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LA MIA PATRIA FUGGITIVA

Nella mia vita adulta mi sono quasi sempre ritrovato a vivere all’estero. Prendevo un lavoro, e mi ritrovavo all’estero. Conoscevo una ragazza, e mi risvegliavo in un letto estero. Andavo al mare, e i cartelli segnaletici della spiaggia erano scritti in una lingua straniera. Mi sposavo, e manco a dirlo nessuno parlava l’italiano. Una vera persecuzione. Io per carattere, e anche per segno zodiacale, sarei una persona che se ne sta tranquilla in pantofole nella catalettica cittadina natia. Fin dall’infanzia gli spostamenti mi sono apparsi dispendiosi sia fisicamente che psichicamente, e soprattutto molto inutili. Fondamentalmente li detesto, i viaggi. E non sono nemmeno tanto portato per le lingue. No grazie, c’è qualcosa alla televisione che mi interessa, mi sarei volentieri schermito. E invece per un verso o per l’altro mi ritrovavo sperduto in un deserto, nell’aria lercia di una cacofonica metropoli, in una pampa disseminata di enigmatiche mucche. Sempre estero era.

Le persone hanno idee molto sbagliate sull’estero. Si immaginano che sia un posto dove tutto è sempre molto bello, dove si sta per definizione benissimo, dove si è sempre in vacanza. Certo che tu sei proprio fortunato !, mi dicono, sottintendendo che dovrei vergognarmi della mia condizione. Ti invidio !, sospirano, dopo che ci siamo dilungati sulla sempre più terminale situazione del nostro Paese. Divertiti anche per me !, dicono. Non hanno nessuna idea di cosa voglia dire abitare all’estero.
Campare all’estero è come essere amputati di una parte del proprio presente, la più importante. Come avere un buco nero al posto della tua infanzia, dei luoghi a cui tieni di più, delle facce tra cui sei cresciuto. Una voragine che si è inghiottita i sapori che prediligevi, gli odori più evocativi, le emozioni più struggenti. È soprattutto guardando i varietà alla televisione che te ne rendi conto : attorno a te tutti sorridono, scuotono la testa, canticchiano. E tu te ne stai lì come una statua sotto la pioggia. La maggior parte di quei visi e di tutte quelle parole e canzoni non ti dice niente, ma proprio niente. Poi finisci per capire : quei mascheroni sono gli equivalenti locali di Raimondo Vianello, Rita Pavone, Gianni Morandi, Mike Bongiorno, Sabina Guzzanti. Tu però non li hai mai sentiti nominare, non hai la minima idea di cosa rappresenti ciascuno, da che cella frigorifera esca. Tabula rasa.
A forza di stare tanto tempo in un dato Paese estero uno la lingua la impara, che discorsi. Prima memorizzi come si dice birra, pane, copulazione, tutti gli altri generi di primissima necessità. Poi impari anche i nomi di una miriade di altri orpelli, compresi quelli che nel tuo Paese proprio non ci sono, come per esempio le cavallette saltate in padella o le pinzette di legno per chiudere le zanzariere. Da un certo punto cominci a addentrarti nelle finezze dei modi di dire locali, degli insulti, di qualche proverbio : ti esprimi più o meno correntemente. Però è come se indossassi un vestito che ti stringe sotto le ascelle, con la stoffa ruvida, con i bottoni che si incastrano nelle asole. Hai un bel strattonarlo o cercare di riattarlo, resta scomodo : è stato fatto su misura per un altro. E prima o poi ti tradisce, puoi starne certo. Si sbrega per esempio sull’inguine.
All’estero si vive in effetti come bambini, bambini che non sanno le cose che sanno tutti e che sono sempre pronti a sparare una bestialità. Tiri fuori una considerazione che ti sembra a postissimo e tutti sorridono con sufficienza, come si fa appunto con i più piccoli. In quel caso però il bambino sei tu. Un bambino grande e grosso, incongruo, mostruoso.
Quando uno risiede all’estero gli autoctoni lo prendono per il tipico rappresentante del Paese da cui proviene. Io sono biondastro e con gli occhi azzurri, ho sempre odiato il calcio, non mi piace la pizza, e in casa mia non si mangiavano mai gli spaghetti, perché mia madre era ideologicamente contraria, ma dovunque vada pretendono che faccia l’italiano tipico. Rimangono delusi, se non mi do da fare. Nei loro occhi comincia a apparire il dubbio che non sia un vero italiano, o comunque non un buon esemplare. Come una compera che quando si arriva a casa si rivela un pessimo acquisto. Come un fungo che a guardarlo bene brulica di vermettini.
Prima di andare all’estero ero un tipo abbastanza spiritoso. A scuola ero il classico studente che non è tanto bravo ma che spara fuori le cavolate che fanno scompisciare tutta la classe. E anche in famiglia ero quello che diceva le scemenze e gli altri ridevano. Fa piacere far divertire la gente, è pur sempre un appiglio al quale la propria autostima può abbarbicarsi. Almeno li faccio ridere, ci si dice. Da quando sono all’estero non faccio più battute. Neanche una. O meglio me le faccio nella mia testa, e rido da solo, con la faccia serissima. Ci ho provato, intendiamoci, ma non rideva mai nessuno.
Quando uno è all’estero per tanti anni mangia le cose che è abituato a mangiare. È italiano, e quindi mangia le orecchiette con il pomodoro, i risotti, la mozzarella, le fettine. Prepara il caffè con la moka, trita il prezzemolo con la mezzaluna. Poi a un certo momento tutto crolla. Da un giorno all’altro comincia a considerare normale abbinare le tagliatelle scotte con una salsiccia di fegato, metterci sopra l’emmenthal grattugiato al posto del grana, condire l’insalata con l’olio di colza e la senape, il tutto sorseggiando un liquido caramellato e dolciastro. Del resto quando rimpatria il caffè gli sembra ormai un catrame imbevibile, la pastasciutta un cemento stucchevole, la mozzarella una gomma insapore da masticare, i digestivi delle pozioni avvelenate.

Naturalmente se uno ha messo le radici all’estero vede tutte le cose positive del posto dov’è, e si nasconde quelle negative : è un normale riflesso di sopravvivenza. Ama insomma un Paese che si caratterizza per essere esente dai micidiali difetti del suo, e per riunire tutte le qualità che al suo mancano. Un Paese che non esiste sulla carta geografica, ma nel quale si sente relativamente a suo agio. Certo che qui tutto è a un altro livello, si dice. E beninteso se qualcuno gli domanda della sua terra natale ne dice peste e corna. Appena però sbarca in patria si accorge che le persone sono più affabili, l’insalata è più saporita, le città infinitamente più poetiche, l’aria più dolce. Resta attonito. Forse dopotutto si sta meglio qui, si dice, massaggiandosi la gola. Il problema è che non può però evitare di vedere i suoi connazionali con gli occhi del posto dove vive, di trovarli cioè un po’ ridicoli. E per molti versi trova grottesco perfino se stesso. Si accorge insomma che a furia di stare all’estero non sa più tanto bene cosa pensare.
Mio zio vive all’estero da moltissimi anni, e quindi parla l’italiano con un comico accento straniero, incappando nei tipici errori di chi non conosce tanto bene la nostra lingua. Si direbbe che abbia davvero voltato pagina. Quando però la nazionale di calcio del Paese dove si trova gioca con la nostra lui tiene per quest’ultima, a differenza della moglie e della figlia. Poi però se l’italiana perde telefona ai parenti in Italia, e esprime il suo gaudio per il fatto che abbia trionfato la squadra della nazione che lo ha adottato. Vi abbiamo proprio dato una bella batosta !, si pavoneggia. Siete sempre più scarsi !, dice. Non si capisce bene per chi tenga davvero.
In effetti quello del calcio è il test in assoluto più affidabile. Io per esempio mi trovavo ormai da tanti anni in un Paese e mi dicevo che al punto in cui ero avrei fatto meglio a chiedere la nazionalità lì. Come una pianta che ormai non si può più trapiantare. Poi mi è capitato di assistere alla finalissima dei mondiali di calcio tra la squadra di quel Paese e la nostra. È stata la prima e ultima partita a calcio alla quale abbia mai assistito, quindi me la ricordo bene. Mia moglie e gli altri tenevano per la loro squadra, e anch’io davo per scontato che avrei tifato per quella. E invece mi accorgevo con costernazione che i suoi giocatori mi stavano antipatici. Mentre quelli della nostra formazione mi parevano adorabili. Molti avevano tratti somatici africani, simili a quelli di molti avversari, ma mi sembrava che avessero pur sempre un certo qual che, una grazia, che mancava ai contendenti. Più passava il tempo più mi incanaglivo a favore della nostra squadra. Allora ho capito che ero un italiano, lo sarei sempre stato. Ho divorziato quasi subito.

Tratto da : Autismi, ed. Sottovoce

mardi 17 juin 2014, par Giacomo Sartori