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Accueil > Primo Piano > Vivere il territorio : il bello dell’Italia > L’Appennino a “quota mille”

Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano

L’Appennino a “quota mille”

Un Giano bifronte tra la grande pianura e il mar profondo

Appennini d’Italia. La spina dorsale che tiene insieme il nord con il sud, ma poi si valica tra l’est e l’ovest. Il lungo confine interno di un Paese costretto in lungo tra larghi mari e magre pianure. Salvo la grande piana del Po, tanto vasta e boscata e impaludata che rappresentò un rebus agli occhi dei consoli romani : la soluzione “geometrica” venne con la centuriazione e il tracciamento nel punto di “emersione” della piana anfibia di una dorsale artificiale, la via Emilia, lunga ben 270 chilometri da Rimini a Piacenza (si vede dalla luna !).


Eravamo lì intorno al 190-180 a.c. La circostanza meno nota è che la costruzione della strada consolare coincise con l’instaurarsi di uno stato di guerra permanente nei confronti degli “uomini dei monti”, i Liguri Friniati. Si trovarono faccia a faccia due visioni del mondo : per gli uni il disboscamento, l’agricoltura stanziale e la ruota per “andare a Roma” tenendosi il più possibile prossimi allo zero altimetrico ; per gli altri la cura del bosco, l’allevamento nomade che trascende le frontiere politiche (transumanza) e la slitta (la “traggia” per il trasporto dei fieni, l’estate). Per la Storia, vinse la ruota ; tuttavia, nonostante le terribili deportazioni inflitte dal nuovo ordine latino alla popolazione civile, i montanari d’Appennino hanno continuato a praticare la loro economia morale d’altura (“tient à su !”, tieniti alto, è il verbo montanaro immortalato in una poesia del Pascoli) fino a dopo la seconda guerra mondiale (e le nuove deportazioni !).
Per “trovare” l’Appennino, ieri come oggi, bisogna salire a “quota mille” : l’altitudine estrema in cui l’uomo, a questa latitudine, e con le caratteristiche nomadiche di cui si diceva, ha potuto radicare modi di abitare comunitari riproducibili sul lungo periodo. Siamo qui in un paesaggio reso estremamente fragile da due generazioni di esodo e dall’abbandono contestuale di molte pratiche agricole. Tuttavia è questo, oggi, nel corpo a corpo tra natura e cultura, un territorio per eccellenza di “frontiera”. Le piccole comunità di uomini e donne che resistono al sopravanzare dei boschi mettono in campo un melting pot di vecchie tradizioni e nuova economia comunitaria : dagli usi civici (i boschi e le acque gestiti e utilizzati collettivamente) a forme avanzate di autogestione come le “cooperative di paese”, a modi più consapevoli di allevamento brado (permacoltura), alla diffusa persistenza di matrici poetiche (maggi, pive, befane, furlane).

Ci sono fotografie suggestive che restituiscono dell’Appennino tosco-emiliano l’immagine di un “mare di montagne” destinato via via a perdersi in un orizzonte piatto : il Tirreno toscano a sud-ovest, la piana emiliana a nord. Comunque lo si prenda, l’Appennino è monte di valichi e di crocevia. Prendere un cammino, piuttosto dell’altro - una volta abbandonate le autostrade, e lasciata pure l’automobile, o i più rari treni -, significa scegliere, e poter scegliere, tra paesaggi molteplici. Qui il segno che distingue questo, da altri paesaggi : la libertà inusuale dei cammini.

mardi 4 août 2015, par Antonio Canovi