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Massimo Baldini, Italianités

Massimo Baldini, lei presenta le sue fotografie a Parigi sotto il titolo « Italianité », può raccontarci del suo percorso artistico ? Cosa l’ha spinta ad approfondire la tematica dell’italianità ?
La scelta è stata nello stesso tempo casuale e inevitabile. Casuale, perché non ho cominciato a lavorare in questa direzione in modo programmatico, ma solo dopo che l’argomento mi è stato proposto : a quel punto ho scoperto che il tema era presente in moltissime foto che avevo già fatto all’interno di progetti diversi. Inevitabile, perché il luogo in cui siamo nati e cresciuti è parte integrante di noi : da lì vogliamo fuggire per conoscere il mondo, ma poi continuamente ritornarvi, come Ulisse. Lo “spirito” di quel luogo è dentro di noi, indistruttibile. Mi sono chiesto : di che cosa è fatto questo spirito nel caso dell’Italia ? Si può rappresentare ?
Può dirci della sua scelta del bianco e nero, e del materiale che usa ?
Per me il bianco e nero è meno descrittivo e più interpretativo. Mi consente una maggiore astrazione, una maggiore distanza dal contingente. Lavoro sempre in digitale, con fotocamere diverse secondo le situazioni, ma senza mai utilizzare il grande formato e apparecchiature ingombranti. Il mio metodo e i miei strumenti sono fondamentalmente quelli della street photography.

In un libro importante per l’analisi della fotografia, “La camera chiara”, Roland Barthes, usando i termini latini “studium” e “punctum”, ci fornisce un’interessante chiave di lettura delle immagini. “Studium” nel senso dell’interesse generale per qualcosa, del gusto intellettuale, ma senza investimento marcato. Il “punctum” è un dettaglio della fotografia che ci punge, una freccia che scocca dall’immagine per trafiggerci. Le sue foto giocano molto su questi due piani, attingendo a una specie di riserva inconscia sull’Italia condivisa da tutti nel mondo, ma con un dettaglio, un’ironia, un’inquietante estraneità che turba e rimette in discussione le nostre certezze, dando alla foto una consistenza nuova. Ci può parlare delle scelte compositive nelle sue fotografie ?
La coppia “studium” / “punctum” è uno dei modi per esprimere l’idea che in una foto significativa è sempre necessaria una tensione interna. Walker Evans, da parte sua, ha parlato di “stile documentario” : la pura documentazione non basta, occorre un elemento stilistico, Evans dice addirittura “trascendentale”. Data la mia formazione sociologica, credo di essere attento alla dimensione socioculturale, nel caso specifico a costumi, condizioni e stili di vita degli italiani. Ma sento che in una foto deve esserci “qualcosa di più”. Che cosa esattamente, non lo so. Si può leggere tutto quello che è stato scritto sulla fotografia e si troveranno mille risposte, nessuna esauriente. È giusto così, perché al fondo delle immagini resta sempre un residuo che le parole non sanno dire.

L’« italianità » è una tematica molto diffusa sia nel cinema, con tutta la mitologia dei film americani (Scorsese ad esempio) o anche italiani (da Scola a Moretti), sia nella stampa e nelle riviste. In contemporanea con la sua mostra si terrà al Bon Marché « La Famiglia Rive Gauche », un evento incentrato sull’italianità, dal cibo alla moda, passando per l’arredamento. È cosciente di questa mitologia ? Come ci lavora quando fotografa ?
Le mitologie, specie quelle visive, sono straordinariamente potenti. Forse troppo : creano immagini paradigmatiche, come i mafiosi italoamericani di Scorsese o gli intellettuali angosciati di Moretti, che a lungo andare diventano stereotipi. A quel punto servono degli anticorpi, che ho provato a disseminare nelle mie foto. Inoltre, un fotografo deve lavorare fuori dalle mitologie, alla ricerca di nuove « scoperte visive ».

Le sue foto rappresentano un’Italia non tanto solare ed estiva, spesso abitata da un’umanità sofferente, pensosa, con luoghi e paesaggi in cui aleggia una certa malinconia. Cosa motiva tale scelta ?
Quello che dicevo più sopra : l’intento di controbattere alla mitologia dell’Italia come paese del sole, del mare, della pastasciutta, della pizza, della moda, della dolce vita e così via. Sono stereotipi ripetuti infinite volte, ma se chiederemo a qualcuno - anche a persone fuori dal comune come i grandi protagonisti del cinema, della musica o dello sport - che immagine hanno dell’Italia, quasi certamente ripeteranno per l’ennesima volta quegli stessi stereotipi. L’Italia di oggi è una realtà molto complessa e stratificata, che è impossibile esaurire in una mostra. Ho cercato però di creare, nelle 50 foto che espongo, un sentimento dell’« italianità » più inquieto e sfumato del solito.

Lei pensa che il pubblico francese percepisce la mostra diversamente da quello italiano ?
È sempre problematico guardarsi in fotografia. La reazione istintiva è : io non mi vedo così, sono davvero io ? Le foto rivelatrici provocano sempre una sorta di shock. È per questa ragione che « The Americans », di Robert Frank, un libro sull’« americanità », non è stato pubblicato in prima.


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vendredi 16 février 2018, par Valérie Lacroix