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Se fosse successo in Italia ?

Dal 7 al 9 gennaio, 17 Morti. 5 disegnatori di Charlie Hebdo (Charb, Tignous, Cabu, Wolinski, Honoré), tre giornalisti (un economista, Bernard Maris, una psicologa, Elsa Cayat e un invitato Michel Renaud), il correttore di bozze (Mustapha Ourrad), la guardia del corpo di Charb (Franck Brinsolaro), un manutenzionario che stava lavorando nella hall del palazzo (Frédérick Boisseau), e uno dei poliziotti intervenuti dopo l’allerta (Ahmed Merabet) tutti freddati nell’assalto a Charlie Hebdo il 7 gennaio. A questi si sono aggiunti l’indomani la vigilessa Clarisse Jean-Philippe, fresca di nomina al Commissariato di Montrouge, uccisa nell’esercizio delle sue funzioni, e il 9 gennaio altre 4 persone che si trovavano al supermercato cacher della Porte de Vincennes per lavoro o semplicemente per fare la spesa (Philippe Braham, Yohan Cohen, Yohav Attab, François Michel Saada).


Le 17 vittime rimarranno impresse indelebilmente nella storia della Francia e del mondo intero ma ho voluto citare, ancora una volta, i nomi perché nominare è una forma di memoria : quando alle commemorazioni si leggono i nomi delle vittime della guerra, della mafia, del terrorismo o delle catastrofi è un modo di renderli a noi presenti. E’ anche restituire loro la dovuta umanità : non uno tra le 17 vittime ma proprio quello, una persona che rispondeva ad un nome (magari d’arte) e un cognome.
La lista parla chiaro : nessuna distinzione di sesso (anche se pare che le donne nel delirio terrorista non si debbano uccidere), né di religione (atei, cattolici, ebrei, mussulmani), né di colore della pelle, né di stato sociale o opinioni politiche : nessuno è stato risparmiato. Sparute rappresentanze hanno cercato di gridare all’attacco diretto ad una sola comunità ma è durata poco. Il fanatismo è cieco.
Da italiana tre cose mi hanno colpito in quei tragici giorni fino all’11 gennaio, giorno della manifestazione che ha riunito 4 milioni di persone in tutta la Francia (secondo la polizia). La prima è il trattamento dei media : dirette TV 24 ore su 24 nel tentativo di informare ma anche di rassicurare la popolazione, poco allarmismo, rarissime le immagini cruente. Secondo : l’efficacia della polizia. Che dei sorvegliati speciali seguiti da anni possano fare tante vittime non depone a loro favore, ma le operazioni di salvataggio degli ostaggi e di neutralizzazione dei terroristi è stata velocissima. Infine la reazione della gente : in quei giorni si è sentito solo un leggerissimo calo della frequentazione di strade e metropolitane, come se i parigini sfidassero la paura per non darla vinta alla strategia del terrore. Non solo : la gente in métro si guardava, sorrideva, si parlava, sembrava fosse diventata un po’ più italiana. E soprattutto ha cominciato spontaneamente ad affluire place de la Repubblique brandendo matite e cartelli con su scritto “Je suis Charlie” fino alla famosa marcia repubblica dell’11 gennaio. Ancora oggi la statua della Place della République è coperta di disegni e matite, tutto intorno fiori e candeline che vengono accese tutte le sere da un gruppo di rispettosi cittadini.
E se fosse successo in Italia ? Già : chi avrebbero colpito ? Non esiste una rivista satirica nostrana equivalente perché noi siamo un popolo di giullari che la satira la fa nei teatri, in televisione, anche in strada ma che non ha la cultura francese della vignetta, dell’ “album” di fumetti cartonato (tanto è vero che molti fumettisti italiani vivono e lavorano a Parigi). Avrebbero dovuto allora colpire una persona sola, un Crozza o un Vauro, per esempio (che se mi leggono, ma dubito, spero si stiano toccando le parti intime).
E poi, se fosse successo in Italia, dopo il primo attentato sarebbe stato convocato il Comitato di Sicurezza, poi ci sarebbe stata la riunione dei Commissari Speciali che avrebbero commentato per ore in diretta TV avanzando teorie sulle dinamiche dei fatti e le azioni da farsi. I politici, intervistati a raffica e in alternanza per par conditio avrebbero cominciato a litigare sulla responsabilità di questo o quel partito o di questo o quel politico e la colpa sarebbe comunque stata degli immigrati, con Borghezio, Salvini e la Meloni che avrebbero da subito lanciato il solito concorso a chi la spara più grossa. Il tutto con il lieto fine dell’eroe politico di turno che si autoproclama salvatore della patria contro i malvagi islamisti.
Un quadro un po’ esagerato ma la realtà non è stata molto diversa. Mentre qui si cercava, pur nell’angoscia contingente, di capire e di rassicurare, i giornalisti italiani riempivano pagine e pagine, ore e ore di diretta, di dettagli come il colore delle scarpe dell’attentatore o la carta d’identità dimenticata, con teorie complottistiche di ogni genere, appunto perché – così diceva la stampa – un sacco di dettagli non quadravano.
Ancora peggio i commenti dei politici che in un primo tempo si sono detti tutti Charlie, da Borgezio (quello che aveva trovato gli attentati in Norvegia “condivisibili” ed è stato sospeso per insulti razzisti all’ex Ministro Cécile Kyenge) visto attaccare manifestini Je suis Charlie sulle vetrine negozi arabi, a Calderoli che si è finalmente potuto togliere la soddisfazione di dire “Ringrazio quanti, dopo i tragici fatti di Parigi, si sono ricordati di me e hanno ammesso che la sacrosanta solidarietà verso i vignettisti francesi e i loro familiari avrebbe dovuto essere accordata al sottoscritto quando, per difendere la stessa libertà di espressione per la quale giustamente oggi tutti si mobilitano, indossai la famosa maglietta con le vignette venendo sommerso da critiche e accuse di ogni genere, anche da parte di alcuni di coloro che ora invece s’indignano” (la differenza tra satira e politica la capirà quando è grande). La Santanché voleva pubblicare la rivista di satira in Italia, l’assessore veneto dell’istruzione pretendeva una reazione di condanna dai genitori mussulmani “se vogliono distinguersi dai terroristi” mentre il leghista Salvini, oltre a dare lezioni di bon ton al Papa, secondo lui troppo dialogante con l’Islam, gridava al lupo : “L’Islam è pericoloso : nel nome dell’Islam ci sono milioni di persone in giro per il mondo e anche sui pianerottoli di casa nostra pronti a sgozzare e a uccidere” (bum !).
La lista di patetici e rivoltanti commenti è lunga e purtroppo, dopo il secondo, non si riesce neanche più a ridere.
In tutto questo bailamme, gli italiani sono stati i meno numerosi in piazza l’11 gennaio a manifestare la loro solidarietà, forse anche a causa della paura di nuovi attentati, stavolta in Italia, sede papale.
Ma cosa mostrano queste reazioni ? Perché due paesi così vicini, “cugini” come dicono qui, sono così diversi di fronte a una tragedia che dovrebbe provocare solidarietà e sdegno universali ?
A parte la mafia, che colpisce un “simbolo” (ma anche scorta e famiglia), l’Italia ha ancora la ferita aperta degli anni di piombo e delle stragi, un periodo con il quale molti, ancora oggi, non riescono a fare i conti e che è stato accompagnato da una deliberata strategia della tensione. Più terroristi e stragisti seminavano paura nella popolazione, più misure repressive e governi “forti” sarebbero stati accettati, in nome di quella “sicurezza” di cui tutti avevano bisogno. Durante il ventennio berlusconiano, il governo e i media a lui riconducibili (quasi tutti) hanno seminato il panico ingigantendo qualsiasi evento, vedendo complotti e nemici ovunque, a partire dall’Altro, il comunista, lo straniero, l’irriverente. Normale allora che le reazioni siano diverse, prima di scrollarci di dosso quei terribili anni e questa politica ci vorranno decenni.
Altra particolarità italiana : siamo il paese del Papa, considerati (a torto) cattolici praticanti al 100%. A parte l’estrema destra, il cittadino qualunque non vede il mussulmano, l’ebreo o l’ateo come un nemico, perché la religione è inscritta nel suo DNA, non teme di essere convertito né che “loro” possano prendere il “potere” attraverso la religione.
Gli italiani hanno un concetto molto diverso di laicità e dunque di quello che è blasfemo. In Francia la laicità sta scritta in tutti i luoghi istituzionali, quell’Egalité, liberté, fraternité che è alla base dei “valori della Repubblica”. La stessa Costituzione francese dice : “La France est une République, une, indivisible, laïque et sociale”. Non che le religioni siano negate ma sono viste come una cosa privata, da rispettare ma da non confondere con il pubblico o con la politica. Sarebbe inconcepibile in Francia che un partito dal nome “Democrazia Cristiana” governi il paese per 40 anni. A fianco del divieto di portare segni ostentatori di una religione a scuola e nei luoghi di lavoro (la famosa polemica sul velo arabo), nelle mense scolastiche c’è sempre un’alternativa mussulmana che non prevede il maiale per esempio e al lavoro è perfettamente normale chiedere dei giorni per il Ramadam, esattamente come il rappresentante sindacale si può liberare per esercitare la sua funzione. Rispetto, non negazione.
In Italia, la cui Costituzione pure garantisce “la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”, la proposta di togliere i crocifissi dalle scuole ha suscitato innumerevoli polemiche, proprio perché la religione è un sottofondo scontato, banalizzato quasi, la propria e quella degli altri. Dall’estrema destra il mussulmano è visto come un nemico non tanto perché è di un’altra religione ma perché è immigrato e porta via lavoro. Questo non fa dell’Italia un paese non razzista e tollerante, anzi le dimostrazioni del contrario non mancano, ma si tratta più di guerre tra poveri che di guerre sante.
E proprio perché la religione è un sostrato profondo, anche la satira non ha gli stessi obiettivi e segue il detto “scherza con gli elefanti ma lascia stare i santi”. D’altra parte con tutti gli spunti che offre la politica in Italia, chi ha bisogno di prendersela pure con i santi ?

mercredi 18 février 2015, par Patrizia Molteni