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L’acqua non si vende !

Riccardo Petrella, politologo, economista, presidente dello IERPE (Istituto Europeo di Ricerca sulla Politica dell’Acqua), segretario generale del Comitato per il Contratto Mondiale sull’Acqua, presidente dimissionario dell’Acquedotto Pugliese ed altro ancora, ormai definito amichevolmente il “filosofo dell’acqua”, continua la sua battaglia contro la mercificazione dell’acqua da Bruxelles. Gli abbiamo chiesto di spiegarci l’abc della questione.

Perché l’acqua non può essere privata ?
L’acqua è un elemento naturale essenziale ed insostibuibile per la vita, a differenza di tanti altri elementi, naturali e non, oggi “essenziali” per la vita ma che non sono insostituibili, come il petrolio, il computer, la televisione, il cellulare. Per secoli gli esseri umani hanno vissuto senza petrolio ed automobile oppure senza riso e tra 300 anni o 60 milioni di anni vivranno senza detti beni. Però, né 5.000 anni fa né tra un miliardo di anni, gli umani hanno potuto né potranno vivere senza acqua.
Inoltre, l’acqua è essenziale ed insostituibile anche per tutte le altre specie viventi (i gatti, le piante...), il che non vale per il cellulare, il computer o per il grano. L’essenzialità e la non-sostituibilità dell’acqua per la vita fanno di essa, insieme all’aria, alla terra, al sole, alla conoscenza, un “bene comune alla e per la vita” che non può essere oggetto di appropriazione privata, cioè sottoposta a rivalità ed ad esclusione. Questo rende l’acqua un “bene sociale” di cui la proprietà/responsabilità è essenzialemente ed esclusivamente collettiva e pubblica.

La differenza tra un bene sociale ed un bene economico ?
Nelle nostre società occidentali si definisce “bene economico” (secondo la concezione dell’economia capitalista di mercato) il bene la cui proprietà ed uso sono suscettibili di fare oggetto di rivalità e, quindi, di esclusione. Il fatto che le pratiche sociali alimentino fenomeni di rivalità tra usi alternativi dell’acqua (usi domestici, urbani, industriali, energetici...) e fenomeni di esclusione (tra Stati, Regioni, comunità...) non significa che l’acqua cessi di essere un bene sociale essenziale ed insostituibile per la vita. Come rubare non legittima il furto, così questi fenomeni non legittimano l’appropriazione privata dell’acqua. Non si può diventare proprietario di un fiume, di un lago, delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, dell’umidità nell’atmosfera come si diventa proprietario di un televisore, di una moto, di una casa, di un gioiello ! I tubi, le infrastrutture, i serbatoi, i depuratori, i dissalatori sono certo “prodotti industriali” che imprese private (ma anche pubbliche) possono produrre e vendere alla collettività, ma questo non implica che l’acqua ed i servizi idrici debbano essere proprietà o gestiti da soggetti privati. La proprietà dell’acqua e la gestione dei servizi pubblici non possono essere che pubbliche e di responsabilità (anche finanziaria) collettiva. Infine, terza ragione : l’acqua per la vita non è una questione di scelte individuali. Posso scegliere di avere o non avere l’automobile per viaggiare in città ed utilizzare i trasporti pubblici ; posso scegliere di mangiare carne anziché pesce, posso vivere in montagna o in prossimità del mare, ma non posso scegliere di bere o non bere acqua, di irrigare o non irrigare i campi.... L’acqua non è come la limonata o il vino. Questi ultimi possono far parte dell’economia privata. L’acqua fa parte dell’economia pubblica perché le decisioni che la riguardano, per tutte le molteplici fasi del suo ciclo economico (dalla preservazione dei siti di captaggio alle fasi di riciclo delle acque usate) sono intrinsecamente di natura e di rilevanza pubbliche collettive.

Un diritto fondamentale, insomma. Che rapporto c’è tra l’acqua e la democrazia ?
Per le ragioni di cui sopra, l’acqua fa parte del campo dei diritti umani e sociali e non dei bisogni, per natura soggettivi e relativi anche se fondamentali. Avere accesso all’acqua potabile nella quantità e qualità sufficienti ed indispensabili per la vita è un diritto umano (universale, indivisibile ed imprescrittibile). Lo stesso dicasi per l’acqua necessaria per l’igiene ed i servizi sanitari. La politica dei diritti umani e sociali (e dei doveri e responsabilità) rileva squisitamente della democrazia. Essa non può essere il campo riservato ad una oligarchia, ad una tecnocrazia o ad un sistema autoritario. Parlo di una reale democrazia, partecipata, e non solo di una democrazia formale svuotata di senso e di contenuti come è il caso flagrante oggi, in Europa, dell’Italia o della Francia. Lo Stato dei diritti e di diritto non può fondarsi e vivere che in un sistema democratico.
Lo stesso vale per gli aspetti relativi alla salvaguardia, protezione, promozione e valorizzazione “sostenibile” delle risorse idriche a livello dei bacini idrografici locali, regionali, interregionali ed inter-pluri-nazionali. La gestione del territorio, la politica agricola ed energetica, la condivisione giusta e durevole delle acque nel contesto di una effettiva solidarietà tra le comunità territoriali, la copertura degli investimenti e dei costi, i rapporti tra i comuni appartenenti allo stesso bacino, i rapporti tra l’operatore ed i cittadini... non sono compiti che possano essere esercitati, anche su delega o via affidamento, da soggetti privati (siano esse imprese locali o multiutilities e multinazionali) né ai meccanismi del mercato, specie finanziari.

L’Europa e gli Stati occidentali, che sono anche i più ricchi in termini di acqua, riconoscono questo diritto ?
E’ utile sottolineare che il diritto umano all’acqua è stato finalmente riconosciuto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite solo lo scorso 28 luglio dopo 62 anni di lotte condotte in tutto il mondo a tal fine. Se il riconoscimento è avvenuto, ciò lo si deve all’iniziativa del govenro della Bolivia di Evo Morales che è riuscito ad ottenere la firma di 33 Stati per la proposta di risoluzione : nessuno Stato occidentale figura tra i promotori della risoluzione !!! Inoltre tra i 142 Stati delle Nazioni Unite che hanno approvato la risoluzione, solo 11 Stati sui 27 dell’Unione europea hanno votato a favore.Eppure i nostri Stati si dichiarano essere gli Stati democratici più avanzati del Pianeta !
A livello dell’Unione europea il legame tra acqua e democrazia è molto debole. Al momento, la politica dell’acqua e le politiche che hanno un’influenza determinante sull’acqua in Europa sono fortementre influenzate dalle grandi compagnie multinazionali private dell’acqua (soprattutto francesi, inglesi e, sul piano tecnologico, olandesi), dell’agrobusiness e dell’agroalimentare, dell’energia e dei settori industriali grandi “consumatori” d’acqua. Lo stesso Water Intergroup, istituito nel 2010 in seno al Parlamento europeo, è sotto “tutela” delle grandi lobby private dell’acqua (anche in ragione della debolezza, vuoi l’assenza, di interesse all’Intergroup da parte dei gruppi politici e sociali che, teoricamente, avrebbero potuto controbilanciare tale tutela).

Come presidente dell’IERPE, come si situa l’Italia - rispetto all’Europa e al mondo - in termini di comportamenti politici e sociali nei confronti del bene acqua (inquinamento, sprechi, privatizzazione, ecc.) ?
L’Italia è un caso simultaneamente preoccupante ed entusiasmante. Preoccupante perché fin dagli inizi degli anni ‘90, come dimostrato dall’approvazione della legge Galli sulla gestione dei servizi idrici in Italia (la prima legge italiana sull’acqua ispirata da un approccio globale e sistematico), la maggioranza della classe dirigente politica, economica e scientifica italiana, di destra come di sinistra, si è dichiarata favorevole al graduale trasferimento sul mercato dei servizi idrici, e quindi favorevole ai processi di liberalizzazione e di privatizzazione. Ciò in sintonia dichiarata con le scelte politiche ed economiche allora e tuttora predominanti nella maggior parte degli Stati europei. Così, dal 1994 in poi, fino al decreto Ronchi del 2009, i governi D’Alema, Prodi e Berlusconi hanno fatto a gara su chi spingesse meglio e più rapidamente sulla via della liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione non solo dei servizi idrici ma dell’insieme dei servizi pubblici locali. Il leader attuale del Pd, Bersani, allorché era ministro per lo sviluppo sotto Prodi fu uno dei più accaniti sostenitori della liberalizzazione e privatizzazione dei servizi idrici. Oggi, sul piano legislativo, l’Italia fa parte dei paesi dove i servizi idrici sono stati interamente o parzialmente privatizzati e mercificati con provvedimenti legislativi e decreti ministeriali sempre più eterogenei, confusi, addirittura contaddittori, tanto da far dire alle stesse autorità competenti in materia (compresa la Federutility, organizzazione padronale) che l’Italia si trova in un grande pasticcio idrico legislativo, amministrativo, gestionale ed economico. Non sorprende che in siffatta situazione, l’acqua sia il teatro di abusi, corruzioni, spoliazioni, sfruttamenti da parte di operatori pubblici e privati, istituti di credito, utenti, gruppi corporativi.

Non sembra tanto entusiasmante, no ?
E’ entusiasmante, invece, perché, proprio in contrapposizione alle situazioni che abbiamo descritto, l’Italia è diventato il terreno della nascita e dello sviluppo di un movimento popolare di cittadini, spontaneo, fra i più significativi e ricchi di contenuti al mondo, di lotta per l’acqua pubblica, l’acqua bene comune, l’acqua come democrazia. Non per nulla, il movimento è riuscito a raccogliere nel 2007 più di 420.000 firme legalizzate in sostegno ad una proposta di legge nazionale sull’acqua di iniziativa popolare e, nel 2010, a raccoglier più di 1 milione e 400.000 firme in favore dell’indizione di un referendum nazionale abrogativo delle disposizioni legislative vigenti e che hanno condotto alla liberalizzazione e privatizzazione dei servizi idrici. La Corte Costituzionale ha riconosciuto la legittimità del referendum che avrà luogo verosimilmente il 12 giugno 2011. Anche se il governo Berlusconi dovesse riuscire nel suo intento (sta facendo di tutto, in maniera subdola e indecente, per riuscirvi) di far sì che il referendum fallisca rispetto al quorum indispensabile di votanti, il fatto che ci sia stata in Italia una proposta di legge sull’acqua d’iniziativa popolare e che sia stato indetto un referendum abrogativo delle leggi della privatizzaione è un risultato storico di grande valore politico e simbolico, unico certamente in Europa.

Qual è la sua opinione, in quanto ex-presidente dell’Acquedotto pugliese dimissionario, sul percorso attuale della Puglia rispetto all’annunciata ripubblicizzazione dell’AQP ?
Mi dimisi in dicembre del 2006 dall’AQP perché dopo un anno e mezzo di incertezze, lentezze, vuoi di decisioni dubbie, nessuna misura di base necessaria per avviare il processo di ripubblicizzazione dell’acquedotto era stata presa, anzi furono compiuti dei passi gravi (come il nuovo trattato commerciale bilaterale sull’acqua tra la Lucania e la Puglia) in direzione contraria alla ripubblicizzazione. Il presidente Vendola alle ultime elezioni regionali, ha riaffermato il suo impegno in favore della ripubblicizzazione. La giunta regionale, con notevole ritardo sugli impegni elettorali presi, ha sottoposto in ottobre 2010 all’esame del Consiglio regionale una proposta di legge regionale. In gennaioi 2011, la giunta ha apportato alcuni emendamenti che suscitano serie perplessità perché introducono differenze sostanziali rispetto al testo originale. I principi affermati per la ripubblicizzazione dell’acquedotto appaiono piuttosto annacquati o formulati in maniera poco chiara e suscettibili quindi di molteplici interpretazioni. Per dirla in breve, sono un po’ preoccupato, nella speranza che il presidente Vendola metta, infine, un termine alle reali esitazioni, tentennamenti e ritardi. Sono oramai sei anni che è stato preso l’impegno di ripubblicizzare l’AQP ! E’ tempo di realizzarlo effettivamente. Sarò tra i primi ad esserne felice.

samedi 9 avril 2011, par Patrizia Molteni