FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Primo Piano > Resistenza Resistenze > L’uso strumentale della resistenza

L’uso strumentale della resistenza

Berlusconi, 25 Aprile Il mese scorso Marina Valensise, giornalista del quotidiano berlusconiano Il Foglio, ai microfoni di Prima Pagina, la rassegna stampa di Radio Tre, ha contribuito a diffondere un’ulteriore nuova lettura della Resistenza. Fermo restando, a partire da quest’anno, l’apparente concordia del mondo politico nel riconoscere il valore della lotta di liberazione dal nazifascismo, secondo Valensise, bisogna distinguere : c’era chi lottava per la libertà – militari dell’esercito regolare, cattolici o liberali alla Edgardo Sogno – e c’era poi chi lottava per l’Unione Sovietica. Inutile dire che questi ultimi erano i partigiani comunisti. Dimenticata per un attimo la polemica tra chi, a destra, ma non solo, domanda un riconoscimento per i ragazzi di Salò in virtù del loro slancio giovanile per la difesa di un malinteso onore della patria, e chi non intende passar sopra al valore morale di scelte tanto diverse, bisognava subito introdurre un’altra distinzione tra cattivi, i comunisti, e i buoni, tutti gli altri, fascisti inclusi.
La domanda di rivalutare il sacrificio delle milizie repubblichine, tradottasi anche in un disegno di legge poi ritirato, si innesta in realtà in un uso strumentale della storia recente, volto a giustificare i cambiamenti intervenuti sulla scena politica, in particolare l’arrivo al governo di partiti che non si riconoscono nella lotta di liberazione e nella carta costituzionale. In testa Alleanza Nazionale e Lega Nord, ma nemmeno Forza Italia, nonostante raccolga in massa transfughi del vecchio Partito Socialista e della Democrazia Cristiana, mostra maggiore attaccamento alle fondamenta storiche della Repubblica.
Dal punto di vista storiografico, la rivisitazione del fascismo e della Resistenza cominciò verso la fine degli anni ‘60 con gli studi di De Felice, ma almeno fino alla metà degli anni 80 la questione rimase appannaggio degli storici. Fu Bettino Craxi che iniziò il processo di legittimazione politica del partito che era l’erede diretto della Repubblica Sociale Italiana, il Movimento Sociale – Fronte Nazionale, diventato nel 1995 Alleanza Nazionale. Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio, si pronunciò a favore di un’ipotetica possibilità per l’MSI di entrare in una coalizione di governo : in segno di distensione offrì al partito la presidenza della Giunta delle elezioni alla Camera. Inutile dire che tale apertura a destra andava inscritta nel feroce anticomunismo del segretario del PSI, che finiva per mettere in crisi la cosiddetta politica dell’arco costituzionale, quella, per intenderci, iniziata nel 1961 dopo la caduta del governo Tambroni, che escludeva dai patti di governo i partiti che non avessero partecipato alla stesura della carta costituzionale e non ne condividessero lo spirito antifascista. Cioè l’MSI.

L’attacco alla Resistenza


Da questo momento in poi comincia l’attacco alla narrazione tradizionale della Resistenza. Data d’inizio ufficiale il 1988, quando De Felice rilascia un’intervista a Giuliano Ferrara, pubblicata dal Corriere della Sera, in cui dice che la vulgata antifascista sarebbe andata presto in soffitta, se non altro perché le terze generazioni avrebbero visto il fascismo come un’esperienza ormai “defunta”. Allora – concludeva De Felice – il paradigma antifascista su cui era fondata la Repubblica “nata dalla Resistenza” non sarebbe più stato riconosciuto valido. Questo approccio, al cui successo contribuì la fine del sistema sovietico, fu ampiamente ripreso dagli allievi di De Felice, come la storica Aga Rossi, ma soprattutto da coloro che si sono collocati in una zona intermedia, un po’ storici, un po’ pubblicisti. Per esempio Galli della Loggia, Paolo Mieli, o, recentemente convertito alla critica della resistenza, Giampaolo Pansa. Tutti non fanno che riprendere contenuti già ampiamente dibattuti nell’immediato dopoguerra, sia a livello storiografico che sulla stampa. Si pensi ad esempio a Longanesi, Ansaldo o a Montanelli. Solo che, in modo subdolo, tali contenuti vengono presentati come nuovi.
E allora ecco i partigiani comunisti che uccidono i preti, sostengono i sanguinari partigiani jugoslavi e vogliono fare la rivoluzione come in Unione Sovietica ; ecco Togliatti che non intercede presso Stalin per i prigionieri italiani o la resistenza presentata come guerra civile e fratricida. Mentre Mussolini non era poi così cattivo, i repubblichini difendevano l’onore della patria perduto nell’armistizio, la RSI aveva la funzione di proteggere l’Italia e le persecuzioni contro gli ebrei erano poca roba.
In questo modo, la resistenza divenne una spina nel fianco dell’Unità Italiana, una festa che divideva, anziché unire. Negli anni ‘90, si arrivò addirittura a proporre altre date per celebrare la memoria nazionale : Bossi propose il 7 aprile (1167), data del giuramento di Pontida, Berlusconi la vittoria della DC contro il Fronte Popolare il 18 aprile del 1948, mentre il suo sodale Baget Bozzo propose tout court di eliminare la ricorrenza del 25 aprile. Fu in questo contesto di spaccatura che l’allora presidente Ciampi volle restituire dignità festiva al 2 giugno, Festa della Repubblica.
Quest’anno pare che tutti si siano finalmente riconciliati con il 25 aprile, e, paradossalmente, il più convinto sostenitore a destra dell’antifascismo sembra proprio il segretario di AN, Giancarlo Fini. Un male o un bene ? La foto di Berlusconi col fazzoletto dell’ANPI sembra di fatto annullare ogni differenza storica. E la confusione non è mai un bene.

dimanche 7 juin 2009, par Anna Consonni