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Il ventre molle della paura

Ah, i bei tempi in cui si mangiava !
Ho avuto la fortuna di nascere in un periodo di grandi speranze. Uscita stremata dalla guerra, l’Italia si riprendeva a gran rinforzo di vitamine americane. Si costruivano autostrade e Fiat 500. Mia mamma mi dava da mangiare del cervello, e siccome a me faceva schifo, come a tutti i bambini normalmente costituiti, la santa donna aveva trovato un sotterfugio diabolico : ogni volta che preparava le detestate frittelle, invitava l’Edvige e la Maria Grazia, due sorelline del vicinato che, poverette, andavano pazze per quella sostanza molliccia. Potevo io mostrarmi più schifiltoso di quelle due frignone ? Del resto, era per il mio bene, mi spiegava la mamma : il cervello rende intelligenti.
Poi arrivarono gli anni ‘60 e il boom economico. Alle elementari ci obbligavano ogni mattina a ingurgitare un bicchierone di latte né caldo né freddo, tiepido, vale a dire praticamente imbevibile. Ma era per il nostro bene : il latte ci avrebbe salvati dal rachitismo ed avrebbe creato una generazione di futuri campioni del mondo di calcio.
La mia famiglia diventava benestante e la mamma ci rimpinzava mattina e sera di tagliatelle, cappelletti, ravioli e tortellini al ragù, la domenica lasagne. A seguire, intingoli vari in salsa, senza parlare di cotechini, zamponi e piadina romagnola, fatta con lo strutto, naturalmente. Se proprio si voleva restare leggeri, prosciutto crudo e parmigiano « che li danno anche ai malati, all’ospedale ».
Eravamo la generazione che stava per fare il sessantotto ed avevamo bisogno di nutrirci per sostenere l’immane sforzo di rinnovamento morale e sociale che ci attendeva.
Il mio sessantotto è durato almeno fino al settantasette e in tutti questi anni, malgrado il crescente impegno militante e delle posizioni intellettuali sempre più acrobatiche, non ho mai smesso di ingozzarmi come un maialino. La mattina a colazione, piadina salata con la mortadella, a merenda ciccioli. Le riunioni fumanti (e fumose) erano quotidianamente allietate dall’arrivo di un vecchio anarchico pasticciere, che ci portava i bomboloni rimasti invenduti. Le serate si concludevano immancabilmente in osteria : tagliatelle al sugo di coniglio, fagioli con le cotiche, salsicce e braciole alla griglia, zuppa inglese e sangiovese a damigiane, per darci la forza di rifare il mondo.
Alle feste dell’Unità, in pieno agosto, si mangiava immancabilmente la polenta col sugo di cinghiale, nemmeno i revisionisti osavano mettere in dubbio che il popolo aveva bisogno di essere copiosamente nutrito, in attesa di veder spuntare il sol dell’avvenir.
Le prime giovani compagne che davano segni di mancanza di appetito, che storcevano il nasino davanti agli strozzapreti coi piselli o alla crema fritta, venivano trattate da controrivoluzionarie e disfattiste.
Insomma, eravamo una generazione, e un popolo, ottimista, che si ingozzava senza ritegno e senza sensi di colpa, per farsi piacere. E non era una questione di ideologia di sinistra : i demoscristiani che ci governavano, non erano forse mondialmente conosciuti come un partito di magnaccioni ?
Poi è successo qualcosa di veramente allarmante… e mi limito a parlare dal solo punto di vista alimentare.
I primi guru macrobiotici hanno cominciato a spuntare, ben presto assecondati da tutto un esercito di predicatori e dietologi più o meno di regime, zelatori dello yogurt e esorcisti dello strutto, che hanno intrapreso una nobile crociata che aveva come scopo quello di farci venire « la peur au ventre », per il nostro bene, naturalmente.
Questa grande impresa di « salute pubblica », come è sempre accaduto da Robespierre in qua, ha avuto risultati disastrosi : la nascita di una generazione di terrorizzati del colon ed, accessoriamente, la rovina inesorabile e progressiva della nostra alimentazione.

Il trionfo della “fettina”

La nouvelle cuisine !Avevamo già dovuto assistere alla grande ondata della “cucina italiana”, prima tappa del lungo sonno della ragione che ha generato mostri innumeri come gli spaghetti alla bolognese (orrendo ibrido che dalle tavole maledette da Dio e dagli uomini delle mense universitarie si è riprodotto per sporogenesi nei ristoranti detti italiani del mondo intero) e la temutissima “fettina di vitello”, trionfo dell’ormone e prodromo di tutte le mucche pazze del mondo. Diciamolo alto e forte : la cucina italiana non è mai esistita, se non come mostro commerciale che ha fagocitato le cucine regionali, per arricchire una casta di pizzaioli insipienti che giravano in Mercedes, col polso ingombrato di Rolex e il cervello imberlusconito.
La piaga seguente è stata la versione italiota della “nouvelle cuisine”, che ha visto fiorire gli accoppiamenti contronatura e gli stupri al buonsenso, del genere “passatelli asciutti al sugo d’ortica e speck” ; i piatti si vuotarono inspiegabilmente, per lasciarvi galleggiare solo qualche trucciolo di foie gras, affogato in tre gocce d’aceto (pseudo) balsamico. Tutti erano tenuti ad alleggerirsi, a diventare snelli, i soli autorizzati a ingrassare essendo i conti bancari di una casta di pseudo-ristoratori che giravano in Toyota 4x4 col polso ingombrato di Rolex e il cervello imberlusconito.
La più recente aberrazione è quella che consiste ad ascoltare una banda di costipati pretenziosi, che girano in MBK col polso ingombrato di Rolex e il cervello imberlusconito e ci spiegano che bisogna riscoprire la cucina tradizionale “realizzandola in termini più evoluti” (cito), evitando “certe speziature” (ricito, perché non sapevo neanche che il termine esistesse) e le cotture troppo lunghe che producono “sapori prepotenti” (oh, i cattivoni !).
Le successive caste d’ayatollah della papilla gustativa hanno lanciato une serie interminabile di fatwa, innanzitutto contro il mio adorato strutto (che per loro è l’incarnazione di Satana), le cotiche, i battuti di pancette, lardi e guanciali vari e, naturalmente, contro quella pratica demoniaca che è la frittura. I Savonarola della cottura a vapore hanno lanciato scomuniche contro tutto quello che viene dal maiale, riuscendo così un ammirevole sincretismo delle tre religioni monoteiste, e via ostracizzando sono arrivati ad attaccarsi anche alla base biblica della nostra alimentazione : il pane ed il vino. Dopo che generazioni intere di contadini sono letteralmente morte per cacciare la crusca (che è un antrinutitivo per eccellenza) dalle loro tavole ed aver diritto al pane bianco come i padroni, ecco che una banda di panificatori senza scrupoli si pagano le vacanze alle Maldive e la Porsche Cayenne gettando con cinica nonchalance manciate di crusca nel loro impasto.
Il vino, che era sinonimo di salute, fino a qualche anno fa, è stato proclamato padre di tutti i vizi e la decenza mi impone di non ripetere su queste pagine tutte le menzogne oscene che vengono propagate sul suo conto.

Il piacere : nemico pubblico n. 1

Perché tanto accanimento, ci si potrebbe chiedere ? Perché tutta questa gente si è messa in testa di rovinarci la vita per preservarci dalla morte ? Ma chi glielo fa fare ?
La risposta è semplice : il nemico è il piacere. Come ce l’insegnano tutti i catechismi del mondo, gli uomini che cedono ai piaceri della carne (ancor peggio se di maiale !) non solo fanno piangere la madonnina, ma sono incontrollabili a fini di potere. Solo una massiccia terapia della paura potrà riportarli sulla retta via e per questo bisognerà dunque instaurare il terrorismo in cucina. Solo la paura infatti è buona consigliera, che spinge gli individui ad andarsi a rifugiare sotto l’ala dei potenti ed a rinunciare a qualsivoglia decisione autonoma.
Finito dunque il piacere di passare tutta la serata a tavola, in compagnia di amici e parenti, comparando le virtù di tale salsa o di talaltro vino : a tavola, uomo post-moderno, tu non parlerai più di cibo, ma di colesterolo buono o cattivo, di enzimi e di chimica organica. Non conterai più il numero delle portate, ma delle qualità di verdure e legumi mangiate nella giornata (di prefenrenza quei residuati bellici, rape e raperonzoli, che erano fin qui riservati all’alimentazione delle bestie, nei paesi civili), per sottrarlo dal numero dei bicchieri di vino ai quali la bontà del Ministero della Salute Pubblica ti lascia il diritto (purché il risultato sia uguale o inferiore a due). Così diventerai bello, imputrescibile ed eternamente abbronzato. Amen.
Per fortuna, molti individui della mia generazione (almeno fra quei pochi che sono scampati alle orribili malattie che ci hanno ridotti alla stregua di relitti umani, giusta conseguenza della nostra alimentazione scervellata) sono rimasti sordi al canto di queste tristi sirene e refrattari a questa ideologia del terrore alimentare.
Mmmm, la pasta e fagioli !Nottetempo, sfidando il coprifuoco antialcolico, ci riuniamo in qualche bistrot clandestino (di cui impariamo gli indirizzi a memoria, e li tramandiamo oralmente, per non rischiare che cadano in mano del nemico) e lì ci abbandoniamo a pratiche altamente sovversive, come la cottura delle patate fritte allo strutto o la degustazione di ciccioli, parlando dei bei tempi passati, quando il lardo bianco era ancora in vendita libera nelle macellerie. I più vecchi ci raccontano di quando ammazzavano il maiale sull’aia e ne degustavano il sanguinaccio ancora fumante (sì, lo so, è terribile scrivere cose del genere su una rivista che potrebbe finire nelle mani di un bambino…). Perduti tutti i freni inibitori, finiamo immancabilmente per superare il tasso di alcolemia prescritto per la salvezza delle nostre anime e siamo costretti a rientrare a casa a fari spenti, per sentieri di campagna ove le pattuglie del Ministero della Salute Pubblica non osano troppo avventurarsi.
Ma prima di lasciare gli amici, ci riuniamo in cerchio per lanciare tutti insieme il nostro inconcepibile grido di battaglia : meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine !

vendredi 15 janvier 2010, par Franco Lombardi