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Vincenzo Tonelli, garibaldino e resistente

Il prossimo 13 luglio compirà 93 anni. Lucidissimo, non si è dimenticato nulla di quegli anni “terribili” del suo antifascismo, dalla guerra di Spagna alla resistenza, in Francia e in Italia, passando per la prigionia in un campo di prigionieri politici stranieri.

Philippe Guistinati, presidente dei Garibaldiens, consegna la tessera 2009 a Vincenzo Tonelli

Il padre era già venuto in Francia in cerca di lavoro : all’epoca gli italiani erano molto ricercati e in Friuli di lavoro ce n’era ben poco. A 13 anni il piccolo Vincenzo, che si era rifiutato di aderire ai giovani Balilla, viene schiaffeggiato dal maestro, uno dei responsabili del partito fascista locale. La decisione, che forse già covava, è presto presa : non torna più a scuola e raggiunge il padre in Francia. Cominicia a lavorare come muratore, quello offriva il convento visto che di muratori francesi non se ne trovavano.
Comincia a frequentare la “jeunesse comuniste”, che si incontrava al “Bar des Chemins de Fer”. Lì conosce quello che diventerà il suo grande amico, Armelindo Zuliani. Alle riunioni si comincia a parlare della Guerra di Spagna, quella che porterà alla dittatura di Franco. Dei democratici italiani vengono per reclutare dei volontari. Armelindo dice : “Io parto”, Vincenzo non esita un attimo : “anch’io”.
In corriera arrivano a Perpignan, con una trentina di compagni. Dormono in un garage, poi di nuovo in viaggio. Arrivano ai Pirenei, e da lì a Figueras, di notte, a piedi. Era l’ottobre del 1936, Vincenzo non aveva neanche 20 anni.
Si ritrovano in una caserma dove c’era di tutto, tanti italiani ma anche stranieri, comunisti, socialisti, repubblicani, anarchici ma, precisa, “tra di noi non c’era nessuna differenza : il nemico era comune, eravamo tutti antifascisti”.
Lui era piuttosto pacifista ma si ritrova a dover imparare a usare le armi : “mi battevo per la libertà ma poi mi hanno dato un mitra in mano e ho capito che avrei dovuto uccidere.-La guerra è così : o uccidi o ti uccidono”. Ci si mette, impara. L’uniforme non ce l’hanno ancora ma hanno il foulard rosso attorno al collo, quello della gruppo dei Garibaldini, il terzo. In seguito saranno integrati nella XII Brigata Garibaldi che contava circa 3000 italiani.
Rimangono a lungo a Madrid dove le truppe franchiste assediano la città. Cinque giorni di affrontamenti, distrutti, decimati, certo, ma decisi a resistere, in nome della libertà. “Abbiamo liberato Madrid”, dice con un certo orgoglio. E’ in questa occasione, il 13 novembre 1936, che perde il suo miglior amico : “eravamo ai piedi di una fortezza ed avanzavamo mentre loro ci sparavano addosso”, racconta. “Armelindo si è preso una pallottola nella pancia ed è morto, così, senza mai aver sparato un colpo. Quando l’hanno portato via non faceva che chiamarmi ma quando, dopo la battaglia, l’ho raggiunto a Madrid era troppo tardi. Lì ho sentito l’odio, mi è venuta la forza di andare avanti : gli altri erano tutti compagni ma lui era un grande amico”.
Nel marzo del 1937 è a Guadalajara, l’ultima grande vittoria dei garibaldini in Spagna, che affrontano decine di migliaia di camicie nere, mandate da Mussolini. Combattere contro i propri connazionali può sembrare assurdo ma loro erano fieri di farlo : “stavamo salvando l’onore dell’Italia, contro il fascismo”, dice Tonelli.
Nel 1938, diventato sergente, Tonelli è sul fronte dell’Ebro. E’ praticamente l’ultima battaglia : Negrìn, capo del governo repubblicano, annuncia in un discorso alla Nazioni Unite che ritira le Brigate internazionali. D’altra parte, ricorda, “noi eravamo pronti a morire, ma loro erano armati fino ai denti e a noi mancava tutto”. Sfilano a Barcellona, salutati dalla gente con grande rispetto e simpatia. “Eravamo amati, avevamo il sostegno della gente, dovunque andavamo la gente approvava, era entusiasta della nostra presenza”.
La ritirata, naturalmente ostacolata dalle truppe di Franco, li porta di nuovo in Francia dove Tonelli continua a far politica, “ormai ero in ballo, mica potevo rinnegare il mio passato !?”. Incontra tra l’altro sua moglie Lucie, e ricomincia a lavorare, al nero. Il 28 settembre del 1942 viene internato nel campo “disciplinare” di Vernet, nell’Ariège, riservato agli “stranieri non grati”, di cui molti poi furono deportati nei campi di concentramento. Lui viene consegnato alle autorità italiane di Tolosa, ovviamente fasciste. Due uomini gli danno da mangiare, tanto, e lo mettono su un treno, ma non era un’evasione, come aveva pensato : lo stavano portando in carcere a Udine. Il carabiniere se lo ricorda ancora : gli aveva dato un pezzo di pane, una cartolina e un francobollo, per avvertire i suoi. Seguono gli interrogatori, durissimi, la prigione, la mezz’ora d’aria e le torture. Ed infine la libertà, che usa naturalmente per riprendere la vita da partigiano.
Dopo la guerra il ritorno in Francia, da clandestino, passando da Aosta, chilometri a piedi con un “freddo della madonna” e i francesi che lo aggredivano : gli italiani erano dei traditori. Ma loro che c’entravano ? Erano vittime del fascismo.
Poco dopo, diventa francese proprio per le sue gesta da partigiano. Di recente ha chiesto anche la nazionalità spagnola, per gli stessi motivi, su proposta dell’Associazione ed in seguito a una nuova legge spagnola.
Ricorda tutto – l’orrore, la morte, la fame, la prigionia – ma ancora oggi è convinto : “Il mio dovere era di combattere”.

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dimanche 7 juin 2009, par Daniele De Michele