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Louvre e Uffizi a confronto

Adesso sembra chiaro davvero a tutti : di cultura non solo ci si campa ma può essere fondamentale per un’economia come l’industria. È questo l’obiettivo di molti Paesi europei in materia di turismo e arte, primi fra tutti la Francia e l’Italia

Recentemente il presidente Hollande ha parlato di una “grande cause nationale” riferendosi al settore culturale, e lo stesso sta avvenendo (lentamente) con il nuovo governo italiano. Ma come mai l’Italia, rispetto alla Francia, stenta a rivoluzionare sistematicamente l’apparato della cultura potenziando l’asse portante del Bel Paese ? Di certo non è la mancanza di musei o di patrimonio artistico. Eppure uno studio del 2012 incorona la Francia come prima destinazione turistica mondiale, con i suoi 83 milioni di visitatori che rappresentano il 7,2% del prodotto interno lordo francese. Di questi 83 milioni il 69,3 sono visitatori europei (l’11 dal Belgio e Lussemburgo, 13 dalla Germania, 12 dal Regno Unito e 8 dall’Italia) ; mentre 14 milioni sono i non-europei, di cui 3 milioni dagli USA, 2 dall’Africa e 1,4 dalla Cina. È proprio a questi ultimi che Laurent Fabius (Ministro degli affari esteri) vuole rivolgersi, convinto che la clientela cinese conoscerà un forte incremento. Dal 2010 al 2012 il flusso orientale in Francia è cresciuto dai 6,5 milioni ai 10 milioni. Il governo francese è pronto a mettere sul campo linee telefoniche in mandarino, in continuità con i provvedimenti già presi come la riduzione a 48 ore per l’ottenimento di una VISA per un turista cinese. Questo porterà un aumento di circolazione del 5% traducibile con 500.000 posti di lavoro. Semplice e matematico.
La situazione italiana è parallela, ma con numeri molto meno entusiasmanti. Uno studio dell’università di Genova ha evidenziato che nella top ten delle città più visitate Roma è scesa al 10° posto (7,9 milioni di visitatori), scavalcata non solo da altre capitali europee come Londra (20,1 milioni), Parigi (18,1) e Madrid (10,1), ma anche da Istanbul (9,4), Francoforte (8,4) e mete orientali come Bangkok (11,5), Singapore (10,9) e Dubai (7,9). Tutto ciò contando anche l’afflusso senza sosta di pellegrini d’oltreoceano che a Roma vengono per il Vaticano. Forzando il confronto, anche se relativo, si può cercare di paragonare le due città gemellate usando parametri da “ricerca di mercato”, quindi non dogmatici ma che tengono conto comunque di incassi, lavoro e offerta.
Roma ha, come altre metropoli quali Londra, New York, Madrid e Berlino, una vita culturale continua e ricca, che sfama ampiamente il turismo d’arte. Paragonata alla capitale francese si nota che quest’ultima rende la vita molto più semplice, perché offre meglio ciò che propone, perché sa valorizzare ciò che possiede, anche grazie all’organizzazione di servizi efficienti che rendono il quotidiano pianificabile e non certo un’avventura urbana. I musei di Roma offrono tanto, tantissimo, basti pensare all’immenso patrimonio contenuto nei Musei Vaticani, alla GNAM, al Macro e Maxxi, al Palazzo delle Esposizioni e l’Auditorium, per non parlare del Colosseo, le fontane, gli scorci architettonici, insomma tutto quello che contraddistingue la Città Eterna. Ma immedesimandosi in un turista qualsiasi è lampante la difficoltà di raggiungere tutti questi luoghi, di assimilare e gustare tutte le opere ammassate nei Musei Vaticani, di venire a conoscenza delle medie e piccole realtà che senza linfa (anche pecuniaria) rischiano continuamente la chiusura. Roma ha 60 musei, contro i 55 di Parigi, ma il turista prima citato avrà nella Ville Lumière un’idea chiara di cosa vedere, verrà continuamente stimolato dalle nuove esposizioni, vedrà anche in metropolitana decine di pamphlet pubblicitari che informano di questo o quell’evento. Un turista in Francia potrà salire sulla Tour Eiffel fino a mezzanotte. Lo stesso turista a Roma si sorprenderà per la possibile chiusura del Colosseo durante la “Notte europea dei Musei” (come stava per accadere quest’anno). Eppure Roma ha una posizione privilegiata, anche geografica : ha il porto come Barcellona, ha un importante scalo aeroportuale, è esattamente al centro di 3 continenti. Che fine hanno fatto, poi, i milioni promessi per trasformare Ostiense nel nuovo polo culturale giovanile, il fulcro dell’innovazione e della creatività romana ? Pluff, come a dire “ belle idee, se qualcuno le facesse ! “. Allora, giusto per parlare di fatti concreti e non di bolle ideologiche, vogliamo portare esempi evidenti delle gestioni culturali. Sembra doveroso cercare di far comprendere le differenze sostanziali citando almeno un caso paradigmatico per parte. Prendendo due simboli dell’arte francese e italiana, il Louvre e gli Uffizi, dimostreremo come, a differenza dell’aritmetica, scambiando gli addendi il risultato cambi.

Louvre contro Uffizi


Parlando del Louvre è obbligatorio citare il caso emblematico che ha tenuto banco dal 2007 a oggi : l’applicazione della brand personality adottata a strutture nazionali, che dà il potere di autogestione ai musei che hanno così il permesso di libero sviluppo. Nel 2007 il Louvre associa il suo nome a un nuovo museo negli Emirati Arabi Uniti, con un accordo di 30 anni tra Abu Dhabi e il governo francese. Secondo il progetto il nuovo museo è localizzato al Saadlyat Island Cultural District, con una superfice di 24.000 metri quadrati e con un costo di 103 milioni di dollari. Associando il suo nome al museo emiratino, il Louvre guadagnerà circa 800 milioni in 30 anni in cambio del prestito di opere d’arte di alcuni musei francesi (300 opere nel primo anno, 250 dal quarto e 200 dal settimo al decimo anno, ndr) e aiuterà il museo di Abu Dhabi a creare una raccolta che sostituirà le opere francesi con una collezione propria. Per questo dalle pagine di Libération si sono levate le critiche alla gestione museale portate avanti dallo storico dell’arte Didier Bykner e da 4.650 tra archeologi e esperti museali che hanno firmato una petizione contro l’accordo. Il Louvre è stato accusato di comportarsi come una società privata con un solo scopo : la massimizzazione del profitto. Da qui la polemica si è spostata sugli abusi dei diritti umani sia per quanto riguarda la costruzione del museo sia per le “deportazioni” forzate degli abitanti della zona. In risposta Henri Loyrette, ex direttore del museo, ha affermato che il Louvre non può “ignorare l’internazionalizzazione dei musei” in un contesto globale. Dichiarazione che stona con la concezione dei musei nazionali che in Francia, come in Italia, è caratterizzata da una stretta relazione con lo Stato. Una vocazione diametralmente opposta a quella statunitense e, nello specifico, del Guggenheim, che è considerato il padre del museo “capitalista”, centrato sul contenitore (è il primo museo al mondo firmato da un archistar, Frank Lloyd Wright) e sull’espansione in altri posti (Venezia, Bilbao, Berlino). È comunque da considerare che negli USA il contesto artistico è formato da collezioni private che investono in arte contemporanea. Al netto delle polemiche resta che anche il Louvre ha potuto fare impresa rendendosi non solo autosufficiente, ma anche in grado di reinvestire i ricavi in nuovi progetti traducibili anche in posti di lavoro. Uno slancio da artpolitik.

Prendendo in esame il “caso Uffizi” vediamo come non solo il punto di partenza è diverso, ma c’è anche un sostanziale divario nel punto di arrivo. Alcuni recenti reportage hanno portato alla luce contesti di sviluppo culturali alquanto bizzarri. Oltre al problema delle file (attese anche di ore) e di una diversa situazione strutturale (il Louvre è 12 volte più grande degli Uffizi e ha un numero di opere d’arte circa 76 volte gli Uffizi) è emerso che, al netto degli incassi, a Palazzo Vecchio vanno solo il 20% degli introiti. Cioè un museo pubblico, con opere appartenenti al pubblico, incassa meno della metà degli incassi totali ? Sì. Il reportage evidenzia chiaramente che Uffizi utilizzano “bagarini legalizzati” ; i quali sistemati all’entrata propongono a turisti snervati e fiacchi un biglietto “skip the line”, cioè “evita la fila” per entrare subito a 50 euro invece dei normali 8. Gli Uffizi e quasi tutti i musei di Firenze (Accademia, Bargello) sono gestiti da una società con nome Opera Laboratori Fiorentini. La maggior parte delle azioni di questa società è di proprietà della Fondazione Civita (presidente Luigi Abete), dietro di cui c’è un’Associazione non profit (quindi no tasse), Associazione Civita, che gestisce molti musei in Italia. Il presidente è Gianni Letta, da alcuni giornali chiamato “Mandrake” perché presente in tutti i campi lucrosi del Bel Paese. La concessione a Opera risale al 1996, e andando avanti di proroga in proroga, si è protratta fino ad oggi. E’ Opera a staccare i biglietti per gli Uffizi, dunque a governare gli accessi e a decidere la sorte delle opere. Queste notizie non fanno ben sperare per il nostro patrimonio poiché affidano un bene così prezioso (e lucroso) a privati che hanno come bussola nient’altro che il profitto. Il risultato ? La socializzazione dei debiti e la privatizzazione dei profitti. Per non parlare del pericolo reale per le opere, esposte al flusso di 3.500 turisti a volta quando gli Uffizi ne possono contenere solo 980. Una gestione pubblica che è difficile anche solo a comprendere, figuriamoci a spiegare. Alla fine la nostra dimostrazione ha avuto successo. Con questi semplici esempi, questi due modelli presi in questione, abbiamo sovvertito le leggi matematiche : invertendo gli addendi il risultato cambia, e di molto.

jeudi 18 juin 2015, par Giuseppe De Lauri