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Questi Jihadisti bambini

Bambini soldati, bambini guerriglieri, bambini boia, li vediamo in televisione, negli spot della propaganda Jihadista, nei reportage di guerra, nelle pagine della stampa. Hanno mitra traballanti a tracolla, kalashnikov tra le mani, bandana nera con i versetti del corano sulla fronte, e sguardo di sfida.

Ci sgomentano perché in essi vediamo calpestato un sacrosanto dovere dell’umanità : quello del rispetto e della protezione dell’infanzia. Non si tratta di inneggiare al mito dell’innocenza del bambino celebrato da Jean Jacques Rousseau nella sua teoria della bontà e della purezza innate. Questa credenza è stata da molto tempo sfatata, non solo dalla psicoanalisi, ma perfino da Sant’Agostino che si era accorto che anche un bambino molto piccolo può nutrire pensieri “torvi” d’invidia e d’aggressività. Non è questo che ci scandalizza. Lo sgomento che l’immagine del bambino-terrorista produce è piuttosto legato alla consapevolezza del potere indiscriminato che l’adulto ha di influenzare, condizionare, deviare la mente di giovanissimi individui. L’indottrinamento totalitario e ideologico è tanto più facile quanto più i soggetti sono giovani e fiduciosi. Il bambino si fida ciecamente dell’adulto da cui dipende, vuole essere amato e riconosciuto, farà quindi tutto quello che gli si chiede, e cercherà di farlo bene.
Scrive Massimo Recalcati in un articolo del 12 marzo 2015, pubblicato su Repubblica : “il bambino può essere anche più spietato dell’adulto, perché non ha ancora metabolizzato simbolicamente il senso autentico dell’alterità. (…) La sua soddisfazione consiste nel soddisfare le attese degli adulti che ama. (…) Egli è un cavaliere della fede dell’Altro. Per questa ragione la sua obbedienza può essere cieca, pura, assoluta.”.

Così eserciti di bambini e adolescenti imparano a usare le armi, a marciare gridando “Dio è grande”, si allenano a decapitare bambole in attesa di giustiziare i nemici del loro popolo. Da questo addestramento è probabilmente passato anche il piccolo Ryan, il bambino del video diffuso dallo Stato Islamico qualche mese fa. E’ stato riconosciuto dai suoi compagni di classe : nel video, con il volto scoperto e in tuta mimetica, Ryan impugna una pistola con tutte e due le mani e la punta alla testa di un giovane accusato di collaborare con i servizi segreti israeliani. Vicino a un adulto barbuto, il bambino spara alla testa della vittima, poi al corpo e gli dà, infine, il colpo di grazia. Un video choc che ha lo scopo di amplificare l’orrore. E’ questa la logica della propaganda dell’Isis. Anche i bambini guardano questi prodotti della propaganda. Come reagiscono ? Saranno sconvolti o affascinati dall’orrore ? Oppure banalizzeranno queste immagini assimilandole alle centinaia di videogiochi su cui trascorrono i pomeriggi e dove essi stessi sparano a nemici di mondi virtuali e immaginari ?
Ma i bambini-guerrieri non sono virtuali. Gli adolescenti europei che fuggono di casa per andare ad arruolarsi nei campi di addestramento siriani non sono personaggi di fumetti o di film. Essi testimoniano del declino di un’epoca, testimoniano di uno strappo avvenuto nella nostra cultura. Quello che Lacan chiamava “l’evaporazione del Nome-del-Padre”, cioè il crollo dell’autorità e dei valori tradizionali, ha lasciato un profondo disorientamento soprattutto nei più giovani. Nel vuoto creato da questo declino, la logica della cultura totalitaria s’inserisce facilmente. L’Allah dell’Isis non è un dio paterno, è un dio assoluto, che non perdona, che non scende a compromessi. Per questo molti adolescenti, disorientati nelle loro vite, ne sono affascinati. La forza della pulsione di morte prende allora il sopravvento e il discorso totalitario permette loro di immaginare un godimento completo, senza debolezze, senza frustrazioni. L’Altro “potente”, che taglia le teste, che comanda ed esige obbedienza attraverso la violenza, diventa l’unico Grande Altro che bisogna servire, adorare, anche a costo della vita. La promessa di onore, rispetto e riconoscimento nutre l’esigenza di questi adolescenti di essere destinati a una grande missione, di avere uno scopo nella vita, di non essere mediocri. I giovanissimi aspiranti Jihadisti non sono attirati dal denaro, dalla riuscita sociale, dalle varie forme di ricchezza, ma dalla potenza degli ideali assoluti, dal fascino di un “eroismo” spinto fino al martirio.

Genitori, insegnanti, adulti, abbiamo tutti una grande responsabilità di fronte ai giovani : non possiamo limitarci a trasmettere loro i principi dell’individualismo dominante della cultura occidentale che si fonda sulla produttività, sulla competitività economica, sull’efficienza tecnologica, sull’imperialismo della scienza ; si tratta piuttosto di offrire ai ragazzi modelli di eroismo che non siano solo quelli al servizio del dio denaro. Si tratta di iniettare un po’ di “sogno” nella ricerca del senso della vita.

mardi 4 août 2015, par Cinzia Crosali