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Luciano Acocella all’Opera di Rouen

I direttori d’orchestra forse hanno i superpoteri. Riescono a condensare in una sola vita l’attività professionale di almeno tre persone. Luciano Acocella, che incontro con grande semplicità nel bar dove di solito pranzo, non sfugge a questa descrizione. Direttore d’orchestra giramondo, apprezzato da grandi voci come Sumi Jo, Patrizia Ciofi, Rolando Villazon, è docente al Conservatorio di Bologna ed è anche, da poco, direttore musicale dell’Opéra di Rouen – Haute Normandie.

E’ in questa veste che lo intervisto. Entra subito nel merito, dettagliando, tra gravità e entusiasmo, le complessità di questo nuovo incarico, che lo lega alla città francese per tre anni. “L’orchestra dell’Opera di Rouen ha prima di tutto una missione di diffusione della musica nella regione, poi deve rispondere alle esigenze culturali della città di Rouen. Ci saranno da conciliare la legittima espressione della creatività della direzione del teatro con i miei desideri di direttore musicale. In più sono responsabile del lavoro tecnico dell’orchestra, quindi devo fare scelte di repertorio opportune, che permettano una crescita qualitativa”.
L’orchestra l’ha colpito per motivazione e entusiasmo. I musicisti si incoraggiano tra di loro, e partecipano, da pubblico, ai concerti del coro o a quelli di musica da camera organizzati da qualche collega. Cosa rara. “E devi vedere l’orgoglio con cui mi chiedono consigli per migliorarsi e approfondire !”
Quasi in imbarazzo gli chiedo che rapporto avrà con il repertorio operistico italiano, tanti direttori si innervosiscono al cliché che li obbliga a servire da ambasciatori forzati della musica patria. Ho per risposta un largo sorriso entusiasta : “Ma almeno il settanta per cento del grande repertorio lirico è italiano ! Seguito dal repertorio francese e poi da quello tedesco. Ma nell’opera italiana c’è una perfetta aderenza e comunione musicale tra musica e parola, nel nostro repertorio troviamo i nomi di grandissimi poeti e scrittori : Boito, Goldoni, Metastasio...”. E non è solo l’ammirazione sconfinata per i gioielli di casa nostra a motivare questa posizione : “In Francia, come in Italia, non possiamo più dare per scontato nulla. Magari si sa chi è Puccini solo perché per strada di vede una via Puccini, o Verdi, perché si passa in piazza Verdi. Non si può mai pensare di poter lasciare da parte il grande repertorio : è una questione di educazione del popolo. Ma allo stesso tempo è altrettanto vero che non si può fare finta che non esistano i compositori contemporanei. Anzi, noi abbiamo il dovere di dare voce alle loro musiche, perché solo così il pensiero evolve.”
Stessa passione, se non ancora maggiore, nel sondare il senso del suo essere pedagogo.
“Trovo nefanda l’applicazione del sistema del “3+2” anche ai conservatori, che per me rimangono una bottega di arte e artigianato in cui si sviluppano mestieri e intellettualità. Anche il rapporto con gli studenti è un rapporto personale, molto diverso dall’università, in cui vai, usufruisci del servizio e magari vinci una borsa di studio e lavori per un po’ con il professore, ma niente di più. In conservatorio con gli allievi si rimane amici per tutta la vita e soprattutto un musicista non può non avere allievi : non per quello che tu sei in grado di dargli, quanto per quello che ti danno loro. Per questo sento che sarò insegnante tutta la vita.”
Divaghiamo, finendo il nostro thé, sul tema delle poche oppurtunità dell’Italia in ambito musicale, intervallando i peana con i reciproci “questo è meglio non scriverlo”. Ma l’entusiasmo dei voli pindarici appena conclusi non ci permette di essere totalmente pessimisti nemmeno pensando al nostro amato paese e scherzando gli chiedo la ricetta per risollevare l’Italia.
Ride, si nega, guarda il soffitto, e finisce, in fondo, per riassumere tutta la nostra discussione : “Bisogna ripartire dall’educazione, e non solo musicale !”

dimanche 17 avril 2011, par Maria Chiara Prodi