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Paola Mastrocola, la scritura per "fanciullini"

Paola Mastrocola, scrittrice ed insegnante, scrive delle “favole per grandi”, nel senso che sono libri in cui gli adulti si identificano, imparano, riflettono, provano piacere a leggere .... ma che possono essere letti anche da ragazzi. Focus Inl’ha intervistata.

Chi sono i suoi lettori ? I suoi libri li pensa più come libri per ragazzi o per adulti ?

Giovanni Pascoli scrisse, a fine Ottocento (in pieno Positivismo !), un librettino prezioso di teoria della poesia, la cui tesi fondamentale è che in ognuno di noi c’è un “fanciullino”, un’anima bambina mai cresciuta, ancora capace di stupirsi, di sgranare gli occhi davanti alle cose come se le vedesse per la prima volta, nonché di “perdere tempo” soffermandosi su particolari irrisori, su aspetti della realtà ritenuti, dai più, marginali e inutili. Non tutti però, dice Pascoli, hanno conservato il loro fanciullino intatto, o lo sanno riconoscere e ascoltare ; molti purtroppo lo soffocano, convinti che sia disdicevole per un adulto conservare una parte bambina.
Non penso mai a chi mi leggerà, quando scrivo. Ma certo scrivo perché qualcuno mi legga (non credo all’idea che si scriva per se stessi). E se dovessi dire qual è il mio lettore ideale, certamente direi che è una persona che ha conservato la sua parte bambina, la ritiene un bene prezioso e, molto coraggiosamente, non se ne vergogna affatto. Non penso quindi che esista, né che debba esistere, una letteratura per ragazzi separata da una letteratura per adulti, proprio perché secondo me il confine tra adulto e bambino deve rimanere, in tutti noi e più che si può, labile e indefinibile.
Insomma, mi piacciono gli adulti-bambini, e credo che i miei libri siano perfetti proprio per questo genere di persone !

L’uso degli animali sia come personaggi unici di un libro sia come “accessori” di una storia in cui i protagonisti sono umani (la capra di Palline di pane, il cane a cui raccontare la scuola, la gallina volante, ecc). è tipico della fiaba in cui gli animali rappresentano i vizi e le virtù degli umani e sono animali che pensano, parlano, si organizzano, imbastiscono strategie. Questo succede anche nei suoi libri anche se a volte l’animale non corrisponde all’allegoria : il lupo è sempre buonissimo, magari un po’ egoista (non vuole condividere lo spazzolino), la capra un po’ testarda ma molto intelligente, la papera coraggiosa e così via. Perché e come usa gli animali ?

Sì, credo che sia bene distinguere come dice lei. Ci sono romanzi in cui gli animali arrivano nella storia senza che io li abbia mai chiamati. Ad esempio, nella Gallina volante, l’insegnante protagonista diventa casualmente anche allevatrice di galline, e la sua mission sarà quella di farne volare una ; in Palline di pane, la fotografa protagonista incontra casualmente una capra randagia che poi, per compiacere gli amici politicamente corretti, finirà per adottare ; e in Più lontana della luna, la giovane Lidia si trova un cavallo come eredità del padre e quindi partirà per l’Italia con lui in cerca dell’amore lontano, diventando una specie di cavaliere antico, mentre i suoi amici, in pieni anni ’70, fanno politica. In questi romanzi l’animale mi serve come detonatore : è una specie di bomba che scoppia in mezzo a una storia che altrimenti si svolgerebbe nei modi soliti. L’animale direi che costringe gli esseri umani a prendere atto delle loro contraddizioni, ipocrisie e verità più profonde : è l’altro, lo straniero, che implicitamente ci guarda e ci giudica e mette a fuoco quello che siamo. Direi che l’animale funge da marziano nei miei libri : è l’extraterrestre in visita sul nostro pianeta, stupefatto e sconcertato di come viviamo e di cosa pensiamo.
Poi ci sono i romanzi in cui le anatre non sanno di essere anatre, i pipistrelli fanno politica, le talpe diventano preti, i lupi si mettono a covare e un riccio fa il gonfiatore di palloncini. Qui, è vero, saltano tutti gli schemi e i luoghi comuni della favola : perché, in realtà, gli animali siamo noi ! Io racconto le nostre storie e quello che siamo : ad esempio, non penso mai di parlare di animali, a me sembra sempre di parlare di noi, e di usare semplicemente la pelliccia o le piume dei miei protagonisti come filtro critico. Voglio dire che così, parlando di animali, mi sembra che sia più evidente la critica, o comunque il malessere che vorrei esprimere verso il nostro mondo.
Ed è anche un modo narrativo che mi concede una libertà infinitamente maggiore, ad esempio mi libera dall’ambientazione strettamente geografica e storica, e anche sociale. Queste storie non hanno né tempo né luogo, sono sospese come mongolfiere. Sono sganciate dalla realtà contingente, e quindi mi sembrano, se posso dirla grossa, un po’ più universali… !

Oltre agli animali, la natura è molto presente - piante, boschi, mare - e anche questa è sempre un elemento salvifico. Da dove le viene questo amore per la natura ?

Io sono nata cittadina. Per trent’anni sono vissuta in pieno centro, e ancora oggi amo moltissimo la mia città e tutte le città grosse e caotiche, piene di gente, rumori, traffico, luci, negozi. Ma da ventitré anni vivo in collina, in mezzo a un prato. E quando posso, scappo al mare. Mi piace stare per ore e ore davanti al mare, senza fare niente. Mi sembra che i pensieri mi vengano meglio, più liberi e veri, chissà. Penso che solo lì ci possiamo salvare, perché lì – al mare o su un prato o sotto un albero – recuperiamo il tempo e la libertà : per me sono i doni più preziosi che abbiamo ricevuto, perché favoriscono la nostra facoltà di pensare, che è, a sua volta, una delle migliori attività cui possiamo dedicarci nella vita.

Anche i bambini sembrano meglio degli adulti, spesso più saggi, più maturi, più logici. E’ l’insegnante o la scrittrice che considera i ragazzini in questo modo ? Si ispira da studenti che ha avuto nelle sue classi o sono completamente inventati ?

Tutti i miei personaggi sono inventati. Ma certo i ragazzi, tipo Gaspare Torrente di Una barca nel bosco, si ispirano a molti degli allievi che ho avuto. Diciamo che metto tutto in un frullatore e poi vedo cosa vien fuori.
I ragazzi di oggi sono spesso vittime del nostro attuale modo di vivere, e pagano i nostri errori, la nostra “diseducazione” prima di tutto. Sono sperduti e confusi. A me piacciono soprattutto i bravi, perché mi sembrano i meno considerati, i più trascurati se non addirittura disprezzati da una certa parte di adulti. Essendo bravi, non danno problemi e quindi la scuola si occupa degli altri, quelli che vanno male. Non si pensa che invece proprio i ragazzi più dotati dovrebbero essere aiutati a crescere e a dare sempre di più. Una scuola troppo facile non li aiuta, anzi, rischia, annoiandoli a morte, di spegnerli, demotivarli, e quindi perderli. Una mente che non viene sollecitata con sfide sempre maggiori finisce per languire. E nulla mi pare più colpevole che abbandonare alla loro solitudine proprio le menti migliori.

La scuola raccontata al mio cane ma anche Una barca nel bosco o La gallina volante sono piuttosto (e giustamente) critici verso la scuola italiana. Eppure lei continua ad insegnare. Qual è il suo rapporto con la scuola e con gli studenti ?

Non ho mai scelto di fare l’insegnante. A vent’anni avrei voluto fare tutt’altro : la scrittrice o la pittrice, chiusa in una soffitta a creare meravigliose opere d’arte ! L’insegnamento è stato, all’inizio, una necessità : l’unica via lavorativa che mi si apriva per guadagnarmi uno stipendio. Ma poi ho scoperto che mi piaceva. Mi piace trasmettere quello che amo. Mi piace entrare in una classe che non ha mai letto Leopardi e incantarli con i suoi versi. Per me insegnare è contagiare. Se riesco a trasmettere a qualcuno la mia malattia, sono felice. Per questo non riesco a smettere, perché ogni anno ho una nuova classe, ed è una nuova sfida. Mi basta contagiarne uno su cinquanta, anche su cento se proprio va male, non pretendo di fare una strage collettiva !

Un commento sulle ultime riforme che entreranno in vigore in autunno ?

Le riforme… mah ! Sulle elementari, che sono le nostre scuole più toccate dalle riforme, so dire ben poco. Ma certo mi piace molto il ritorno al maestro unico, al posto dei cinque o sei maestri di prima, tutti a turno sulla stessa classe : i bambini hanno bisogno di una figura unica di riferimento. Per le superiori, dove insegno io, non c’è ancora nulla di pronto. Ma secondo me ci vorrebbe una riforma radicale, soprattutto dei programmi. Bisognerebbe ad esempio snellire di molto le parti generali, troppo piene di inutili schemi, griglie, eserciziari, e troppo gravate da un impianto ancora semiologico-strutturalista ; e ampliare i programmi delle materie scientifiche : non è giusto leggere solo i poeti e non per esempio Galilei ! Ma soprattutto, bisognerebbe far leggere direttamente le opere dei grandi, di tutti i grandi : artisti, letterati, scienziati, musicisti, filosofi, evidenziandone il pensiero. Nulla come le idee dei grandi (e con le parole esatte con cui hanno scelto di esprimerle !) può appassionare e nutrire la mente di un giovane che sta crescendo.

lundi 19 octobre 2009, par Patrizia Molteni