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Ridateci gli oriundi

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© Farabola/Leemage

Quest’estate, il settimanale L’Express ha consacrato (nella sua edizione del 28 luglio) un articolo al fenomeno dei cosidetti « bamboccioni », vale a dire di quella generazione di giovani italiani, eterni adolescenti o, se preferite, neo-vitelloni che, benché passata la ventina, o anche la trentina, continuano a vivere coi genitori e, naturalmente, a loro spese. Ma non è su questo pur interessante argomento che voglio intrattenervi. Nel corso dell’articolo il giornalista fa una constatazione che ha di che far gelare il sangue nelle vene : l’unica via di scampo, per i giovani italiani, è l’emigrazione, scrive (« le seul espoir pour les jeunes italiens, c’est de partir à l’etranger »). Dunque, ci risiamo. E questo, nel 2010, cinquant’anni dopo quel boom economico grazie al quale ci eravamo illusi di essere sfuggiti per sempre alla povertà e alla necessità di emigrare.
Certo, le cause di questa situazione non sono più quelle che hanno spinto tanti milioni di italiani a partire, 200, 100 o 60 anni fa. Non si muore più di fame nello Stivale, cavolo, siamo diventati la quinta potenza industriale mondiale ! La dittatura non manda più nessuno al confino e gli omicidi politici, al limite, si contano sulle dita di una mano, le squadracce leghiste non avendo ancora licenza di uccidere. Per farla breve, diciamo che le cause dell’emigrazione si sono adattate ai tempi e anche diversificate, ma in fondo, fa veramente una grande differenza, lasciare il proprio paese con una laurea in tasca, invece di farlo non sapendo parlare che il dialetto ? Ma di chi è la responsabilità di questo bel risultato ? Facciamo un passo indietro, come si scrive nei romanzi gialli.
Ricordo che quando scoppiò l’operazione Mani pulite, io ero già a Parigi, emigrato senza esservi spinto dal bisogno, avevo da vent’anni un posto sicuro ed un ottimo stipendio. Ma non avevo più voglia di vivere in quella fiera di mercanti di polli (con tutto il rispetto per i mercanti e per i polli, che già allora eravamo noi) che era diventato il mio paese, così me ne ero venuto a fare il precario in Francia. All’epoca lavoricchiavo insegnando l’italiano ai dipendenti francesi di un certo Raul Gardini, che si sarebbe suicidato di lì a poco, vi ricordate ? Il padrone dell’agenzia per cui lavoravo era un americano, che un giorno mi coprì di complimenti, parlandomi dell’esempio di democrazia che l’Italia stava dando al mondo intero, grazie all’operazione Mani pulite. Piuttosto imbarazzato dal suo entusiasmo, reso scettico dalla mia già lunga esperienza della penisola, mi limitai ad assentire, consigliandogli quanto meno di aspettare la fine dell’episodio. Come l’episodio sia finito, lo sappiamo tutti : purtroppo, la classe politica che l’operazione anti-corruzione aveva cercato di eliminare è sopravvissuta, si è data latitante per un po’, ha cambiato colore alla macchina (o nome al partito, è lo stesso), poi è rispuntata fuori come le amanite dopo la pioggia. Il mio americano aveva ragione di pensare che si trattava di un’occasione unica nella storia, ma io avevo ancor più ragione di non crederci : il cambiamento non era andato fino in fondo, e alla fine tutto era rimasto uguale, nei palazzi del potere. Con i brillanti risultati che possiamo ammirare oggi. E i responsabili, direte voi ? Ebbene, ho proprio paura che i responsabili siano un po’ tutti : non solo la classe politica che non ha voluto o saputo cambiare, ma anche tutti quei bravi italiani che hanno continuato a sopportarla, a sostenerla e a votarla.

Salviamo la nazionale


Torniamo ai giorni nostri. Quest’estate, dopo la prestazione non certo entusiasmante dei nostri (troppo ?) amati azzurri all’occasione del mondiale di calcio, un dibattito aveva scosso le schiere dei tifosi e dei 30 milioni di allenatori potenziali della nazionale che affollano i bar della penisola fra le 8 del mattino e le 8 di sera. Certo, niente di comparabile a quella specie di notte di San Bartolomeo (per fortuna incruenta !) lanciata dai media francesi contro gli « ammutinati » di Knysna, ma pur sempre un dibattito di spessore rilevante : bisogna o no richiamare in nazionale gli oriundi ? E a questo punto devo senza dubbio delle spiegazioni ai nostri lettori di meno di 50 anni : venivano definiti oriundi, fino agli anni 1960, quegli sportivi (in genere calciatori) figli dell’emigrazione italiana all’estero, quasi sempre in Sudamerica, che tornando in patria potevano sfruttare la loro doppia nazionalità per essere schierati come giocatori italiani a tutti gli effetti, quel che del resto erano (quasi sempre, perché ci fu naturalmente qualche eccesso). Senza dilungarmi sulla storia calcistica, citerò solo i nomi di Sivori, Altafini o Schiaffino, che ai tempi della mia gioventù valevano gli attuali Messi, Ronaldo o Totti. Dopo un paio di Mondiali piuttosto disastrosi (in Cile ed in Inghilterra, mi pare), si decise di tornare ad una certa autarchia, con gli alti e bassi che ormai conosciamo. Oggi, di fronte a quella che sembra essere una vera e propria penuria di talenti nel vivaio di calciatori italiani “doc“ ed in attesa che i figli degli attuali immigrati nati in Italia possano giocare senza farsi trattare in maniera indegna da una banda di cretini razzisti abbeverati alle tesi deliranti del senatore Bossi e degli altri decerebrati della sua specie, qualche specialista ha proposto che, per risollevare il livello di gioco della Squadra, la Federcalcio riapra le porte della nazionale agli oriundi.
E a questo punto abbandono le digressioni sportive e riprendo a mio conto, e sul serio, la proposta. Se vogliamo evitare che l’unica via di scampo per i giovani italiani continui ad essere l’emigrazione, quale altra speranza ci resta se non di cercare di far tornare in Italia gli oriundi, cioè quelle centinaia di migliaia (o milioni) di « italici », come vengono a volte definiti, che si sono fatti una vita al di là delle Alpi o degli oceani e che sembrano essere più o meno i soli non contaminati dalla pratica quotidiana dell’inciucio, e dunque capaci di far uscire il loro paese d’origine dall’impasse in cui si trova oggi ?
E non voglio parlare solo dei cervelloni, perché quella della fuga dei cervelli è una piaga che tocca un gran numero di paesi, ma di generazioni intere di figli e nipoti, d’italiani, o di emigrati di più recente partenza che, vivendo all’estero, hanno potuto restare indenni da quella vera e propria malattia degenerativa della democrazia e della vita sociale che ha devastato il Belpaese da almeno vent’anni a questa parte, anche se le radici del male affondano senz’alcun dubbio più lontano. In uno stato creato principalmente per il rendiconto economico di una piccola minoranza dei suoi cittadini, in vent’anni di una dittatura pavida e assassina nello stesso tempo, in un dopoguerra degno di una colonia e non di una nazione indipendente, in un trentennio di politica eterodiretta dalle grandi potenze… Non si può capire lo strazio attuale nel quale si trova tutto un popolo, ammaliato da Berlusconi o dai suoi speculari oppositori, senza prendere in conto la sua storia.
Come scrivevo in un mio recente articolo chi è al buio vede più chiaro. Amici miei, oriundi di Francia e del mondo intero, ho proprio paura che stavolta tocchi a noi : per salvare non solo la Squadra Azzurra, ma anche la morale politica del nostro paese d’origine.

vendredi 8 octobre 2010, par Franco Lombardi