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L’Italia s’è desta

In questo numero sull’Unità d’Italia, Cinzia Crosali ci fa riflettere sul concetto di identità nazionale e come questa sia vissuta in Italia, ma soprattutto all’estero.

In riferimento all’anniversario dell’Unità d’Ialia, mi è stato talvolta chiesto se esiste una identità italiana. Questa domanda posta dai francesi a un’italiana che vive in Francia assume un significato particolare. Il fatto di vivere all’estero desta un senso di appartenenza, insospettato sul suolo italico. In Italia infatti prima della ricorrenza dei 150 anni dell’unificazione, l’identità nazionale non era un argomento di grande attualità. Da ragazzi, e io lo sono stata negli anni 80, il tema dell’identità italiana non era molto consueto ; la corruzione e le frange di un terrorismo non ancora concluso, erano allora i temi principali delle riflessioni nazionali. Oggi, forse perché anche l’Italia è ora teatro di culture e di nazionalità diverse, la percezione della propria identità ha acquistato maggiore consistenza rispetto a trent’anni fa, ma spesso si tratta di quella percezione che sorge in opposizione alla cultura “dell’altro”. Così capita di sentire commenti rivolti alle culture extracomunitarie del tipo : “Loro non ragionano come noi”, oppure : “E’ marocchino, ma si comporta proprio come noi”, frasi in cui, più del commento sullo straniero, colpisce questo uso del “noi” che vorrebbe alludere a un insieme univoco, omogeneo e solidale. Ma esiste veramente questo insieme ? Cosa resta del “noi” se lo estrapoliamo dall’opposizione agli “altri”, se lo separiamo da coloro che non farebbero parte del “noi” ?
L’identità procede dall’identificazione, quindi prevede un modello di riferimento. Forse oggi è più facile individuare modelli di differenziazione piuttosto che modelli di identificazione.
Per gli italiani in Francia, il processo è lo stesso, anche se rovesciato. Dopo tanti secoli di migrazione “per necessità” e quindi caratterizzati da un pudore generalizzato circa la propria identità nazionale, da qualche decennio, il movimento di italiani che si spostano (“emigrano”, appare qui un termine obsoleto) per scelta personale o per seguire un progetto di studio o di lavoro, è tale per cui l’etero e l’auto-percezione è cambiata. Così i giovani italiani che arrivano oggi in Francia sono molto meno disposti ad accettare le facili e stereotipate etichette di un tempo : italiani = mamma-spaghetti-pizza-mafia, di quanto non dovessero fare i loro coetanei del dopoguerra. La critica relativa al proprio paese è eventualmente tollerata solo rispetto a certe posizioni politiche del governo, mentre il cliché folcloristico dell’emigrante degli anni 50, non rappresenta più l’italiano itinerante di oggi. Itinerante, perché, in effetti, la facilità degli spostamenti, la variabilità spaziale dei contratti di lavoro, l’impermanenza delle strutture professionali attuali, rende spesso la presenza in Francia di molti italiani provvisoria e limitata a periodi non definiti e a volte alternati ad altri periodi in Italia o altrove. Questo elemento temporale, segna una differenza notevole rispetto alle generazioni precedenti, per le quali emigrare in Francia costituiva un evento capitale e totalizzante sia a livello individuale che familiare. In quel contesto la necessità di integrazione nel paese ospitante diventava una necessità prioritaria e l’essere italiani all’estero non era facile, né da dichiarare, né da vivere. Oggi non è più così per gli studenti e i professionisti di nuovo arrivo ; essi vivono una situazione più di “scambio” che di “accoglienza”, con il paese ospitante, si propongono quindi senza complessi di inferiorità, non hanno più l’urgenza, né la necessità di acquisire la nazionalità francese, non conoscono la nostalgia struggente dell’antico emigrante, e possono tornare a casa quando vogliono a un prezzo pari a quello di una cena.
Se è cambiata l’identità degli italiani all’estero, che ne è di quella degli italiani in Italia ? Siamo tutti consapevoli che la storia di una nazione come la nostra, che ha solo 150 anni di vita, è fatta di culture regionali, identità locali, dialetti e tradizioni provinciali. E’ difficile ridurre a un solo tratto tutta questa ricchezza e definire sinteticamente di che cosa è fatta, se esiste, l’identità italiana.
Lo scrittore Tiziano Scarpa, in un’intervista ai ragazzi di un liceo di Roma rifletteva sul fatto che : “Un italiano non è uno che sa l’Inno di Mameli o si inchina all’Altare della Patria o sa a memoria i primi dieci Articoli della Costituzione, ma l’italiano è piuttosto uno che ricorda il gesto di Tardelli alla Finale dei Mondiali di Spagna o che sa cantare il testo della “Canzone del sole” di Battisti”.
Si tratta cioè di emozioni condivise, di memorie collettive che variano con le generazioni, ma che riguardano sempre la vita quotidiana, la storia minuscola, più che la Grande Storia e le Istituzioni Ufficiali.
Così l’italianità non si articola ai gruppi politici dominanti e passeggeri, ma a un nocciolo profondo che contiene un misto di esperienze, ricordi, appartenenze, riconoscimenti, e che può essere fatto di sapori, odori, paesaggi, cibi, film, libri, canzoni, poesia, usi, emozioni....
Tuttavia, per ciascuno, che viva all’estero o in patria, “l’essere italiano” è vissuto in modo diverso e personale. E soprattutto non è mai una posizione univoca ; spesso è una identità che riunisce affetti contradditori : amore, odio, orgoglio, rabbia, speranza, delusione.
E’ interessante notare come la modalità di relazionarsi alla propria nazione, alla propria terra, contenga l’impronta del modo con cui una persona si relaziona con gli altri nella sua vita “privata”. Il senso di appartenenza o di esclusione, l’attaccamento o l’ostilità, la riconoscenza o le rivendicazioni che si ritrovano agiti nel contesto sociale, hanno spesso le loro radici nelle relazioni familiari, nascono nei legami più intimi e più primitivi, negli amori e negli odi che hanno marcato un soggetto fin dai primi anni della sua vita. La stessa parola “Patria”, che per tanto tempo è stata fuori moda, portatrice di sapori ottocenteschi o di enfasi da Regime, oggi ritorna con un suono nuovo che ri-desta un’idea familiare di Italia, più intima e personale, con la quale gli italiani intrattengono un rapporto conflittuale, contradditorio e passionale.
Infine, come psicanalista non posso non sottolineare il ruolo della lingua italiana, quale fattore di unificazione, di trasmissione e di coesione del nostro paese.
Quando dei pazienti italiani che vivono a Parigi si rivolgono a me, la motivazione principale, anche per le persone che parlano benissimo il francese, è la possibilità di parlare in italiano e di poter quindi esplorare zone delicate e sensibili attraverso i suoni della lingua madre, quella dell’infanzia e delle prime relazioni. Una lingua che sembra quindi poter esprimere con più autenticità la verità inconscia del soggetto e dire in modo più preciso la sua sofferenza esistenziale. In quelle occasioni, la lingua non è solo un codice di comunicazione, non è solo uno strumento, ma è impastata con il contenuto, è materia viva, pulsante, e da sola testimonia di un aspetto soggettivo e prezioso dell’ identità italiana.

dimanche 12 juin 2011, par Cinzia Crosali