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La Resistenza italiana in Francia, una storia ancora da raccontare

Ci sono tantissimi studi sull’emigrazione italiana in Francia e numerosissimi anche sul periodo della Resistenza (anche se spesso articoli o capitoli di libri). Non esiste però una vera e propria storia della Resistenza italiana in Francia, forse a giusto titolo poiché l’emigrazione economica e l’emigrazione politica sono spesso sovrapposte e inscindibili. La diversità e la molteplicità di gruppi e percorsi individuali, nonostante l’unità della lotta, rendono inoltre questo periodo estremamente complicato. Tentativo di sintesi.

Giustizia e Libertà - 5a divisione Sergio Toya Tra le due guerre, ma anche molto prima, migliaia di italiani sono venuti in Francia in cerca di lavoro. Nel 1920-21 quando comincia l’esodo antifascista, attraversare le Alpi è apparso a molti come una decisione logica : potevano contare sulla presenza di amici, parenti ed associazioni e in più la Francia era la patria della Rivoluzione, dei diritti dell’Uomo, della democrazia e della libertà. Si dirigono verso le zone di più forte emigrazione : la regione di Parigi, Marsiglia, Nizza, Lione, Grenoble, il Sud-Est e la Lorena. Le associazioni italiane in Francia si adoperano per trovar loro casa, lavoro, solidarietà e nel periodo della clandestinità, un rifugio sicuro.
I primi ad arrivare furono quelli maggiormente presi di mira dal fascismo : i dirigenti di partiti di sinistra e dei sindacati, i più attivi oppositori al regime. Dal 1924 al ‘26 troviamo anche grandi personalità dell’opposizione politica : Francesco Nitti, Gaetano Salvemini, Piero Gobetti, Giuseppe Donati, Giovanni Amendola. A partire dalla fine del ‘26, cioè dall’introduzione in Italia delle “leggi fascistissime” (1) comincia un vero e proprio esodo di massa che include sia grandi personalità politiche (Pietro Nenni, Bruno Buozzi, Filippo Turati, Giuseppe Modigliani, Claudio Treves, Giuseppe Saragat) che fuoriusciti “di base”, democratici che criticavano il fascismo e che erano presi di mira dagli squadristi, come ci raccontano alcuni dei protagonisti di questo primo piano.
Esemplare, in questo senso, il percorso di Carlo Rosselli. Esiliato a Lipari per la sua attività antifascista, riesce finalmente a fuggire a bordo di un motoscafo con Emilio Lussu e Francesco Nitti. Via Marsiglia arriva a Parigi, dove dà vita al movimento rivoluzionario “Giustizia e Libertà”, insieme ai compagni di viaggio e grazie anche all’aiuto di Salvemini, residente a Saint-Germain-en-Laye. Si dotano anche di un organo di stampa, che porta lo stesso nome, anche se gran parte della propaganda e dell’assistenza è lasciata alla LIDU (Ligue Italienne des Droits de l’Homme). A Tolosa, per esempio, uno dei più noti referenti di GL è Silvio Trentin, attivo nella sezione locale della LIDU.
I dirigenti e gli attivisti considerano la permanenza in Francia transitoria, anzi, a volte un passaggio in direzione della Spagna o dove altro ci fosse stato bisogno di loro (“Oggi in Spagna, domani in Italia”, come scriveva Carlo Rosselli) ma moltissimi hanno continuato la loro attività integrandosi alle organizzazioni francesi e coinvolgendo nelle loro battaglie la comunità italiana che si trovava in Francia per ragioni economiche.
Un gruppo di giovani partigiani italiani nelle Alpi Gli italiani rappresentavano allora una delle comunità straniere più nutrite. Gestivano tra l’altro luoghi pubblici di socializzazione (bar e trattorie) che diventarono, come scrive Elisa Signori (Exil et Migrations) “luoghi di adunanza per l’insieme degli oppositori al fascismo”. Di grande aiuto fu, tra questi luoghi, la libreria tolosana di Silvio Trentin, rue Languedoc, descritta, sempre da Elisa Signori, come “crocevia di antifascisti e focolaio d’iniziative per la Resistenza”.
I fuoriusciti hanno diverse tendenze politiche, unite dal comune denominatore dell’antifascismo. Ci sono i socialisti e i comunisti ma anche anarchici, repubblicani, cattolici, democratici, liberali. Alcuni ricreano sedi estere di organizzazioni esistenti in patria, come “Concentrazione antifascista” che riunisce le principali forze non comuniste ; altri creano nuovi movimenti, come appunto “Giustizia e Libertà” o l’”Unione Popolare italiana”. Altri ancora integrano i partiti francesi, in particolare il PCF, anche perché rappresentativo delle forze operaie, che costituiscono gran parte dell’emigrazione italiana. Secondo Pierre Milza, più della metà degli aderenti stranieri alla CGT in questo periodo è italiana. I sindacati e i partiti prendono infine coscienza dell’importanza della componente italiana sul mercato del lavoro francese e soprattutto del fatto che rispetto a loro hanno una lunga esperienza del fascismo e della lotta. Sono ben contenti allora di poter contare sull’aiuto di personaggi come Bruno Buozzi e Ernesto Caporali (quest’ultimo è stato anche presidente di Fratellanza Reggiana).
La guerra di Spagna, dopo il colpo di stato delle truppe franchiste, nel 1938, e l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia andranno ad aggiungere, nei mesi ed anni successivi, nuovi elementi al già folto gruppo di partigiani in Francia : gli ex soldati dell’esercito italiano in Francia (soprattutto ad Est del Rodano e nel Doubs), i renitenti del Service du Travail Obligatoire, gli ex combattenti della guerra di Spagna, quelli delle Brigades internationales, i cui battaglioni italiani erano le famose Brigate Garibaldi (vedere p. 24), partigiani della Resistenza italiana espulsi dal Nord Italia (molti di questi andarono nelle Alpi Marittime)….

IL MOI, UN CASO PARTICOLARE
L'Affiche Rouge I Francs-tireurs et partisans - Main d’oeuvre Immigré (FTP-MOI), creati nel 1941 erano tra i gruppi più attivi e determinati della resistenza francese. Costituiti da stranieri, molti dei quali ebrei, erano infatti direttamente invisi al governo di Vichy e quindi più “motivati” a combatterlo.
Il MOI era legato al Partito Comunista francese e già negli anni Venti assicurava un servizio di mutuo soccorso con associazioni sportive e ricreative, in cui ogni nazionalità manteneva la sua specificità, nel rispetto della diversità culturale di ognuno. Alla creazione dell’FTP-MOI di questi “gruppi” ce ne sono un po’ in tutta la Francia : il “battaillon Liberté” a Grenoble, il “battaillon Carmagnole” a Lione, la “Compagnie Marat” a Marsiglia, la “35e brigade” a Tolosa, il gruppo Manuchian a Parigi che sarà così chiamato a posteriori, in onore del suo capo, Missak Manouchian, armeno.
Giovanissimi, età media 25 anni, erano tutti comunisti ma anche patrioti : combattendo il nazismo si battevano non solo per la libertà ma anche contro chi aveva sottomesso il loro paese a un potere assurdo.
La loro era una vera e propria lotta armata, con regole molto precise : agire in incognito (avevano tutti uno pseudonimo), non parlare con nessuno delle proprie attività, neanche alla propria famiglia, spostarsi continuamente nella clandestinità per non essere facilmente reperibili. I francesi avevano meno esperienza nella clandestinità e nella lotta armata ma, pur essendo stranieri, i partigiani avevano tutto il sostegno della popolazione locale che ammirava il loro coraggio.
Tra le loro azioni, degli attentati ai luoghi operativi del fascismo, deragliamenti di treni e convogli, bombe nelle fabbriche dei “collabò” fino all’assassinio del generale SS Julius Ritter ad opera, tra gli altri, di Celestino Alfonso.
Del gruppo Manuchian facevano parte 5 italiani : Rino Della Negra, nato a Vimy (Friuli) nel 1923, Cesare Luccarini nato a Castiglione dei Pepoli (Bologna) nel 1922, Amedeo Usseglio nato a Giaveno (Torino) nel 1911, Antonio Salvadori nato nel 1920, Spartaco Fontanot nato a Monfalcone (Gorizia) nel 1922. Tutto il gruppo viene arrestato in varie operazioni nel novembre 1943, condannato a morte in un processo a dir poco sommario (se mai c’è stato veramente) e fucilati il 21 febbraio 1944 al Mont-Valérien. Furono al centro di una grande campagna nazista contro questi “terroristi”, dalle facce truci e gli sguardi sfuggenti, tutti stranieri (tanto che sulla famosa “affiche rouge” non erano riportate le foto dei tre francesi che facevano parte del gruppo.

(1) Le leggi fascistissime
O leggi eccezionali del fascismo, furono quelle che, tra il 1925 e il ’26 portarono al regime fascista. In sintesi, queste leggi stabilivano - di fatto quando non di diritto - che : il Partito Fascista era l’unico partito ammesso ; il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al Re d’Italia e non più al parlamento, la cui funzione era così ridotta a semplice luogo di ratifica degli atti adottati dal potere esecutivo ; il Gran Consiglio del fascismo, presieduto da Mussolini e composto da vari notabili del regime, era l’organo supremo del partito fascista e quindi dello Stato ; tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia ; gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti ; proibivano, inoltre, scioperi e serrate ; le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive, abolite per legge ; tutta la stampa doveva essere sottoposta a censura. Istituivano, inoltre : il confino di polizia per gli antifascisti ; il Tribunale speciale per la difesa dello Stato con competenza sui reati contro la sicurezza dello Stato (per i quali era prevista anche la pena di morte) ed un collegio giudicante formato da membri della Milizia e da militari).

dimanche 7 juin 2009, par Patrizia Molteni