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Immersione nel Viola

Nell’ultimo biennio, l’artista Bill Viola, nato nel 1951, è stato celebrato in Italia in una serie di appuntamenti che hanno portato al grande pubblico le sue emozionanti video-istallazioni : a Mantova, nel Palazzo Te, a Torino, nella Galleria d’Arte Moderna e a Firenze con il dono di una sua opera all’associazione Amici degli Uffizi. Quest’anno, fino al mese di luglio potremo ammirare le sue creazioni al Grand Palais di Parigi.
Bill Viola vanta legami con l’Italia non solo per questa sua recente presenza artistica nel nostro paese, ma anche perché ha un nonno italiano, un nonno che emigrò negli Stati Uniti prima della guerra, partendo dalla provincia di Pavia. L’artista non ha mai celato il suo amore per l’Italia, paese dove ha cominciato a viaggiare fin dagli anni Settanta, e dove ha vissuto, per un periodo, nella città di Firenze.
Visitando chiese e musei, l’artista si è lasciato sedurre da Giotto, da Masolino, da Pontormo... facendo di questi maestri gli ispiratori delle sue creazioni.
Al Grand Palais in questi giorni possiamo ammirare molte delle sue opere in cui l’acqua e l’angoscia sono spesso il tema centrale. Ma la caratteristica principale del suo lavoro è la concezione del tempo : si tratta di un tempo scolpito, dilatato, lavorato come una materia plastica. Le sue scene sono rallentatissime, drammatiche, teatrali, intime, e invitano lo spettatore a entrare in una dimensione nuova, inaspettata e controcorrente. In una società che va sempre più in fretta, dove il tempo è denaro, dove la rapidità di produzione, di trasmissione, di informazione, è la parola d’ordine, Bill Viola va al rallentatore. Bisogna avvicinarsi alle sue istallazioni con una curiosità paziente, lasciarsi impregnare, non avere fretta, restare, indugiare, sopportate la lentezza, l’immobilità, l’attesa. Il tempo è una delle dimensioni dell’immagine, il tempo per Viola è la quarta dimensione dell’immagine tridimensionale. La mostra è organizzata come un percorso e all’entrata un aforisma d’Ibd Arabi, accoglie il visitatore con queste parole : “si tu t’engages dans le voyage, tu arriveras”. Si tratta di un viaggio quasi iniziatico che cerca di prendere in considerazione le grandi domandi dell’esistenza : “Chi sono ? Da dove vengo ? Dove vado ?”. Lo spettatore diventa parte integrante delle opere e il suo viaggio è esteriore e interiore allo stesso tempo.
Nella prima opera, The Reflecting Pool, vediamo un uomo vestito che si tuffa in una piscina, è l’immagine e il corpo di Bill Viola messo scena, in seguito l’immagine è fissata e sgranata in un paesaggio di luci, alberi, passi, onde di supeficie, riflessi, e si conclude con il corpo del tuffatore che esce dalla piscina e si allontana nel bosco. L’artista stesso descriverà l’opera come una evocazione della nascita con il corpo nudo che esce dall’acqua e poi della morte, con il corpo che sparisce lentamente dalla scena.
Tutto il percorso della mostra è una elaborazione della nascita e della morte, del corpo e dell’acqua : diluvi, inondazioni, laghi, mare, fino al corpo glorioso che si innalza sotto a una pioggia scrosciante. Perchè l’acqua è onnipresente nell’opera di Bill Viola ? In un’intervista egli stesso ci dà la chiave di lettura di questa costanza. Si tratta di una esperienza infantile che si situa tra il trauma e l’incanto : “Quando ero piccolo - racconta l’artista - ho rischiato di annegare. Questa esperienza incredibile ha cambiato la mia vita. Avevo sei anni e sono caduto in acqua. Mio zio, fortunatamente, era lì vicino, si è buttato in acqua e mi ha tirato fuori. Io sono rimasto sul fondo per un momento. E’ stata un’esperienza emotiva molto forte. Non avevo paura, davvero nessuna paura, sarei rimasto lì se lo zio non si fosse tuffato, e sarei stato felice. Era un’esperienza positiva e non spaventosa. Una sorta di traumatismo, ma un traumatismo positivo. Forse un’altro che non avesse avuto la mia forma mentale avrebbe trascorso un momento difficile perché avrebbe avuto paura. Ma io non avevo paura, credevo di essere in Paradiso o poco lontano. Era un mondo nuovo, non ero mai andato sott’acqua, non avevo mai visto niente sotto questo angolo. E dopo, sono sempre ritornato lì, costantemente, in tutto il mio lavoro1” .
Questa esperienza traumatica vissuta all’età di sei anni è da leggere come un’esperienza di godimento, di un godimento mortifero, e nello stesso tempo di grande intensità, paradisiaco. Questa esperienza ha trasformato definitivamente lo sguardo del soggetto sul mondo, sulla vita, sulla morte. Il mondo acquatico con visioni piene di colore gli è apparso all’improvviso e poi ha continuato ad ossessionarlo tutta la vita. Momento estremo, momento tra la vita e la morte, questa esperienza ha lasciato in lui una traccia indelebile. Una traccia di orrore e di fascinazione. Come trattare questo godimento ? Bill Viola lo ha fatto con la sua arte. Con i suoi video ha dato una forma al godimento traumatico che ha incontrato quel giorno, a sei anni. Le sue creazioni artistiche includono lo spettatore e lo introducono in una dimensione totalizzante, che va al di là della barriera del bello, del condivisibile, di ciò che pacifica. L’arte è sempre “intranquilla” e quella di Bill Viola è particolarmente corrosiva. Con la sua tecnica di rallentamento e accelerazione Viola disegna un tempo che non è cronologico, ma è il tempo soggettivo che ciascuno vive secondo le emozioni che arrestano o fanno correre troppo in fretta il tempo e i battiti cardiaci. L’esplosione degli elementi della natura, che siano fatti di acqua o di fuoco, è sempre spettacolare e potente, ma nello stesso tempo intima e profonda, capace di cogliere la vibrazione di qualcosa di molto umano. Ai critici che denunciano una forzata ricerca dell’effetto, risponde l’emozione degli spettatori catturati dalla potenza delle immagini, dei suoni, dei movimenti filmati ; queste immagini mobili sono le casse di risonanza delle loro emozioni, quelle manifeste, quelle nascoste, quelle inconfessate e quelle inedite.
Lo sguardo dello psicoanalista sulle opere di Bill Viola, è uno sguardo che ... ascolta ! Ascolta le immagini come fossero un racconto onirico. C’è un’opera, tra quelle esposte al Grand Palais, che più delle altre si avvicina al racconto del sogno, tema citato anche nel titolo : The dreamers. Bill Viola spiega che essa è formata da sette grandi schermi al plasma che presentano sette persone immerse nel fondo di un corso d’acqua. Hanno gli occhi chiusi e sembrano serene. Il suono dell’acqua che cola invade lo spazio mentre la stanza si riempe progressivamente di sogno. Questi dormienti che non hanno bisogno di respirare, rappresentano l’immortalità, secondo Bill Viola, rappresentano quindi una dimensione dove scorre l’acqua, ma non il tempo.
Non andate al Grands Palais se vi piacciono le cose rapidi e brevi, se siete impazienti e amanti dell’azione. Se avete un treno che parte, un parchimetro che sta scadendo e il tempo contato. Se tutto ciò che è lento vi sembra ripetitivo e noioso. Bill Viola non si iscrive nella logica del fast-food e dei ritmi della modernità. Prendete piuttosto una sedia pieghevole al guardaroba del museo per sostare più a lungo davanti alle opere e concedetevi un’isola di tempo, per immergervi in una dimensione “altra” del vostro tempo e del vostro spazio.

1 Fargier J.-P., Bill Viola, Expérience de l’infini, film, Réunion des musées nationaux, 2013.

mercredi 18 juin 2014, par Cinzia Crosali