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La fabbrica una favola del mondo operaio

Dopo Grenoble e Nancy, la “Fabbrica” di Ascanio Celestini, nella messa in scena di Charles Tordjman, è arrivata a Parigi.

Grande affabulatore e tessitore di memorie, Celestini ha raccolto materiale per due anni in giro per l’Italia - alla Piaggio di Pontedera e a Marghera, nella comunità di Rubiera e alla Fiat. Ha poi ricomposto episodi e leggende, personaggi e regole della vita in fabbrica in un’unica storia, quella che il protagonista Fausto - un capoforno che inizia a lavorare alla fine della seconda guerra mondiale - narra in una lunga lettera indirizzata alla madre. Un lungo monologo in cui sono ripercorse quelle che Celestini indica come le tre età nella vita dell’istituzione-mondo fabbrica : quella della sua nascita e prima evoluzione, in cui i lavoratori erano quasi eroi, giganti alti dieci metri e fortissimi ; poi quella dell’aristocrazia operaia, negli anni del primo dopoguerra e del fascismo, quando il bisogno di armi non distingueva fra fedeli al regime e comunisti ; infine, l’età contemporanea, in cui le macchine hanno sostituito gli operai e dove rimangono solo quelli che la fabbrica stessa ha reso storpi e deformi.
Nella messa in scena, Tordjman ha tenuto conto dei propositi dell’autore, che avverte : « Chi racconta il lavoro racconta qualcosa del proprio corpo. Anche quando parla del cottimo collettivo, delle vertenze sindacali e dell’articolo 18 usa un immaginario che fa riferimento al corpo. Come se per parlare di ciò che è accaduto si dovesse tradurre in un linguaggio i cui riferimenti sono la malattia e la salute, la bellezza e la deformità, la forza e la debolezza ». Ed appunto quel linguaggio del vissuto, dell’amico Severino, arrivato a piedi in Lorena per lavorare in fabbrica, « la lusine », come la chiamava lui, che Tordjman ha scelto di usare.
Una storia che è accompagnata da 15 canti composti appositamente da Giovanna Marini. Prendere dei canti popolari e di rivolta non avrebbe reso l’elaborazione letteraria di Celestini sui frammenti di memoria raccolti, che pur mantenendo un linguaggio semplice, aggiunge la poesia e la fantasia, una leggerezza non esattamente scontata in un testo in fin dei conti tragico. Perciò Giovanna Marini ha voluto comporre dei madrigali, delle suite, che vanno ad inframmezzarsi con canti più tradizionalmente popolari.
E’ attraverso il corpo e il linguaggio, facendo appello ad un immaginario collettivo autentico e non, come dice ancora Giovanna Marini, a quello della televisione, che Celestini – e con lui Trodjman – ci restituisce una storia che sembra ormai antichissima.

jeudi 7 octobre 2010