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Iustitia del catio

Correva l’anno 1968, Forlì (mia città natale) inaugurava un pretenzioso e mastodontico Tribunale, incompiuto dal 1937, voluto da Mussolini e che una balbettante Repubblica non aveva avuto il coraggio di abbattere e ricostruire in uno stile, come dire ? meno littorio. Qualche giorno dopo, sul marmoreo frontone, sul quale la proterva ignoranza fascista aveva fatto scolpire nel travertino un’incongrua epigrafe « IUSTITIA » (in realtà, il latino usava la V al posto dell’U), una mano iconoclasta aveva aggiunto nottetempo, in vernice rossa, « DEL CATIO ».
Come non ripensare a questo gustoso episodio, che aveva fatto scompisciare dal ridere la parte sana della cittadinanza forlivese, e gettato nello sconforto le truppe prefettorali, prendendo in esame oggi lo strano caso d’Anna Maria Cancellieri, attuale Ministro della Giustizia ?
Questa brava persona, ex-prefetto ed ex-ministro dell’interno (il ché può forse spiegare molte cose), considerata da certuni come l’uomo forte del governo Letta (sapete, quel sembiante di democrazia che fa funzione di foglia di fico in Inciuciolandia), ha ammesso senza vergogna (e senza dimettersi, ci mancherebbe altro !) di aver, per amicizia e per umanità, aver fatto prevalere i suoi sentimenti sul distacco richiesto dal suo ruolo ministeriale.
Una parte della popolazione traduce che, facendo uso di pressioni indebite, che in un paese serio le avrebbero costato immediatamente la poltrona, la signora Cancellieri abbia favorito la figlia di un amico di famiglia, facendola uscire dal carcere, dove la signora avrebbe dato segni d’anoressia.
Ora, si potrebbe esser tentati di felicitarsi, in un certo senso, che per una volta la giustizia dimostri un po’ di umanità e di pietà… salvo che…
Salvo che, nella patria del diritto che è la nostra Italia, ci si dovrebbe ricordare che « Dura lex, sed lex » e che non è a caso se la Ivstitia è normalmente rappresentata con gli occhi bendati.
E, soprattutto, salvo che… stranamente, la signora Cancellieri la benda l’ha scostata non per guardare amorevolmente, in uno slancio di compassione, verso uno degli innumerevoli poveri cristi che la macchina giudiziaria da lei attualmente diretta stritola spietatamente ogni giorno. No, no, l’oggetto dei suoi sentimenti amichevoli era, guarda caso, la figlia di un noto multimiliardario di fama più che dubbia e dai precedenti penali rilevanti, tale don Salvatore Ligresti…
Allora, come spiegare questa tendenza dei potenti a venire in soccorso ai potenti e figli di potenti, specialmente quando questi ultimi trovano immangiabile il cibo del carcere?
Forse perché trattasi, ancora e sempre, di Iustitia del catio?

mercoledì 4 dicembre 2013, di Franco Lombardi