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Vallonello

Vallonello perché ha la forma della valletta, mentre ignoro il motivo per cui nel catasto venga classificato come prato. Per noi era l’orto sotto le case. Il sole del mattino non ci giungeva prima delle dieci. Il nostro è l’ultimo orto in fondo alla gradinata di terrazze. Confinava con un canneto e, a valle, il muro di pietre messe di taglio, dall’alto in basso, come righe di denti, poggiava sul letto del torrente. Le pietre, fin quasi in cima al muro, conservavano i segni dell’alga lasciati da memorabili piene invernali.
Nel Vallonello c’erano due alberi di caco, e solchi drittissimi di fagioli, tracciati per lungo come piacevano a mio padre. Neanche un filare di nostralina, troppa rugiada e troppo poco sole per la vigna. Da laggiù si guardavano le case. Potrei contare a memoria le terrazze. Erano dodici fascioni profondi una decina di metri e divisi dalla mulattiera di gradini che menava su all’asfalto.
Ricordo un signore anziano, proprietario di uno degli orti, che mi mandava sempre alla fontana a prendere l’acqua. E un altro signore anziano che coltivava l’orto con sua moglie, che poi ho scoperto essere la madre. Il signore anziano con la finta moglie un giorno mi disse : hai mai visto una talpa ? Io no, dissi. Corsi sul posto. L’aveva seccata con la zappa, una goccia di sangue le usciva dal naso. Fa dei disastri, disse l’uomo anziano. Rovina tutto, disse la finta moglie.
Sapevo che scavava di continuo, e questo mi sembrava fosse un suo diritto, visto che viveva là sotto. Le talpe avevano con la terra un rapporto simile a quello degli umani con l’acqua. Se scendevo al torrente e mettevo la testa sott’acqua, ci stavo un po’ e poi dovevo respirare. Così era per le talpe, riuscivano a stare sottoterra anche delle giornate, ma prima o poi erano costrette a emergere e allora l’uomo anziano si faceva trovare pronto e affondava il colpo. Zaaa, di taglio, disse mimando la discesa della zappa. Le talpe erano troppo cieche per vedere la morte e morivano all’istante, poi venivano prese per la coda da topo e con un lancio a varcare il mio orto, finivano sulla ghiaia del torrente o nell’acqua.
Mi spiaceva che da morte non andassero dove amavano vivere. Chi finiva invece sottoterra erano gli umani, non li vedevo più, abbandonavano gli orti e la strada, i gradini della veglia al fresco, la fila al negozio e alla fontana. L’anziano con la finta moglie e lei, e altri, a decine, soli come lo sono ora io, prendevano il posto delle talpe uccise. Un giorno accompagnavo il prete con l’aspersorio, la cotta nera, come un piccolo prete di riserva, e seguivano i portatori con la cassa e la gente. Restammo una buona mezz’ora al cimitero e quando tornammo a uscire in colonna dal cancello, il vecchio che era morto restò al cimitero. Era nella terra e ogni tanto, come facevano le talpe, emergeva a respirare.
È nella terra, mi dicevo mentre rientravo in paese accanto al parroco, ma non sta sotto per sempre, ogni tanto, come faceva da ragazzo quando andava sott’acqua, esce con la testa, guarda, respira e rientra prima di beccarsi una zappata.
Forse anche a Zeewijk ci sono le talpe. Bucano la sabbia, scavano livelli, passaggi, rosicchiano le tubazioni e provocano certe fosse sotto il mattonato e l’asfalto delle strade. Spesso mi fermo a osservare gli scavi dei cantieri, gli operai con le divise fosforescenti e le pale quadrate, quelle per la sabbia. Ci sto fin quando non mi domandano se va tutto bene. Ecco, lo chiederei a loro, ma seriamente : avete forse visto delle talpe ? E si metterebbero a ridere, e invece non c’è proprio da ridere.
Mol. Si dice così in olandese. Da de-mol-ire, suppongo. Mol che sembra maschile. Non talpa.

Tratto da Soggiorno a Zeewijk, Amos Edizioni (2014)

mardi 17 juin 2014, par Simonetta Greggio