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Tra buffoni

Cari amici, vi devo una confessione: ho dovuto aspettare la mia ormai venerabile età per accorgermi di esser stato un ingenuo, e probabilmente anche uno stupido.
Fino all’altro giorno, in effetti, credevo che il cancro che affligge la politica italiana fosse la presenza, tra quelli che sono i suoi partiti maggiori, di una cosca mafiosa, votata unicamente alla difesa ad ogni costo dei propri bassi interessi, e più in particolare all’impunità del suo boss.
Mi sbagliavo, ed oggi ho finalmente aperto gli occhi: le cosche mafiose sono almeno due e quelli che non appartengono né all’una né all’altra, non sanno ancora troppo bene dove situarsi. Dopo essersi fatte la guerra per anni, per accaparrarsi la fetta più grossa del territorio, dei soldi e del potere, le due cosche sembrano aver infine capito che la soluzione migliore consiste a mettersi d’accordo per spartirsi pacificamente territorio, soldi e potere. Il tutto sotto la guida illuminata di un Grande Vecchio, un po’ come era riuscito a fare Lucky Luciano negli States, negli anni ‘40.
Avendo infine aperto gli occhi sulla realtà, ed ansioso di partecipare, nel mio piccolo, allo sforzo di rinnovamento in corso, propongo una riforma radicale delle più alte istituzioni: il nostro paese non dovrebbe dunque più chiamarsi Italia, ma piuttosto Inciuciolandia, la capitale dovrebbe essere spostata da Roma a Frascati, il nuovo inno dovrebbe esserne «La terra dei cachi». Il Cavalier Berlusconi potrebbe essere nominato Presidente a vita (seguendo l’esempio di Napolitano), Stefano Belisari (in arte Elio) presidente di un consiglio dei ministri ristretto, composto unicamente dalle Storie Tese; a Bersani sarebbe attribuito il più che meritato, benché esclusivamente onorifico, titolo di Scemo del Villaggio.
In quanto a me, potrei infine reintegrare la patria risorta, in seno alla quale penso di poter ambire ad un rango che mi par d’aver ampiamente dimostrato di meritare, se non altro scrivendo su queste pagine: quello di buffone in una corte di buffoni.

martedì 27 agosto 2013, di Franco Lombardi