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Perché un referendum ?

LA LEGGE RONCHI

Il 10 Settembre 2009 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge e il 19 Novembre la Camera dei Deputati lo ha convertito in Legge. L’art. 15 del decreto 135/09 che ha modificato il precedente art. 23 bis - muove passi ancor più decisi verso la privatizzazione dei servizi idrici e degli altri servizi pubblici. In ambito di servizi idrici, il decreto recepisce i principi comunitari di “economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento” per l’affidamento della gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica o, in alternativa a società a partecipazione mista pubblica e privata con capitale privato non inferiore al 40%. La legge Ronchi stabilisce inoltre che nelle società già quotate in borsa che si occupano della gestione di servizi idrici, la quota di capitale in mano pubblica non sia superiore al 30%, lasciando la maggioranza ai privati. Prevede inoltre la cessazione degli affidamenti “in house” (letteralmente “in casa”, cioè società totalmente pubbliche, controllate dai comuni), alla data del 31 dicembre 2011 o la cessione del 40% del pacchetto azionario. Facciamo un passo indietro : la direttiva europea dietro la quale si nasconde il governo italiano in questo caso, come in altri, è la cosiddetta “direttiva Bolkenstein” che, anzi, escludeva l’acqua dalla privatizzazione. Quello che l’Europa chiedeva era che gli Stati decidessero quali servizi rispondono ad una logica di mercato e quali no. Non solo : il settore pubblico, sempre secondo questa direttiva, può restare azionista con un minimo di 30% delle azioni. Un minimo. Non un massimo, come è stato fatto in Italia.

TEORIA E PRATICA

“Questa riforma - sottolinea Ronchi - tenderà a dare maggiori garanzie al servizio idrico, ad annullare gli sprechi ed evitare che sulle tariffe ci possano essere disparità enormi tra una città e l’altra dell’Italia”. Questa la teoria. In pratica la questione acqua non si riduce solo al consumo. Per avere l’acqua che esce dal rubinetto bisognerebbe investire 64 miliardi di euro per riparare le falle dei 300.000 chilometri di tubi che portano l’oro blu nelle case. Un colabrodo, commenta il Censis, poiche perdé per strada 47 litri ogni cento immessi nella rete. Sì perché l’Italia è uno dei paesi che riceve più acqua dal cielo. Secondo una statistica Eurostat, sul Belpaese cadono 296 miliardi di metri cubi d’acqua, siamo dunque al sesto posto nel continente dopo Francia, Norvegia, Spagna, Svezia e Germania. Ma di questo ben di Dio non abbiamo saputo fare tesoro. In compenso quando a pagare era lo Stato si spendevano 2 miliardi l’anno per la manutenzione di acquedotti, fogne e depuratori. Oggi siamo fermi a 700 milioni. Roma taglia e i privati, in assenza di meccanismi tariffari premianti, investono con il contagocce.

CHI SONO I NUOVI PADRONI DELL’ORO BLU ?

Acea, la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società romana non ha mai nascosto il suo interesse per l’Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia. L’astro emergente - pronto a sfidare Acea per la leadership tricolore - è la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un’alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell’acqua. Alla finestra c’è anche la Hera, la utility bolognese, forte nella regione d’origine ma ai nastri di partenza - almeno in apparenza - con piani meno ambiziosi. Mentre A2a e Acegas si muovono per ora solo a livello locale. Chi sono i big stranieri pronti a scalare l’acqua tricolore ? Due hanno già scoperto le carte : Suez, il colosso transalpino, in campo a fianco dell’Acea, con cui già lavora in Toscana e Umbria e il rivale francese Veolia, che distribuisce l’acqua nell’Ato di Latina, a Lucca, Pisa, Livorno e nel Levante ligure. Una sbirciatina al dossier Italia l’hanno data gli inglesi di Severn Trent (che ha già messo un piedino in Umbria) e gli spagnoli di Aqualia sbarcati da tempo a Caltanissetta.

PER COSA VOTEREMO

Il 19 luglio, il Comitato Promotore dei Referendum per l’acqua pubblica ha consegnato oltre un milione e quattrocentomila firme presso la Corte di Cassazione per i tre referendum che chiedono l’abrogazione di tutte le norme che hanno portato alla privatizzazione dell’acqua e fatto della risorsa bene comune per eccellenza una merce. Il 12 gennaio la Corte costituzionale ha deciso sulla ammissione di due dei quesiti posti dal comitato referendario, il 1° e il 3°. Vediamoli : 1° Quesito – Si tratta di abrogare quella parte di legge che parla delle « modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica ». La vittoria dei SI, cioè l’abrogare di questa norma, significa contrastare l’accelerazione sulle privatizazioni imposte dal governo. 3° Quesito – Si tratta di abrogare une parte della norma che parla della “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in abse all’adeguata remunerazione del capitale investito ». Abrogare questa norma significa impedire al gestore privato di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% che va a remunerare il capitale investito a monte, e senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Abolendo questa norma si impedisce ai privati di fare dei profitti sull’acqua e non si rende conveniente sempre ai privati la gestione speculativa dei servizi idrici (niente profitti, niente investimenti).

samedi 9 avril 2011, par Patrizia Molteni