FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Opinions > Editoriali > Votare senza aggettivi

Editoriale

Votare senza aggettivi

contro l’astensionismo


Ve lo ricordate Massimo Troisi nell’“Annunciazione” (“La Smorfia”) quando, vestito da Madonna, racconta della ricerca di lavoro di quel gran santo di Giuseppe ? Prima gli propongono un lavoro minorile, ma a Napoli lavorano solo fino a 18 anni e i figli sono in pensione, poi un lavoro in nero per la moglie, poi un lavoro a cottimo... finché pure Giuseppe sbotta : “Scusate ma possibile che a Napoli solo lavoro nun se trova ? Sempre cu nata parola vicino ?”.
Non sono napoletani (o forse anche) gli expat della copertina di Mauro Biani, seduti sulla trave di un cantiere, in una posa che ricorda una delle più belle foto di migranti italiani, ma anche loro cercano lavoro all’estero, un lavoro e basta, senza aggettivi.
Cosa si vede da lassù ? Cosa si capisce a guardare da fuori questa insolita campagna elettorale ? E soprattutto che mezzi abbiamo noi espatriati per farci un’idea ?
Chi segue la RAI assiste a una campagna promozionale permanente, una sorta di ring che raccoglie personaggi che mirano solo sotto la cintura, in incontri che somigliano alla boxe - ma forse più al catch - e nei quali pare non ci sia nessuna regola. Sugli spalti, tra le prime file, i media, che ormai vanno dal giornalista tesserato ai più svariati profili che s’inventano opinionisti (la mia portinaia che pur fa regnare la democrazia in tutto il palazzo da decenni ha appena aperto un blog) ; subito dietro, tutti contro tutti, pollice dritto, pollice verso.
Non ci sono neanche più i partiti, almeno quelli che gli italiani hanno conosciuto - a volte con variazioni sul tema - per 40 anni. Nessuna sorpresa che gli italiani all’estero facciano fatica a capire chi è chi. E se chiedi a un giovane appena arrivato a Parigi il nome di un ministro italiano, la risposta non è immediata, così come non è scontato seguire a distanza quando si è lontani da decenni, magari nati qui.
Nei talk show i politici cominciano da gladiatori e finiscono da leone, a seconda di chi ruggisce più forte. I telegiornali mettono sullo stesso piano le notizie vere e quelle finte, le famose fake news : quando si fa seguire la notizia del deragliamento di un treno (vero) a quella della pubblicazione di una bufala su una Ministra, mostrando immagini del fotomontaggio (falso) tratte dal sito del falsario, alla fine anche il finto assurge al rango di vero, peggio, raggiunge anche chi non passa il tempo sui social. Tanto si sa, anche se smentita, quello che rimane della notizia è un vago ricordo della cosa che ci aveva colpito in origine (la Boschi ? Ma non era andata al funerale di Totò Riina ? La Boldrini, quella col fratello raccomandato ?). Internet e i social sono pieni di notizie false, interpretazioni da Bar Sport (meno simpatiche delle macchiette di Benni), montaggi di Re del Photoshop, sentenze e aforismi cui ora si può applicare uno sfondo di colore che li rende ancora più sentenziosi.
Aggiungiamo a questo clima da corrida, il fatto che tutto viaggia ad una velocità detta “virale” (in realtà i virus si propagano a una velocità molto meno spettacolare e comunque c’è sempre qualche medico brillante – quasi sempre un italiano all’estero – che trova un vaccino). La velocità della “timeline” cioè quel flusso di notizie che scorre sulla pagina facebook (o altro) : ricercare una notizia di 10 minuti prima diventa impossibile, è già da sommersa altri cento post. Provoca quella forma di stordimento per la quale ogni frase comincia con “Mi pare di aver letto ma non mi ricordo più dove…” e continua con una versione distorta di quello che abbiamo letto in due minuti, un po’ come il gioco del telefono senza fili. Questo nuovo villaggio mediatico pone anche un problema di memoria : siamo talmente sommersi da informazioni e immagini che non ci ricordiamo la Storia, anche quella abbastanza recente. I politici si “rifanno una verginità” (pare si dica così) come ci si fa i lifting : in men che non si dica fa tabula rasa del passato, di tutti gli errori, le frasi dette, le leggi approvate o bloccate…
Se dobbiamo ricordarci una sola cosa è la seguente : se l’Italia (ma vale per ogni Paese o Continente) non è governabile, se gruppi nazi-fascisti come Casa Pound e Forza Nuova entrano in Parlamento, se poi fanno leggi che vanno contro i nostri interessi, nessuno si lamenti : non votando o votando bianco o scrivendo messaggi che ci sembrano intelligenti sulla scheda elettorale, abbiamo consegnato il nostro voto alla maggioranza di confusi e smemorati che invece votano, eccome. Votiamo a naso tappato, votiamo il meno peggio del meno peggio, votiamo come ci pare, anche senza “nata parola vicino” come dice Troisi, ma votiamo. Altrimenti è non assistenza a paese in pericolo.

dimanche 11 février 2018, par Patrizia Molteni