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Prima pagina

Quando sono in Italia la mattina ascolto la rassegna radiofonica dei quotidiani. Addentando una mela autoctona mi lascio ipnotizzare come moltissimi altri italiani dalle frasi monocordi del giornalista di turno che compita il tal articolo del tal giornale.
In genere lentamente, come chi non è abituato a leggere in pubblico, e si sforza con più o meno successo di avere una dizione chiara. Come è noto i giornali italiani parlano moltissimo dei politici italiani, anche quelli che non vota quasi nessuno, o che ne hanno combinate di cotte e di crude, quindi nella rassegna stampa è molto questione di dichiarazioni e di ruttini giornalieri di politici italiani. Il giornalista legge le frasi dei colleghi giornalisti che a loro volta citano le frasi e i ruttini quotidiani di politici più o meno presentabili.
A tratti la sua respirazione tradisce la riprovazione, l’incredulità, a tratti l’encomio, ma prevale pur sempre il passo rassicurante dell’oggettività, del rispetto per il pluralismo giornalistico. Per scrupolo di pluralismo vengono spulciati anche i deliranti quotidiani finanziati dai partiti politici che non legge proprio nessuno, a parte appunto i giornalisti delle rassegne stampa.
I brevi commenti che intramezzano la lettura monocorde sono in genere ponderati, empatici con la grave situazione del paese, pieni di giornalistico buon senso: buon senso di destra se il giornalista lavora in un giornale di destra, buon senso di sinistra se il suo giornale è di sinistra. Nel complesso sorge la netta impressione che i politici cialtroni abbiano gioco facilissimo proprio perché ci sono dei giornalisti che propalano in modo acritico le loro cialtronerie. E nello stesso tempo si ha la riprova di non contare nulla, di essere ineluttabilmente tagliati fuori dal gioco. Io certe volte vorrei spegnere la radio, ma sono avvinto da quella interminabile spirale di autoreferenzialità giornalistica al servizio della cosiddetta politica, come suppongo avvenga a tanti altri italiani. Dopo qualche minuto di pausa, sempre con l’identica pubblicità per un autoctono programma informatico, cominciano le telefonate degli ascoltatori. Finalmente qualcuno che non è giornalista!, mi dico, avvitando la macchinetta del caffè.
Con i loro autoctoni accenti regionali la maggior parte degli ascoltatori commentano però anche loro le frasi dei giornalisti commentanti le frasi dei politici, o più spesso tirano fuori ciascuno la propria idea fissa, la propria personale soluzione ai deprimenti malanni del paese. Si vede che hanno le idee un po’ confuse, ma sono pur sempre convinti di avere la soluzione in tasca. Spesso hanno la tendenza a dilungarsi un po’ troppo, e allora il giornalista della rassegna li invita gentilmente ma fermamente a venire al sodo, a formulare la domanda. Il più delle volte il giornalista non sa poi tanto bene come rispondere alla famigerata domanda, ma mette pur sempre lì frasi pregne di giornalistico buon senso di destra o di sinistra. Non si può sapere se l’ascoltatore è pago della risposta, perché la sua voce nel frattempo è stata tagliata, tagliata per sempre.
Qualche volta spengo la radio, perché devo uscire, e ne provo sollievo. Poi però in macchina la riaccendo, perché in fondo sono affezionato a quelle voci escluse dal gioco con i loro autoctoni accenti regionali, e io stesso nella mia testa mi invento delle zoppicanti soluzioni ai deprimenti malanni del paese. Un giorno potrei chiamare anch’io, mi dico.

Questo articolo è pubblicato anche su Nazione indiana

mercoledì 27 giugno 2012, di Giacomo Sartori