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Scuola, mercato e profitto uguale supermercato dell’istruzione

La scuola dell’Italia unitaria nasce, nel 1859, con la legge Casati che disegna una scuola classista, una scuola che portava alla rinuncia agli studi dei figli delle famiglie meno agiate ; nel 1923 il ministro – filosofo G. Gentile scrive “la più fascista delle riforme”, come la definì Mussolini, una riforma espressione della borghesia conservatrice del tempo, costruita sulla selezione “sociale” e, nel 1928, la classica ciliegina, viene istituita la scuola di avviamento professionale.
Bisogna arrivare al 1962, con la riforma della scuola media, per abolire la scuola di avviamento e configurare una scuola media unificata che permette l’accesso a tutte le scuole superiori ; nello stesso periodo vengono introdotte le prime classi miste maschili e femminili.
Il movimento studentesco degli anni ‘60 e ‘70 avvia un cambiamento radicale di mentalità e una graduale diminuzione del fenomeno della selezione : si parla di scuola di massa illudendosi che ciò significhi scuola per tutti mentre è solo massificazione della scuola ; nel 1971 nasce la scuola a tempo pieno destinata a diventare un laboratorio di innovazione ; nel 1974 vengono approvati i “decreti delegati” che introducono nella vita della scuola una rappresentanza dei genitori, del personale e degli studenti.
La stagione degli anni ‘80 e ‘90 segna la scuola elementare con i Programmi del 1985 e la legge del 1990, che introduce una pluralità di docenti per la stessa classe. Muore il maestro unico.
Nel 1997 parte la scuola dell’Autonomia : organizzativa, perché le istituzioni scolastiche definiscono tempi e spazi della scuola, e didattica, perché si elimina la scuola dei programmi a favore della scuola del curricolo. Nell’ambito dell’Autonomia è anche previsto che ogni scuola predisponga il P.O.F. – Piano dell’offerta formativa, documento costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche. La scuola dell’Autonomia, primo atto della privatizzazione della scuola, ha trasformato le scuole in “progettifici” mettendole in concorrenza tra loro. Per fortuna non si è definito un borsino azionario italiano delle scuole. Ma non disperiamo.

LA SCUOLA-AZIENDA


Patricia Bisson, professoressa di Italiano presso il Liceo Henri Bergson (Parigi 20e). « La riforma contribuisce a ‘formattare' le scuole : tutti studiano inglese, alcuni tedesco e pochi italiano », dice. E conclude con una nota pessimista : « le ore si riducono per gli insegnanti di italiano che, a breve, rimarranno senza alunni ». Foto Matteo PellegrinuzziIl Governo in carica, con il ministro Maria Stella Gelmini all’istruzione, mette in cantiere una “riforma finanziaria” del sistema pubblico di istruzione, intervenendo sui modelli organizzativi e didattici, sia revisionando parte dell’esperienza Moratti-Fioroni, sia mirando ad una scuola di impronta liberista cioè la privatizzazione dei beni comuni, siamo alla cosidetta scuola – azienda,
Nell’agosto del 2008 si approva una legge che taglia 7,8 miliardi di euro alla scuola pubblica, pianificando la riduzione strutturale della spesa dopodiché si procede, mediante provvedimenti amministrativi e legislativi, in assenza di un confronto democratico e parlamentare. A fronte del largo dissenso sociale contro queste misure, tutti ricordano “l’Onda” del popolo della scuola che seguì, il Governo risponde forzando tempi e regole d’attuazione.
La finalità è alleggerire l’impegno economico statale e aumentare, incostituzionalmente, i già prosperi finanziamenti alla scuola privata e confessionale, in questo percorso restauratore (in Italia la scuola nasce nell’alto Medioevo con le scuole vescovili e degli ordini monastici cenobita e benedettino, non esistono tracce storiche di scuole laiche) si promulgano diverse misure di sostegno. Richiamiamo, tentando di chiarire, le più significative o controverse.

DISPERSIONE


L’obbligo di istruzione è impartito per almeno dieci anni ed è finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale. Di fatto un doppio canale, uno di serie A e uno di serie B, per adempiere all’obbligo. A completamento, nel febbraio 2010, un provvedimento prevede che l’ultimo anno dell’obbligo possa essere assolto anche nei percorsi di apprendistato che, come è noto, si configura come un vero e proprio rapporto di lavoro. In pratica, si abbassa l’obbligo al quindicesimo anno di età, in controtendenza con le scelte degli altri paesi europei e con gli obiettivi del Trattato di Lisbona, che si propone la riduzione e la prevenzione della dispersione scolastica attraverso l’innalzamento del livello scolastico.
In questo modo si maschera, sapientemente, agli occhi dell’Europa, la questione della dispersione scolastica, questione per la quale l’Europa ha più volte richiamato i governi italiani. I percorsi di serie B (professionali) e C (apprendistato) sono studiati per gli ultimi e i penultimi della classe che, con questo stratagemma, non andranno più ad ingrossare le fila della dispersione restando, addirittura, all’interno del sistema di istruzione. Della serie : se Maometto non va alla montagna, ecc.

VOTI AI "FANNULLONI"


Nicolas Percereau, insegna al Liceo Joliot-Curie (Nanterre). « Ho sempre voluto insegnare, dalla scuola materna » racconta, l'italiano è venuto più tardi, quando ho avuto tra le mani il mio primo manuale ». La passione dell'insegnamento unita alla passione per l'Italia e l'italiano. Foto Matteo PellegrinuzziDall’anno scolastico 2008/2009 è stato reintrodotto il sistema di valutazione in decimi, per tutti i livelli di scuola ; ogni voto possiede un indicatore. É stato reintrodotto anche il voto di condotta, tolto precedentemente. La valutazione, sia degli apprendimenti/insegnamenti sia del sistema scuola, è indispensabile alla legittimazione dei processi didattici (cioè alla scienza della relazione educativa), coscienti che valutare significa migliorare l’offerta formativa. É fonte di contrarietà la preoccupazione che la valutazione degli apprendimenti possa essere utilizzata, in modo artificioso, come valutazione degli istituti o degli insegnanti. Succede con la pubblicazione degli esiti della rilevazione Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) e delle valutazioni triennali O.C.S.E. – P.I.S.A. (Programme for International Student Assessment – Programma per la valutazione internazionale dell’allievo), grazie a campagne mediatiche strumentali. Pertanto, è reale il pericolo che i sistemi di valutazione possano diventare strumenti al servizio di una linea politica che desidera eliminare gli effetti collaterali della dispersione scolastica e confermare l’infamante “teoria del fannullone” del Brunetta pensiero.

MAESTRO UNO E TRINO


Nel 2009 è risorto il maestro unico (successivamente trasfigurato in maestro polivalente) nella scuola primaria, in sostituzione del precedente sistema, il cosiddetto modulo, con tre insegnanti per ogni due classi e un orario compreso tra le 27 e le 30 ore settimanali per il tempo normale e dalle 30 alle 32 ore per il tempo pieno. Il ministro – Maria Star – ha motivato la decisione con l’allineamento italiano al rapporto studenti/insegnanti alla media europea. Nessuno chiarisce che in Italia, diversamente da altri Paesi europei, si conteggiano anche gli insegnanti del sostegno ai disabili (in media uno ogni due portatori di handicap) e gli insegnanti di religione. Forse dobbiamo rifare i conti ? Oltre al fatto che il modulo ha ricevuto, negli anni, riconoscimenti internazionali significativi, questo provvedimento concorre a una riduzione della spesa pubblica scolastica evitando l’immissione in ruolo di 85.000 docenti precari. Episodio significativo si sono rivelate le iscrizioni all’anno 2009-2010, quando il 90% delle famiglie ha scelto le soluzioni con orari superiori alle 24 ore proposte dalla riforma ministeriale.

CLASSI POLLAIO


In una recente intervista mi è stato chiesto cosa pensassi dell’affollamento delle classi, in alcuni licei si è arrivati a 35 alunni per classe. Mi è venuta alla mente l’analogia delle “classi pollaio”, ovviamente non rispetto agli studenti ai quali sono legato da ragioni esistenziali, ma in relazione a come essi sono considerati e trattati, in relazione alla paralisi di qualsiasi processo didattico, alla conseguenza tacita che gli ultimi della classe saranno ancora più ultimi, al degrado della professione di insegnare, in relazione alla stato di sicurezza degli edifici scolastici e al menefreghismo istituzionale rispetto alla normativa di riferimento. La sicurezza, come la didattica, è un optional nella scuola italiana.

TEORIA E PRATICA


Federica Daghia, ingegnere civile, con un dottorato in Meccanica delle Strutture. è Maître de conférence e svolge la sua attività di ricercatrice all'ENS di Cachan. « In Italia, mi sarei dovuta armare di molta più pazienza », dice. Foto Matteo PellegrinuzziPer la scuola superiore, a partire dalle classi prime dell’anno scolastico 2010/2011, l’offerta formativa si articola in sei nuovi licei, undici indirizzi tecnici, sei indirizzi professionali. Per tutti, liceo, istituto tecnico e professionale, il percorso di studi dura cinque anni ed è suddiviso in due bienni ed un quinto anno al termine del quale si sostiene l’esame di Stato.
Il ministero vende un’organica operazione di riordino dei percorsi di studio che permette di uscire dalla frammentazione degli indirizzi, dei curricoli e dei quadri orari, potenziando le competenze di base e valorizzando l’autonomia scolastica in termini di flessibilità, riconoscendo la centralità della didattica laboratoriale, destinando più spazio alle scienze, alla matematica e all’inglese.
I fatti ci raccontano un’operazione di segno opposto, che tende a svilire la scuola pubblica e rinforzare la scuola privata ; condiziona la scuola ai target aziendali, soprattutto degli istituti tecnici e professionali ; vincola segmenti dell’istruzione professionale alle regioni autorizzando la privatizzazione a favore delle agenzie di formazione, spesso di estrazione politica, confessionale o sindacale.
Nessuno si preoccupa dell’impatto e del legame dei nostri ragazzi con l’ambiente extra scolastico, nessuno si preoccupa di educarli ad una vita civile e partecipata, ad una cittadinanza attiva e consapevole, nessuno si preoccupa di formare cervelli critici ed autonomi, nessuno si preoccupa di loro : troppo impegno e troppe risorse. La storia della scuola, seguendo l’evoluzione (?) sociale del Paese, ci ha condotto dalla scuola che educava cittadini alla scuola che “alleva” consumatori. _ Tutto il resto : insegnamento della religione con il visto vescovile, grembiule sì o grembiule no, il ridicolo voto in condotta che fa media, le tre “i” come inglese, informatica e impresa ; come recita il poeta, “... è noia !”. Escamotage mediatici per depistare l’attenzione.

vendredi 8 octobre 2010, par Livio D’Agostino