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L’andar via da Milano

Parigi. L’idea di Parigi, il fatto di Parigi, il sapere che c’è Parigi, che si arriva a Parigi, che si può andare in giro a Parigi – usciti dalla stazione, uno può andare in giro, camminare liberamente, senza piani precisi, poiché le vie sono tante e lunghe e la città è grande, c’è spazio per tutti. E una volta che uno è a Parigi, e ha passato un intero pomeriggio nella città, cercando di capire che cosa è meglio fare, che cosa è meglio mangiare, con chi scambiare una parola, per quale quartiere gironzolare, a quel punto ci si accorge che c’è anche la possibilità di passare la notte in città, al riparo, dormendo in un letto, o distesi comunque su qualcosa di non troppo scomodo, semplicemente rivolgendosi a uno dei tanti hotel aperti, oppure piantando la tenda nel campeggio di Joinville-le-Pont, o magari perché si è invitati, c’è persino questa evenienza rara ma non del tutto improbabile, essere invitati da qualcuno che abita a Parigi a dormire a casa sua, per poi svegliarsi a Parigi, nell’appartamento privato di un parigino, e quindi guardar fuori dalla finestra, e fuori ci sono le strade, gli alberi, le biciclette, i vecchi, gli africani, le panchine, i rompicoglioni di Parigi.
Il bello di Parigi è che non è Milano, e anzi Parigi dista centinaia di chilometri da Milano, per andare a Parigi devo veramente andarmene via da Milano, abbandono la mia città, addirittura abbandono il mio paese, per andare a Parigi devo andarmene dall’Italia, e ogni volta gusto nuovamente questo piacere, andarmene via dal mio paese, che significa avere qualche buona probabilità di dimenticarlo, di scordarmi per un po’ come funziona, come funziono io quando sono laggiù, in Italia, a Milano, dimenticare come la gente cammina per Milano, e sopratutto dimenticare quello che si pensa non solo a Milano, ma in tutto il paese, non farci più caso, che sono anch’io italiano, e che passo la vita a combattere nella mia testa ciò che una gran quantità di miei concittadini pensano, e che vengono anche a dirmi, per strada, o sui mezzi pubblici, o per canali più sofisticati, alfabetizzati, come la stampa, o altri, più ipnotici, come la televisione. Quando vado a Parigi, io me ne vado via. Non sono più a Milano, non sono più in Italia, smetto di sentir parlare l’italiano, smetto di ascoltare gli italiani.
Non è per un’indole snob, per l’amore delle cose lontane, non è solo per il fastidio o lo schifo della vicinanza, non è per via di Milano, che è una città che odia la cultura, che poi non è vero neppure, sarebbe ingiusto dire “odia”, Milano è una città che ha ben altro da fare, altre gatte da pelare, ma non la cultura, non parlate ai milanesi di cultura, ancora ancora a Milano esistono donne con cui parlare di cultura, donne che leggono, amano leggere, vedono film, cercano di capire come la vita cambia cambiando certe condizioni, il mutare delle ragioni e delle abitudini, l’intensificarsi dell’idiozia, il farsi legge della crudeltà, le donne a Milano ragionano, con strumenti forniti dalla cultura alfabetica, mettono in contatto nomi con cose, parole con sentimenti, migliorano le proprie parole, rendono più tersi i sentimenti, ma gli uomini di Milano hanno altro da fare, e non per via delle palestre, non è neppure vero che gli uomini di Milano spendono il meglio della loro vita, quella fase di piena maturità intellettuale, e di audacia del carattere, a sollevare pesi, a correre su tappeti avvolgenti, ma gli uomini di Milano sono persone di grande concretezza, conoscono esattamente chi sono le persone importanti nel loro ambiente, e come si fa leva sulle persone importanti, in modo da averne un ritorno finanziario, per poter poi pagare la rate di un’automobile che abbia come minimo quattro ruote motrici, dire che molti milanesi, se visti dentro le loro automobili, con i paraurti antibufalo, e i vetri oscurati, come fossero tanti gangster in carriera, dire di queste persone, senza voler mettersi nella loro testa, senza dover per forza censire i loro sogni di grandezza autostradale, vedere questi uomini di Milano, e dire che Milano è una città da dimenticare, non perché sia tutta merda quella che circola a Milano, non si fa neppure riferimento alla classe politica milanese, all’arte di spolpare la carogna, di buttare cemento in ogni angolo, di sventrare quanto rimane di una cosa sobria, di un quartiere popolare, dalle fattezze ancora cittadine, ossia rispondente ai diversi bisogni umani degli uomini e delle donne di città, andar via da Milano, non perché le mafie qui non sparano ma scavano, amministrano ospedali e cliniche per anziani, non perché non sai di che parlare al milanese che incontri ogni giorno, e infatti non parli, non parla neppure lui, non parla nessuno, tutti si spingono da parte zitti per andare oltre, per essere ancora più schiacciati dentro la cupa crosta di Milano, nella sua aria triste, moribonda, uno non va a Parigi perché la città in cui abita rappresenta bene il paese di merda in cui abita, ci va solo per starsene lontano, per non dover più maledirlo, va via vigliaccamente, per scordare tutto quanto è capace di scordare, la fisionomia di Milano, i suoi orrendi tramonti, la coltre grigia, la sua poca erba sciupata, la neve sporca, le sue ricchezze così poco attraenti, che scintillano nei locali dove si servono dei cocktail fatti da culo, perché neppure sbronzarsi per bene è possibile a Milano.

mardi 17 juin 2014, par Andrea Inglese