Dopo la morte, nel febbraio del 1944, la madre di Rino ha ricevuto un pacco con i suoi vestiti, ancora sporchi di sangue. Al cimitero, sulla tomba non c’era neanche il nome, solo un numero, e se cercavano di portare dei fiori erano immediatamente tolti. I genitori ne sono morti di dolore. Ancora oggi Gaby si ricorda con sprezzo degli articoli dell’epoca : “aveva occhi di assassino”, dicevano. Assurdo, sostengono loro, era buono, generoso, coraggioso. L’ultima lettera che ha mandato alla madre prima di morire dice “Abbraccia per me tutto Argenteuil, dall’inizio alla fine” e chiede al fratello di salutargli la squadra del Red Star.
“Che effetto vi fanno Fini alla Camera e Alemanno a Roma ?”, ho chiesto a Simone, Ines, Gaby e André. “Effetto ? Certo che ci fa dell’effetto. Noi siamo dovuti partire dall’Italia a causa del fascismo, ci siamo sempre battuti contro questo tipo di idee”, insorgono. E dopo averli sentiti raccontare delle storie così coraggiose e commoventi, sì deve fare veramente un notevole effetto.

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dimanche 7 juin 2009, par Patrizia Molteni