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La parola contraria di Erri De Luca

Mentre in Francia si cerca ancora di capire come difendere la libertà di espressione dopo i fatti di Parigi del 7 gennaio, in Italia veniva processato in primo grado lo scrittore Erri de Luca, accusato per istigazione a delinquere.


Facciamo un passo indietro : in un’intervista all’Huffington Post Erri de Luca aveva dichiarato : “la Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano : sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo… sono utili per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile… hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni : il sabotaggio è l’unica alternativa”.
La denuncia ha sollevato proteste di ogni genere e le firme sul sito #iostoconerri hanno raggiunto cifre a cinque zeri. Lo scrittore napoletano ha costruito la sua difesa pubblicando il libro La parola contraria (Feltrinelli).
Nessun rimpianto, nessun ripensamento, nessuna scusa : lui è contrario alla Tav, che considera uno “stupro del territorio”, e i cui lavori - andando a scavare nell’amianto - mettono in pericolo la vita di lavoratori ed abitanti. Sulla Tav si può essere d’accordo o meno ma sul fatto che uno scrittore non sia responsabile (né tantomeno istigatore) delle azioni dei suoi lettori è una lapalissade. Anzi, il ruolo dello scrittore è proprio quello di essere “portavoce di chi è senza ascolto”, “i muti, gli ammutoliti, i diffamati da organi di informazione, gli analfabeti e chi, da nuovo residente, conosce poco o male la lingua”.
De Luca spiega così, con il suo humour partenopeo, il diritto di parola : “Dalle mie parti, al Sud, esiste un altro tipo di responsabilità della parola. Uno augura il peggio a una persona e quella più tardi subisce un incidente. Il tale del malaugurio viene ritenuto responsabile dell’accaduto e dà così avvio alla sua fama di iettatore. La linea Tav va sabotata : la frase rientra nel diritto di malaugurio”. Tra l’altro, scrive, manca il termine di confronto : “Dopo la fabbricazione dei fazzoletti di carta la gente si è soffiata il naso. E prima ?”. Cioè il “sabotaggio c’è stato prima e dopo le sue parole e come dice lo scrittore “Tutti gli autori degli episodi […] hanno agito per sostenere la causa dei loro compagni. Almeno uno, uno solo, poteva aggiungere, magari anche in margine come postilla : e poi perché l’ha detto De Luca sull’Huffington Post”.
Più seriamente invece ci parla della lingua italiana e dell’uso della parola “sabotare” che gli è valsa la denuncia : “Rivendico il diritto di adoperare il verbo sabotare come pare e piace alla lingua italiana. Il suo impiego non è ristretto al significato di danneggiamento materiale, come pretendono i pubblici ministeri di questo caso” : uno sciopero, un soldato che esegue male un ordine, un ostruzionismo parlamentare sono sabotaggi e non sono perseguibili. “L’accusa contro di me sabota il mio diritto costituzionale di parola contraria. Il verbo sabotare ha vasta applicazione in senso figurato e coincide con il significato di ostacolare […] in nome della lingua italiana e del buonsenso nego il restringimento di significato. […] Accolgo di buon grado una condanna penale ma non una riduzione di significato”.
Penalmente il processo (che è stato rinviato al 16 marzo e in cui Erri De Luca rischia da uno a cinque anni di prigione) colpisce l’autore e con lui tutti i cittadini nella sua libertà costituzionale, garantita dall’articolo 21 : “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Se sabotaggio c’è, è quello alla Costituzione italiana, conclude De Luca nel suo saggio.
L’accanimento giudiziario contro uno scrittore del calibro di Erri De Luca non è il primo e non sarà l’ultimo : Antonio Tabucchi era stato condannato a pagare una multa di 1,3 milioni di euro per essersi interrogato in un articolo sull’Unità sui rapporti tra mafia e Renato Schifani, allora presidente del Senato. Non si contano i giornalisti, vignettisti, comici e satiristi che sono stati allontanati dalla televisione pubblica dai tempi di Tognazzi e Vianello, per una gag sul presidente della Repubblica Gronchi o di Dario Fo e Franca Rame, cacciati dalla Rai per uno spettacolo sugli infortuni sul lavoro. Nell’era Berlusconi si annoverano tra gli “espulsi” dalla TV Enzo Biagi, Luttazzi, Santoro, Vauro, sospeso da Anno Zero per le sue vignette. La lista di “parole contrarie” che sono state sabotate a botte di processi ed esclusioni è lunga. E questo spiega in parte le reazioni di chi invece di indignarsi contro un attacco alla libertà di espressione e non solo, ha osato dire che i vignettisti di Charlie Hebdo se la sono in fin dei conti “un po’ cercata”. A questi, nessuno li denuncia per istigazione a delinquere.

samedi 21 février 2015, par Patrizia Molteni