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Toni Servillo : festa dei sensi e dell’intelligenza

Si è tenuto all’Istituto Culturale Italiano di Marsiglia un incontro con Toni Servillo, regista e attore, Angelo Curti, presidente dei Teatri Uniti di Napoli e tutta la compagnia del Piccolo Teatro di Milano che partecipa alla rappresentazione della “Trilogia della Villeggiatura” di Carlo Goldoni giunta oramai alla 350a replica. I due giorni successivi la “Trilogia della Villeggiatura” è stata rappresentata al Théâtre Toursky di Marsiglia.

Il divo è lui ! Sigaro e cellulare nei momenti di pausa e un procedere solitario nonostante la folla, un po’ nelle nuvole o al di sopra. Difficile non diventare anche il personaggio di sé stessi quando il talento, la ricerca e il desiderio ti portano così lontano, i riconoscimenti iniziano a giungere tempestivi e meritati e la gente ti stringe sempre più da vicino. Chissà dove si nasconde il camaleonte, in mezzo a tutti i suoi personaggi. E’ straordinaria la capacità mimetica e serpentesca di Toni Servillo di cambiare pelle, testa, orecchie, tratti, fisionomia, espressioni, di variare secondo un’amplissima gamma di varia umanità. Dalla sbruffoneria malinconica del cantante Tony Pisapia in Un uomo in più (2001) di Paolo Sorrentino, all’arrancante intensità del volto del sindaco, ex comunista e intellettuale, ispirato con ogni probabilità a Bassolino, mentre riflette sull’ingovernabilità napoletana scalando il Vesuvio nell’episodio La salita di Mario Martone del film I vesuviani (1997), al misterioso vuoto meditabondo di Titta Di Girolamo ne Le conseguenze dell’Amore (2004) di Paolo Sorrentino, all’impassibilità più totale del volto senza espressioni di fronte a tutto e tutti di un Giulio Andreotti quasi paralizzato ne Il Divo (2008) sempre di Sorrentino, all’espressione dell’efferatezza spietata e volontaria di Franco, imprenditore di rifiuti in Gomorra (2008) di Matto Garrone ... E così via fino all’esibizione di vezzi, risate, gridolini, boccucce, espressione del cinismo di Ferdinando nella Trilogia della Villeggiatura di Carlo Goldoni, messa in scena da Toni Servillo stesso. Eppure tutti questi personaggi, diversissimi per temperamento e interpretazione, rappresentati grazie a questa abilità profonda di diventare l’altro, ogni volta così diverso, sembrano essere attraversati da qualcosa di comune. L’esplorazione degli abissi, degli aspetti più torbidi, senza possibilità di riscatto, emancipazione, redenzione, l’indagine sulla meccanica del cinismo e della negatività umana sembra costituire la sfida del lavoro di Toni Servillo. Che dal palco suo, invece, contribuisce a riscattare lo spettacolo in Italia, riattribuendo significato e valore a questa azione, operando in modo parallelo e contrario all’oscenità contemporanea dello spettacolo televisivo italiano.

Dal cinema al teatro


Toni Servillo durante l’incontro descrive con un’immensa cultura e passione questa operazione culturale nella quale è profondamente impegnato. Parla di questa attività tra cinema e teatro, condotta con uguale passione, moralità e linguaggio, mettendo così in evidenza gli aspetti comuni. Descrive la sua come una generazione che ha il dovere di mostrare la complessità del mestiere d’attore, per creare un interesse incrociato tra teatro e cinema, racconta la gioia, grazie al successo di un film come Il Divo, di portare a teatro il pubblico del cinema che scopre infine questa forma di spettacolo, animata dalla stessa forza e serietà. Si schiera contro un teatro di vanità, esibizionismo e mortificazione intellettuale che non condivide con il pubblico la gioia dell’intelligenza. Afferma invece la forza di un teatro fondato sulla vita che sa trasfondere a un testo, sull’energia che trasmette, sull’incontro fondamentale con il pubblico. E descrive un lavoro teatrale che scopre l’innovazione, non tanto durante le prove, ma proprio nel momento delle rappresentazioni e dell’incontro con il pubblico. Toni Servillo racconta infatti come soltanto nelle rappresentazioni di fronte al pubblico, l’attore viva nel suo personaggio e come proprio nell’incontro con il pubblico la compagnia abbia la possibilità di trovare qualcosa di vivo, mentre le prove servono esclusivamente a organizzare il materiale testuale, umano e fisico. Servillo spiega come il teatro in questa sua essenza triangolare tra attori, pubblico e testo sia fondamentalmente un incontro umano che ha bisogno di tempo, silenzio, disponibilità, preparazione. Ovvero di qualità che non hanno alcuno spazio in televisione. Il teatro in Italia è diventato una riserva protetta in cui si coltiva l’amore per la lingua, in cui vivono donne reali, lontane da quell’unico modello quasi pornografico della donna proposto dalla televisione. Toni Servillo afferma anzi che il teatro è un’arte femminile, fondata sull’intelligenza del cuore, un’arte che porta in scena le donne nella loro variegata complessità e non in modo omologato e tendenzioso come avviene in televisione.

Corruttori e corrotti


Denuncia come lo spettacolo televisivo stia corrompendo la gioventù presentando una vita in cui il successo è a portata di mano, senza alcuno sforzo. Anche la Trilogia della Villeggiatura, sottolinea, è in fondo una storia di corruzione. E questo ruolo di corruttore e corrotto al tempo stesso è incarnato principalmente proprio dal personaggio di Toni Servillo, Ferdinando, il personaggio più estremo nella sua negatività, che mette maggiormente in luce i mali della società del ‘700. Toni Servillo nel presentare le tre commedie della Trilogia goldoniana, che Strehler per la prima volta aveva rappresentato in un’unica serata, mette in luce la contemporaneità del testo : quella borghesia che non ha la forza di guardarsi indietro ispirandosi al proprio passato migliore, che non sa proiettarsi nel futuro e che guarda nel presente in modo nevrotico, mascherando un profondo disorientamento morale, culturale e sentimentale assomiglia alla classe dirigente dell’Italia di oggi. E infatti il personaggio di Ferdinando che in altri allestimenti, non ultimo in quello di Strehler, era quasi secondario, assume una posizione centrale proprio in quanto espressione più torbida di un’intera società. Con questo spettacolo la compagnia di Servillo ridà vita alla funzione critica e sociale del teatro di Goldoni, riattualizzandola. Ma per il regista mettere in scena questi capolavori del ‘700 significa soprattutto restituire al teatro quell’atmosfera di festa dei sensi e dell’intelligenza, finalmente non separati. Una dimensione che viene messa in scena nella maniera più semplice e limpida possibile, facendo risaltare i corpi, le voci, le espressioni degli attori che costituiscono la vera festa visiva, più di ogni trovata scenografica. Per arrivare a rappresentare, in fin dei conti, la disperazione con il sorriso.
Si avverte allora tutta la profondità dell’operazione culturale portata avanti da Toni Servillo e lo spessore, in definitiva politico, di tale impegno che, contro la violenza dello spettacolo televisivo fondato su tecniche pubblicitarie e non sulla nobiltà del mestiere di attore, vuole ribadire la responsabilità culturale, il significato della disponibilità e della partecipazione per riportare alla ribalta il soggetto umano.
La sala era piena, l’atmosfera allegra, concitata, impaziente. Valeria Rumori, organizzatrice dell’evento, non stava nella pelle per la gioia, il Console Mancini ha saputo dosare le parole per lasciare immediatamente la scena a Toni Servillo. Unico rimpianto di un incontro indimenticabile : che la compagnia non sia stata coinvolta più attivamente durante l’incontro e non abbia potuto presentarsi, offrendo così un punto di vista più variegato sullo spettacolo. E così l’abbiamo spiata durante il buffet, cercando di scoprire segreti, riconoscendo attori affermati quali Andrea Renzi (il calciatore dell’Uomo in più di Paolo Sorrentino), Gigio Morra, Eva Cambiale... e una bellissima e scoppiettante gioventù italiana che continua a far nutrire speranze per il futuro del Bel Paese.
Anna Proto Pisani

dimanche 13 juin 2010, par Anna Proto Pisani